Nicoletta Alberio racconta la scoperta della sua omosessualità in un Ticino provinciale, la formazione e l’impegno nell’associazionismo arcobaleno

Nicoletta – detta Nico – Alberio ha rischiato di nascere per le vie di Lugano il 24 giugno 1963, mentre sua mamma, tra una doglia e l’altra, e il suo babbo (sprovvisto di automobile) camminavano verso il vecchio Ospedale Civico. Fin da piccola voleva dedicarsi all’insegnamento, ma la vita, si sa, è imprevedibile: un incidente in moto la ferma per un anno cambiandole i piani. Dietro l’angolo una formazione sanitaria che mai avrebbe messo in conto: per quasi 30 anni fa l’infermiera psichiatrica. Mestiere che è stato parte integrante del suo percorso di crescita, sia professionale sia umano. Riacciuffa la vocazione educativa a 42 anni e torna sui banchi di scuola per mettersi in saccoccia l’abilitazione all’insegnamento, chiudendo il cerchio in cattedra alla Scuola Infermieri. Oggi è felicemente in pensione. Fa la volontaria in un centro di integrazione e socializzazione. Vive in campagna con sua moglie Sabrina, un cane e un gatto. Adora viaggiare – ha preso il “vizio” da babbo Aldo che da bambina la scorrazzava per il mondo. È una vorace lettrice, nella sua “top 3”: Goliarda Sapienza, Valérie Perrin e Suad Amiry. Nelle sue giornate non manca mai la musica. Una passione a cui ha dato fiato con il sax, melodia tra le corde della chitarra e voce con il canto. Non sopporta le bugie e le fanno paura l’ignoranza e la superficialità.
La Nico (come ama farsi chiamare lei) ha “gli occhi pieni di nuvole e comete”, come la protagonista de L’arte della gioia, della sua (e pure mia) adorata Goliarda Sapienza. A 16 anni era una sorta di Vispa Teresa, vivace e incontenibile, un po’ come Modesta, la giovane protagonista del libro. «Avevamo una casa in montagna in Val di Blenio che ho vissuto intensamente. L’estate del 1979 ho incontrato una ragazza, non so spiegare a parole cosa sia successo: me ne sono innamorata follemente. Ricordo un’alba guardando un ghiacciaio dove mi sembrava di volare e mi si è aperto il mondo». Da quello squarcio Nico non è più tornata. «È stata una folgorazione. Siamo diventate amiche: Ida, bellissima ragazza afro-ticinese, è stata il mio simbolo di cambiamento». Nico da quell’incontro inizia la sua ricerca verso sé stessa. «Da allora ho abitato la mia omosessualità. Tornata in città ho cominciato a perlustrare quell’universo cercando altre ragazze che erano, ai tempi si diceva, come me».
Le mamme si sa, hanno le antenne ben sviluppate, come la sua che le chiese un giorno: «Sei innamorata di una ragazza?». Non amando le bugie Nico non ha saputo mentire rispondendole candidamente: «Sì!». Quella risposta avrebbe aperto il finimondo. Come si può nascondere l’amore quando è sentito profondamente? Chi non conosce, chi ha paura del “diverso” tende a soffocare, non mostrare, giudicare. «Io sono così e ho sempre vissuto il mio essere alla luce del sole, soprattutto perché non faccio nulla di male». Babbo Aldo, del 1924, le disse amorevolmente di fare attenzione e che temeva solo che qualcuno le avrebbe potuto fare del male. «Sono stati anni intensi tra me e i miei genitori, ma io sono stata sempre sincera, rimanendo fedele a me stessa».
Ti-Press / Massimo PiccoliGiugno è il mese dell’orgoglio LGBTQIA+. Il Pride si celebra in molti angoli di mondo da oltre 50 anni. È un mese dedicato alla riflessione sui diritti civili, sulla sessualità e sulle identità di genere. Promuove la libertà di vivere pienamente il proprio orientamento sessuale e la propria identità, senza repressioni. Come ha fatto la Nico dal 1979, quando si scoprì omosessuale in un Ticino provinciale e conservatore di poco più di 260’000 abitanti non era semplice vivere il proprio orientamento sessuale. Sulla soglia dei primi anni 80 si intravedeva l’epidemia dell’AIDS e appartenere alla comunità LGBTQIA+ per molti suscitava paura e stigma. «Essere lesbica, per me, non è mai stato un tema, anche se mi rendo conto di essere stata una mosca bianca in quegli anni. La comunità LGBTQIA+ era nascosta e molte persone omosessuali si sono trasferite all’estero per vivere più liberamente la loro vita, distanti da sguardi giudicanti e oppressivi». Nico scelse di vivere in Ticino, nonostante la mamma volesse farla curare da una terribile malattia. Ricordo che l’OMS – l’Organizzazione Mondiale della Sanità – elimina l’omosessualità dalle malattie psichiche solo nel 1990.
Dal 1984 al 1987 Nico studia psichiatria, anni in cui agli occhi della scienza era malata. «In classe eravamo tre persone omosessuali e ci siamo cuccati le materie di studio che trattavano temi, considerati guaritori, come: terapie di conversione, elettroshock eccetera. Se ci penso ora mi sembra assurdo: per la scienza ero considerata una perversa sessuale, ma non me ne fregava nulla, sono sempre andata avanti per la mia strada». In corsia – all’Ospedale Psichiatrico di Mendrisio – dove ha lavorato per anni, Nico non ha mai subito discriminazioni, certo non si contano le battutacce e le scurrilità. «Grazie alla determinazione e alla sensibilità sono diventata una brava infermiera. Ho sempre lottato per essere chi sentivo di essere, anche sul lavoro».
Erano anni scuri quelli macchiati dall’AIDS. «Una mia amica morì perché all’epoca la disinformazione dilagava e le categorie al di fuori dell’omosessualità e della tossicodipendenza agivano nell’ignoranza. Ho lavorato per Aiuto Aids Ticino e fortunatamente c’era un’assistente sociale che ci istruiva sul come affrontare situazioni critiche e come agire consapevolmente. Per noi era chiaro che ci si contagiava con rapporti sessuali non protetti e sangue. È stato complicato far passare questo messaggio. Ricordo le discussioni con il medico cantonale che stigmatizzava a prescindere certi gruppi, generalizzando il tema». Sono stati anni difficilissimi a livello umano. «In quel periodo un episodio professionale mi ha destabilizzato profondamente e, avendo rispetto per la sofferenza, ho iniziato un percorso terapeutico. Mi sono detta: come faccio ad aiutare gli altri, se non mi prendo cura delle mie ferite?».
Ti-Press / Davide AgostaUna foto del 2002, scattata alla Casa Faro di Cevio, comunità familiare per l’assistenza ai sieropositivi e malattie analoghe. Nicoletta Alberio, era responsabile della comunitàIl percorso verso una reale uguaglianza sembra lontano, se ci guardiamo intorno, l’epoca che attraversiamo è ricca di ingiustizie, soprusi e sofferenza, ma da qualche parte le scintille servono a far divampare fuochi pronti a creare resistenze che si battono per esistere e affermare il proprio essere. Un po’ come è stato con COLLEGATI, primo collettivo gay lesbico ticinese a cui ha dato il la con altre persone Nico Alberio. «Ho solo fatto quello che molti non si sentivano di fare: ci ho messo la faccia! Il ricordo più bello di quel momento: le persone uscivano allo scoperto per stare insieme». Le si illuminano gli occhi mentre me ne parla. «Si sentiva la gioia di non nascondersi più e vivere il proprio essere». Le battaglie conquistate sono tante per la comunità LGBTQIA+, ma a Nico vengono i brividi quando sente una parola travestita in maniera elegante: «Tolleranza non significa accogliere, ma sopportare, un po’ come si dice in latino obtorto collo (qualcosa che si fa malvolentieri). Oggi di cosa ho bisogno? Vorrei sapere come vivono le nuove generazioni queer. Chissà, forse sono una mia versione passata tra una naïf Vispa Teresa e una curiosa e indomita Modesta di Goliarda Sapienza».
Ti-Press / Massimo PiccoliNota di redazione: Nicoletta Alberio è fra i protagonisti di ‘PANICO MORALE - storie LGBTQIA+ della Svizzera italiana’, podcast della nostra collaboratrice Natascia Bandecchi, scritto insieme ad Agnese Làposi e realizzato con la collaborazione di Olmo Cerri e dell’Associazione REC. La serie attraversa trent’anni di storia della comunità arcobaleno in Ticino, compiendo un viaggio fra archivi, voci e testimonianze dirette, raccontando la nascita e lo sviluppo di una comunità in un contesto provinciale e conservatore. Si legga in merito l’articolo di Cristina Pinho, ‘laRegione’, 13 giugno, pagina 15.