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Lo strano caso di Susanna D’Intralcio

All’origine lei era una Audax, questo era il nome della casata. Ultima nata e unica femmina, sin da piccina risultò a tutti eccessivamente lenta e goffa

(© Matteo Beltrami)
17 maggio 2026
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Dal diario del Dottor Parnasus (Parigi, 11 luglio 1848 – luogo indefinito della Patagonia, 31 marzo 1948). Psico-mago, filosofo, esploratore, esoterista, esperto di decodifica genealogica, poeta gotico, navigatore di biografie.

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Parigi, 11 aprile 1885

Oggi riporterò del caso dell’affannata signorina Susanna D’Intralcio, una paziente di ricca stirpe che all’alba di una mattina tiepida si presentò nel mio studio di Montparnasse gattonando, non perché fosse dissennata, tutt’altro. Era incespicata in un’increspatura dello zerbino che lei stessa aveva prodotto, con la punta di uno stivaletto, giusto un istante prima che io le aprissi la porta d’ingresso. Dopo essersi rimessa in sesto, con il mio aiuto, prese posto, sorseggiò il caffè che le avevo preparato e iniziò a descrivermi, trasportata da un certo impeto, le ragioni che l’avevano persuasa a prendere un appuntamento.

La D’Intralcio crebbe in una famiglia decisamente prestante e, cito testualmente, “vincente”. Alti finanzieri, giudici di corte, atleti medagliati, per intenderci. Gente che ripudiava le inezie, così come gli indugi, così come certe sensibilità d’animo. D’Intralcio, di fatto, non era il suo cognome di nascita. All’origine lei era una Audax, questo era il nome della casata. Ultima nata e unica femmina, sin da piccina risultò a tutti eccessivamente lenta e goffa. (N.d.A.: sfido io! I suoi erano forsennati, lo sarebbe risultato quasi chiunque!). La guardavano come se fosse un’aliena caduta una notte dalla cima di una conifera. Ed era così che anche lei si sentiva.

Smisero presto di coinvolgerla nelle attività della famiglia, perché i suoi tre fratelli si sentivano da lei rallentati e, quando era presente, non riuscivano a eccellere secondo natura, anche a detta dei loro genitori. Per lei, dunque, niente più battute di caccia, né corse a cavallo, né tornei di scherma, né pesca al luccio. La misero a potare rose e a spazzolare cavalli. Forse per questo Susanna si sposò, appena maggiorenne, con il maniscalco delle loro scuderie, il giovane Bartolomeo D’Intralcio. La sua famiglia ne fu delusa, ma non sorpresa. La lasciarono fare, speranzosi soprattutto di vederla trasferirsi nella dépendance destinata agli inservienti. Bartolomeo era un ragazzo cortese e anche piuttosto spiritoso, con l’unico difetto di non avere mai imparato a prevedere, né a scansare, i possenti calci degli equini. Per questa ragione Susanna rimase vedova ben presto.

Decise di andarsene, addolorata, sopraffatta dal senso di inadeguatezza e dalla frustrazione derivata dall’impossibilità di adattarsi al regime tanto competitivo della sua stirpe. Nessuno dei suoi cercò di dissuaderla. La guardarono che si allontanava a cavallo, dopo che aveva trascorso ore a preparare un semplice fagotto ripieno di quattro stracci e qualche vivanda. Il cavallo non voleva procedere e lei non riusciva a dare i giusti comandi. Fu un momento imbarazzante e interminabile. Poi l’animale partì al galoppo e Susanna cadde. Rimontò in sella ma il cavallo andò ad infrascarsi in una fitta boscaglia. Lei rimase appesa a una betulla. Suo padre dovette darle una mano a scendere. Rimontò in sella e solo a quel punto riuscì ad imbroccare l’uscita della tenuta.

“Auguri per le vostre vittorie! Io cercherò la mia dignità nelle mie sconfitte”. Urlò. Ma era già troppo distante e nessuno la udì. Il tempismo non era il suo forte. “Cosa hai detto figliola?”, le gridò sua madre. “Lascia perdere, che vada!”, intimò il padre.

Trovò lavoro qualche giorno dopo, nella cittadina di Chartres. Maschera in un teatro. La licenziarono dopo un giorno soltanto perché nel buio si agitava, si perdeva e finiva sempre sul palco, unica fonte luminosa.

Il servizio ai tavoli non faceva per lei, glielo disse un maître di sala dopo che l’aveva osservata flambare un cosciotto di maiale. I pompieri glielo confermarono. Si spostò verso Parigi. La misero a timbrare biglietti all’ingresso di un tram a vapore, solo che il cuore le si inteneriva quando qualche indigente le chiedeva di poter viaggiare senza pagare. La voce si sparse e in un paio di giorni la carrozza si riempì di accattoni e furfanti.

Susanna mi supplicò di aiutarla, voleva liberarsi da quell’inettitudine che sembrava presentarsi ad ogni gesto, ad ogni passo che lei desiderava compiere verso il mondo e verso la sua emancipazione.

Come prima cosa le cosparsi capo e collo con un unguento alla lavanda di mia preparazione. Le feci ingollare una massiccia dose di una brodaglia al tiglio di mia invenzione. Accesi attorno a lei generose porzioni di un incenso oppiaceo che avevo recuperato nelle Indie. Le sussurrai all’orecchio dei mantra antichi che avevo imparato in alcuni miei viaggi in Oriente. Si doveva placare. Intuii che la fretta convulsa impostale dai fratelli maggiori in tenera età non l’aveva mai abbandonata ed era stata, per molti versi, l’origine di quell’identità claudicante, artificiosa, indotta.

“Mi sento strana, doc”, biascicò. Allora la invitai a coricarsi e a concedersi un sonnellino. “Ma così, di prima mattina?”. “Si lasci andare, su”. Dormì per undici ore, prese a stiracchiarsi al tramonto. L’attendevo seduto sulla mia poltrona, a pochi centimetri dal suo giaciglio. Osservai il suo risveglio e rimasi soddisfatto nell’osservare che non tentò di parlare, né di alzarsi.

“Ricorda il mantra che le ho sussurrato stamane, signorina?”.

“Méiyǒu rén zhuī nǐ, yě méiyǒu rén děng nǐ”, mormorò con una voce morbida, profonda, la lingua sciolta e gli occhi ancora chiusi.

“Molto bene, Susanna. Se lo ricordi, se lo ripeta”.

“Ma che cosa significa?”.

“Nessuno la insegue, nessuno la aspetta”.

“Oh, ma che bellezza. Ho sempre percepito il contrario. Ma è già buio, doc?”.

“Certo, è quasi notte Susanna”.

“E cosa devo fare, adesso?”, mi chiese allora.

“Nulla. Vaghi un po’ per le vie illuminate. Sarà una notte serena. E domani cerchi un nuovo impiego. Ah! E non si dimentichi del suo compito biologico”.

“Ossia?”, mi chiede incuriosita.

“Inviti tutti i suoi familiari per un pranzo domenicale. E quando arriveranno, non appena lei aprirà la sua porta d’ingresso, pronunci la seguente frase: ma è mai possibile che siate sempre così in anticipo? Il pane non ha ancora lievitato. Quando imparerete a godervi l’attesa?”.

Susanna fece di sì con la testa e si congedò. Non rividi più quella giovane donna. Non di persona perlomeno. Diversi mesi dopo, con mia somma sorpresa, il giornale parlava di lei. A quanto pareva aveva intrapreso un lungo periodo di praticantato presso un panificio spiantato e sconosciuto, l’unico che l’aveva ammessa. Quel panificio era diventato in breve tempo il più frequentato degli Champs-Elysées e questo grazie a Susanna, che alla pagina Gastronomia e altre Beatitudini parigine era definita “L’incantevole fata della più lenta e sopraffina lievitazione”.

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