Emozione sociale innata, la vergogna è un meccanismo sviluppato da noi esseri umani per garantirci la sopravvivenza all’interno del nostro gruppo sociale

La vergogna è un’emozione sociale innata, sviluppata da noi esseri umani per garantirci l’inclusione e la sopravvivenza all’interno del nostro gruppo sociale, regolandone le dinamiche. La usiamo anche come sistema di difesa, lo dice la psicologia evoluzionistica, inoltre la vergogna spinge a correggere comportamenti ‘inappropriati’, che porterebbero all’esclusione, perché fortemente legata alla paura del giudizio. A conti fatti un potente fattore di inibizione universale…
Nell’assistere al dibattito pubblico, e anche a quello privato, è interessante notare come l’esortazione a “vergognarsi” rappresenti un topos sempre più diffuso. Locuzioni quali “Si vergogni!”, “Che vergogna questo ritardo”, “Lei è senza vergogna”, esprimono la riprovazione – morale, estetica o sociale – verso “un’azione, un comportamento o una situazione, che siano o possano essere oggetto di un giudizio sfavorevole, di disprezzo o di discredito” (www.treccani.it).
Al contempo, l’appello a questo sentimento tende, o forse “intende”, a suscitare nella persona a cui è rivolto un effettivo senso di vergogna, acquisendo così, almeno potenzialmente, una valenza coercitiva rispetto all’interlocutore. L’esortazione a “vergognarsi” non dovrebbe però essere sottovalutata perché il senso di vergogna genera una sofferenza psicologica equiparabile, quanto a intensità, solo ai sentimenti di perdita e di colpa. La vergogna è quindi, e con buone ragioni, temuta, tanto da rappresentare (insieme appunto alla colpa) il più efficace strumento di controllo sociale, nonché un fattore d’inibizione pressoché universale.
© DepositphotosSentimento complesso fra i più intensi – in senso negativo – che si possano provare, la vergogna e il suo più mite fratello, l’imbarazzo, sono prerogative specificamente umane in quanto implicano la capacità di auto-rappresentarsi; di vedersi, per così dire, dal di fuori, e sono per questo suscitati dallo sguardo, a cui corrisponde l’impulso a coprirsi o a nascondersi (“avrei voluto seppellirmi/sprofondare/sparire”). Per questo la connessione fra auto-coscienza e vergogna è nota fin dal principio, nel senso che la troviamo già nella Genesi (3,10-11 – “Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto”. […] “Chi ti ha fatto sapere che eri nudo? Hai forse mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?”).
© WikipediaCacciata dei progenitori dall’Eden, affresco di Masaccio, Cappella Brancacci, chiesa di Santa Maria del Carmine (Firenze), 1424-1425Secondo gli psicologi Battacchi M.W. & Codispoti O. (La vergogna. Saggio di psicologia dinamica e clinica, ed. Il Mulino, 1992), “la vergogna è connessa con il farsi vedere e ancor più primariamente con l’essere visti […] In questo essere visti si è anche giudicati in termini molto spesso negativi”, laddove “l’osservazione e il giudizio investono non l’azione e nemmeno le caratteristiche, ma proprio la persona in quanto tale, le aspettative sulla persona da parte degli altri o della persona stessa”. In altre parole, “nella vergogna il giudizio verte sulla propria immagine” (Ibidem, pag. 38). Non a caso, un altro modo per “suggerire” a qualcuno di vergognarsi è attraverso l’esortazione: “Guardati allo specchio!”.
Come spiegano altri due psicologi, Rochat P. & Zahavi D. (The uncanny mirror: A re-framing of mirror self-experience, Consciousness and cognition, 2011): “L’impatto decisivo e destabilizzante dell’auto-riconoscimento allo specchio non consiste tanto nel fatto che io arrivi a identificare l’immagine nello specchio con me stesso. Piuttosto, ciò che entra in gioco qui è la realizzazione di esistere in uno spazio inter-soggettivo. Io sono esposto e visibile agli altri. Guardandomi nello specchio, vedo me stesso come gli altri mi vedono. Sono messo a confronto con l’aspetto che presento agli altri.
Di fatto, non solo mi sto guardando come gli altri mi vedono, ma sto anche guardando me stesso come se fossi un altro, ovvero sto adottando una prospettiva che mi aliena da me stesso. La valenza enigmatica e inquietante dell’immagine riflessa deriva precisamente da questa sovrapposizione fra il sé e l’altro” (Ibidem, pag. 6).
Proviamo dunque vergogna per noi stessi, ma, specularmente, possiamo provarla anche per interposta persona, ovvero sentirci in imbarazzo per la condotta di qualcun altro, anche se non ha nulla a che fare con noi, a riprova della natura eminentemente relazionale di questo sentimento.
È infatti nel rapporto fra il sé e l’altro, reale o fantasmatico che sia, che si manifesta; ed è in questa intercapedine, nello scarto fra ciò che sento, o desidero, di essere e ciò che il mondo mi dice che sono, nel solco scavato dalla consapevolezza di esistere, in me e quindi negli altri, che prende forma la paventata eventualità della vergogna, così come il suo contrario, e cioè l’orgoglio.
Ma cosa succede quando lo spazio sociale diventa virtuale? Quando l’esposizione è sistematica, non soggetta all’oblìo, priva di meccanismi di compensazione quali la possibilità di rettifica o di ammenda? Non sorprendentemente, ciò che ne deriva è una drammatica amplificazione del sentimento di vergogna, sia in senso quantitativo (maggiore, più intenso) che, considerata la natura “performativa” della presenza in rete, in termini qualitativi: dallo shaming fino al revenge porn, la vergogna si costituisce come cifra distintiva dei social network, uno spazio interamente giocato sull’immagine di sé.
Secondo B. Carnevali: “Al centro dell’immagine sociale c’è la faccia: il fulcro dell’apparenza umana e della sua relazione con l’alterità. La faccia è ‘la facciata’ che proiettiamo all’esterno, il lato più esposto che offriamo al mondo – nel senso dell’esibizione di sé, così come in quella della vulnerabilità, dell’apertura alla possibilità della ferita e della violenza (dal latino, vultus/vulnus)” (Social Appearances, a philosophy of display and prestige, Columbia University Press, 2020, pag. 36).
Non è forse un caso, allora, che il primo social network in ordine di tempo si chiami proprio Facebook...
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