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Natura sotto pressione

Natura sotto pressione
Comunità locali, coinvolte nei progetti
(© WWF)
24 ottobre 2026
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Il pianeta perde i suoi animali selvatici a un ritmo che non lascia dubbi. Secondo il Living Planet Report 2026 del WWF, le popolazioni di vertebrati monitorate in tutto il mondo sono diminuite in media del 73% tra il 1970 e il 2022. Non significa che sia scomparso il 73% delle specie né degli animali: l’indice misura quanto si sono ridotte, in media, le popolazioni osservate dagli scienziati. Il quadro cambia molto a seconda degli habitat e delle regioni. Gli ecosistemi d’acqua dolce sono i più colpiti, con un calo dell’85%; seguono la terraferma (-69) e il mare (-59). In America Latina e nei Caraibi la flessione raggiunge ben il 95%, in Africa l’80, in Asia e Pacifico il 49. L’Europa e l’Asia centrale si fermano al 23%, ma partivano da una situazione già compromessa prima del 1970. Dietro la perdita di habitat, la minaccia più frequente, ci sono tre sistemi: alimentazione, energia e finanza. L’edizione di quest’anno, la sedicesima, si basa su 35’803 popolazioni e 5’790 specie, quasi mille popolazioni e circa trecento specie in più rispetto al 2024. E contiene un dato che invita a non arrendersi: circa la metà delle popolazioni è stabile o in crescita.

La scienza della Speranza

Il sottotitolo del rapporto è “The Science of Hope”, la scienza della speranza. Non è un esercizio di ottimismo di maniera: i dati dicono che, dove si interviene con costanza e con le risorse giuste, la tendenza si può invertire. Metà delle popolazioni monitorate, il 7% stabili e il 43% in crescita, lo conferma.

Gli esempi non mancano. La tigre è risalita da circa 3’200 esemplari nel 2010 a circa 5’700 nel 2025, grazie a piani nazionali, ranger professionisti e lotta al bracconaggio. Il tonno rosso dell’Atlantico, crollato dell’80% fino al 2010, è tornato fuori pericolo: nel 2021 la Lista rossa dell’IUCN lo ha spostato da “in pericolo” a “rischio minimo”, dopo anni di quote ridotte e controlli più severi. Lo stesso è accaduto nell’ottobre 2025 alla tartaruga verde, la prima tartaruga marina a compiere questo salto: la sua popolazione è cresciuta del 28% dal 1970. In diverse regioni dell’Africa australe, dove le comunità locali partecipano alla gestione, gli elefanti sono stabili o in aumento.

Sono storie che dimostrano che la protezione funziona. Ma il WWF invita a non confondere speranza e ottimismo: l’ottimismo aspetta che le cose si aggiustino da sole, la speranza chiede di agire, senza nascondere i fatti scomodi. Questi successi restano fragili, legati a impegni di lungo periodo, e non bastano a compensare la perdita complessiva. Per questo la domanda non è più se si possa invertire la rotta, ma se lo si voglia fare in tempo, cambiando i sistemi che alimentano la crisi: energia, alimentazione e finanza.

Il nodo dei soldi

Dietro il declino della natura c’è anche una questione di soldi. Secondo il rapporto “State of Finance for Nature 2026” del Programma ambientale dell’ONU (UNEP), nel 2023 sono stati investiti 7,3mila miliardi di dollari in attività che danneggiano la natura, a fronte di 220 miliardi destinati a soluzioni basate sulla natura. Considerando capitali pubblici e privati, il rapporto è di circa 30 a 1; se si guarda solo al settore privato, sale a circa 200 a 1. Il divario di finanziamento per la biodiversità è stimato in 942 miliardi di dollari all’anno. Per il WWF il Living Planet Report mostra che non bastano più i singoli progetti di protezione: servono cambiamenti di sistema. Il rapporto si appoggia agli studi dell’Università di Exeter sui punti di svolta positivi: quando un sistema supera una soglia, il cambiamento si autoalimenta, diventa più rapido, più economico e più difficile da invertire.

Il primo ambito è l’energia, dove la soglia è già stata superata: nella maggior parte dei Paesi il solare è la fonte più economica per produrre nuova elettricità, e la transizione prosegue anche con il vento politico contrario. Gli altri due sono l’alimentazione, la prima causa di perdita di habitat, e la finanza, che orienta ogni anno enormi flussi di denaro.

È qui che il WWF Svizzera vede una leva decisiva: il denaro che oggi alimenta la distruzione deve essere reindirizzato verso ciò che protegge la natura. In questa direzione va l’iniziativa per la piazza finanziaria, sostenuta da 145’000 firme, che chiede regole vincolanti per i rischi climatici e naturali nel settore finanziario. Il WWF Svizzera è tra i promotori. Il messaggio, per l’organizzazione, vale anche per la salute: una natura intatta significa aria più pulita, acqua più sana e meno rischi per le persone.

Svizzera, luci e ombre

Anche in Svizzera la natura è sotto pressione. Per il WWF le ragioni sono note: il paesaggio è sfruttato quasi ovunque, gli habitat di valore sono spesso piccoli, isolati e di scarsa qualità, e le aree protette sono poche. Pesano l’agricoltura intensiva con i suoi elevati apporti di azoto, la dispersione degli insediamenti e delle vie di comunicazione, i sussidi dannosi. Le misure di protezione, inoltre, vengono attuate spesso con lentezza o solo in modo puntuale.

Eppure ci sono ritorni che sorprendono. La cicogna bianca, scomparsa come nidificante nel 1950, conta oggi 1’310 coppie. Ma la crescita dal 2010 si deve soprattutto a inverni più miti e allo svernamento in Spagna e Portogallo, dunque anche al cambiamento climatico, mentre zone umide e prati restano sotto pressione. La lontra, data per estinta dopo l’ultimo avvistamento del 1989 sul Lago di Neuchâtel, è tornata: le prime tracce nel 2009, i primi cuccioli lungo l’Inn nel 2017, oggi è presente in diversi cantoni, Ticino compreso. WWF Berna e WWF Soletta la seguono con volontari nel progetto “Otterspotter”, insieme a Pro Lutra.

Nell’Hasliaare, nell’Oberland bernese, la trota lacustre si osserva di nuovo durante la deposizione, dopo il risanamento dei deflussi discontinui da parte della centrale KWO. Ma oltre i 25 gradi l’acqua diventa letale: senza protezione del clima, il pesce rischia di sparire un’altra volta.

Contano anche i piccoli gesti. Dal 2015 il programma “Connexions Naturelles” del WWF ha realizzato oltre 520 progetti, tra cui 14,8 chilometri di siepi, e il 58% dei partecipanti osserva specie nuove o più numerose.

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