imposta preventiva
Alle urne per un altro alleggerimento fiscale
Il 25 settembre si vota sull’abolizione dell’imposta preventiva. La sinistra potrebbe fare poker. Le risposte alle principali domande
(Keystone)
15 settembre 2022
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Su cosa si vota?

Su una modifica della legge federale sull’imposta preventiva.

Concretamente?

Il ‘cuore’ della mini-riforma è l’abolizione dell’imposta preventiva del 35% che la Confederazione riscuote sia sugli interessi da obbligazioni emesse in Svizzera dopo il 1º gennaio 2023 (quelli maturati sulle obbligazioni esistenti continuerebbero ad essere assoggettati all’imposta), sia sugli interessi maturati sui conti bancari di società anonime, altre persone giuridiche e investitori esteri (i privati residenti in Svizzera continuerebbero a essere assoggettati).

La riforma prevede anche l’abolizione della tassa di bollo sull’acquisto e la vendita di titoli (obbligazioni e azioni) da parte di operatori svizzeri, come banche, gestori patrimoniali, istituti previdenziali ed enti pubblici: è la cosiddetta tassa di negoziazione, che ammonta all’1,5 per mille per i titoli svizzeri e al 3 per mille per quelli esteri. Questa tassa continuerebbe a essere applicata in caso di negoziazione di obbligazioni estere. Le altre due tasse di bollo (tassa d’emissione e tassa sui premi d’assicurazione) non rientrano nella riforma in votazione il 25 settembre.

Imposta preventiva: come funziona?

Per procurarsi denaro fresco, un’impresa a corto di liquidità – ma anche la Confederazione, i Cantoni e i Comuni – può decidere di emettere delle obbligazioni. Chi le acquista ‘presta’ denaro, ricevendone in cambio degli interessi. Su questi interessi si applica un’imposta alla fonte (detta ‘preventiva’) del 35%. Se gli investitori residenti svizzeri li dichiarano correttamente al fisco, l’imposta viene loro rimborsata. Gli stranieri, invece, ne recuperano solo una parte a determinate condizioni.

Qual è l’obiettivo della riforma?

Far sì che le imprese svizzere emettano più obbligazioni nella Confederazione. Attualmente, infatti, aggirano l’imposta preventiva – ritenuta complicata e onerosa dal Consiglio federale e dalla maggioranza del Parlamento – emettendo le loro obbligazioni attraverso società estere, in Paesi che non conoscono un’imposta del genere, o dove questa è molto più bassa. La conseguenza: tra il 2010 e il 2020 il volume delle nuove obbligazioni emesse in Svizzera è diminuito del 20%. L’idea, dunque, è di rendere nuovamente attrattiva l’attività di negoziazione delle obbligazioni in Svizzera. Le imprese ricomincerebbero a procurarsi capitale nel Paese, creando un valore aggiunto (posti di lavoro compresi) che dovrebbe generare maggiori entrate fiscali per Confederazione, Cantoni e Comuni. Governo e parlamento hanno voluto la riforma anche per permettere alla Confederazione di attrezzarsi meglio contro una concorrenza sempre più agguerrita in ambito fiscale sul piano internazionale.

Perché si vota?

Perché Ps, Verdi e sindacati hanno lanciato con successo il referendum (circa 60mila le firme raccolte) contro la decisione adottata dal Parlamento nel dicembre dello scorso anno.

Quali sono i loro argomenti?

La sinistra e i sindacati (affiancati dal Partito evangelico) denunciano la concessione di "nuovi privilegi" concessi alle grandi imprese. Visto che l’imposta preventiva – incoraggiando i contribuenti a dichiarare i loro redditi da capitale per poter recuperare in seguito i loro soldi – mira in primo luogo a frenare la sottrazione fiscale, la sua abolizione non farà altro che favorire "la criminalità fiscale di oligarchi e grandi investitori" stranieri. Alle casse dello Stato verranno a mancare fino a 800 milioni di franchi all’anno in entrate fiscali. La fattura la pagheranno come sempre i cittadini, sotto forma di riduzione delle prestazioni e dei servizi. Inoltre, vi saranno meno risorse disponibili per investire in settori prioritari quali la previdenza vecchiaia o la politica climatica. A beneficiare dei cambiamenti sarebbero solo quelle 200 grandi aziende, società di finanziamento e banche che emettono delle obbligazioni per racimolare capitale. Non ne trarranno vantaggio invece le 600mila circa piccole e medie imprese svizzere, dato che queste non si finanziano con le obbligazioni ma attraverso crediti bancari o emettendo delle azioni. "Incomprensibile" viene poi definita la "disparità di trattamento" tra "grandi investitori e oligarchi" da un lato e comuni cittadini dall’altro: sui conti bancari detenuti da questi ultimi, infatti, l’imposta preventiva continuerà ad essere riscossa; non così, invece, su quelli detenuti da società anonime, altre persone giuridiche e investitori esteri.

Chi sostiene la riforma?

Il Consiglio federale, la maggioranza del Parlamento, i partiti della destra e del centro (Udc, Plr, Alleanza del Centro, Verdi liberali) e tutte le organizzazioni economiche (economiesuisse, Usam, Unione svizzera degli imprenditori), spalleggiate dall’Unione svizzera dei contadini. Ritengono che la riforma impedirà al mercato obbligazionario di spostarsi ulteriormente all’estero e riporterà in Svizzera le aziende, con tutto ciò che ne consegue di positivo a livello di entrate fiscali (350 milioni di franchi all’anno entro cinque anni, fino a 490 milioni entro dieci anni) e posti di lavoro. Il mercato nazionale dei capitali – poco sviluppato rispetto ad esempio a Lussemburgo, Singapore, Corea del Sud, Stati Uniti e Regno Unito – ne uscirà dunque rivitalizzato. A beneficiarne saranno anche Cantoni, Comuni e altre istituzioni (ospedali, trasporti pubblici, aziende energetiche, banche cantonali ecc.), che dipendono da un mercato funzionante di capitali di terzi per i loro investimenti. L’imposta preventiva, inoltre, continuerebbe a essere riscossa sui dividendi, che costituiscono una parte cospicua delle entrate, rimanendo così un’importante fonte di guadagni. La parte del balzello interessata «è meno del 5%», ha assicurato il ministro delle Finanze Ueli Maurer, che proprio per questo ha definito il progetto una «mini-riforma». Questa è intesa anche quale contromisura alla riforma fiscale dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) – e alla conseguente introduzione di un’aliquota d’imposta minima – allo scopo di mantenere intatte competitività e attrattiva della Svizzera. Maurer ha spiegato che si tratta di «mandare un segnale positivo in favore della piazza finanziaria elvetica».

Quali sarebbero le conseguenze finanziarie?

Sono solo in parte quantificabili: secondo il Dipartimento federale delle finanze (Dff), ci vorranno 3-5 anni per valutarli.

In un primo momento, secondo le stime attuali, la perdita di gettito fiscale (quasi esclusivamente per la Confederazione; per Cantoni e Comuni vi sarebbero invece maggiori entrate) dovrebbe ammontare ad alcune decine di milioni di franchi all’anno. A lungo termine vanno messe in conto minori entrate per 215-275 milioni di franchi all’anno (su un totale di 75-80 miliardi), a condizioni economiche e tassi d’interesse costanti. Il Consiglio federale si aspetta però che le modifiche previste creino valore aggiunto e posti di lavoro, con relative maggiori entrate fiscali. Di conseguenza, nella migliore delle ipotesi la riforma potrebbe già autofinanziarsi nell’anno in cui entrerà in vigore.

Le cifre sono contestate dagli oppositori. A loro avviso, le ripercussioni a livello di gettito fiscale vengono minimizzate. Sostengono che, se i tassi dovessero aumentare, il buco nelle casse di Confederazione, Cantoni e Comuni sarebbe di circa 800 milioni di franchi complessivi all’anno.

La verità, come spesso avviene, starà da qualche parte nel mezzo.

Come andrà a finire?

La campagna va avanti in sordina, all’ombra di quelle ben più vivaci sulla riforma dell’Avs e sull’iniziativa contro l’allevamento intensivo. Per dire: a metà agosto Ueli Maurer ci ha messo meno di 20 minuti per presentare la posizione del Consiglio federale...

I primi sondaggi indicano che la modifica di legge non avrà vita facile. Nella prima metà d’agosto il ‘sì’ si attestava fra il 30% (Tamedia/‘20 Minuten’) e il 49% (gfs.bern/Ssr), a fronte di un 51%/35% di contrari. Gli indecisi erano ancora parecchi (25%/16%).

Il tema – non facilmente ‘leggibile’ dai più – provoca una classica divisione fra destra e sinistra. In febbraio quest’ultima si è aggiudicata la votazione popolare contro la soppressione della tassa di emissione sul capitale proprio, respinta nettamente dal 62,7% dei votanti. E gli argomenti di sostenitori e oppositori sono praticamente gli stessi di quelli sentiti mesi fa.

Tra l’altro: non era la prima volta che Ps, Verdi e sindacati dimostravano la loro capacità di ostruzione su progetti fiscali. Nel 2017 erano riusciti ad affossare la riforma III dell’imposizione delle imprese; poi nel 2020, in piena pandemia, avevano bissato il successo con un chiaro ‘no’ popolare all’aumento delle deduzioni per i figli. Non sarebbe una sorpresa se il 25 settembre facessero poker.

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