È iniziato oggi in Consiglio nazionale il lungo dibattito sull'Iniziativa popolare "Stop al blackout" e sul relativo controprogetto, destinato a segnare il futuro dell'energia atomica in Svizzera. Le discussioni riprenderanno domani, ma la Camera del popolo sembra incline ad allinearsi al Consiglio degli Stati e, quindi, a consentire la costruzione di nuove centrali nucleari nel Paese.
Durante la Sessione primaverile, i "senatori" hanno respinto l'iniziativa popolare "Energia elettrica in ogni tempo per tutti (Stop al blackout)", ma accolto il controprogetto proposto dal Consiglio federale, che apre la strada a nuovi reattori per garantire la sicurezza dell'approvvigionamento energetico a lungo termine, malgrado nel 2017 il popolo elvetico abbia approvato (con il 58,2% di consensi) la graduale uscita dal nucleare.
Anche la maggioranza della Commissione dell'ambiente, della pianificazione del territorio e dell'energia del Consiglio nazionale (CAPTE-N) della Camera del popolo raccomanda al plenum di bocciare l'iniziativa e di accogliere il controprogetto indiretto proposto dall'Esecutivo. Quest'ultimo prevede un adeguamento della legge federale sull'energia nucleare anziché della Costituzione ed è considerato il mezzo più efficace per eliminare il divieto di costruire nuovi impianti.
L'iniziativa popolare "Stop al blackout", lanciata dal Club Energia Svizzera, un'alleanza di ambienti borghesi, prevede in primo luogo di ancorare nella Costituzione tutti i tipi di produzione di energia rispettosi del clima. Il Consiglio federale intende invece mantenere aperte tutte le opzioni per l'approvvigionamento energetico dei prossimi anni e ritiene la revoca del divieto di costruire nuove centrali nucleari un punto fondamentale.
Dello stesso avviso anche la maggioranza della Commissione, la quale oggi in aula ha sostenuto che la Svizzera deve mantenere aperte tutte le opzioni e diversificare i vettori energetici. "Se gli obiettivi di potenziamento delle energie rinnovabili non saranno raggiunti, a partire dal 2050 nuove centrali nucleari potrebbero contribuire alla sicurezza dell'approvvigionamento", ha evidenziato Simone de Montmollin (PLR/GE).
L'abolizione del divieto di costruzione di nuovi reattori è urgentemente necessaria per garantire un fabbisogno energetico sicuro, indipendente e a basse emissioni, ha ribadito Mike Egger (UDC/SG), che ha specificato come le centrali nucleari siano indispensabili soprattutto per evitare una penuria di elettricità nei mesi invernali. La crescente domanda di corrente legata alla decarbonizzazione, alla digitalizzazione e alla "massiccia crescita demografica" richiede una politica energetica aperta a tutte le tecnologie, ha aggiunto.
Christian Imark (UDC/SO) - sollecitato da un collega in aula - ha richiamato il recente lungo fermo della centrale solettese di Gösgen (l'interruzione è durata 10 mesi, ndr.), sostenendo che la Svizzera debba disporre di maggiori capacità produttive per garantire l'approvvigionamento anche in caso di simili guasti prolungati.
L'approvvigionamento di energia elettrica si trova di fronte a grosse sfide, soprattutto in inverno, gli ha fatto eco Christian Wasserfallen (PLR/BE), pur sottolineando che le energie rinnovabili rimangono un pilastro fondamentale. Secondo il bernese la domanda di corrente continuerà ad aumentare e il controprogetto permette di correggere gli errori della Strategia energetica.
Durante il dibattito, una minoranza della commissione ha proposto di non entrare in materia proponendo il rinvio al Consiglio federale con l'incarico di fare innanzitutto chiarezza sulle ripercussioni finanziarie di eventuali nuovi reattori, in particolare per i conti pubblici. Oltre all'aspetto legato alle sovvenzioni - dell'ordine di miliardi di franchi - sono state sollevate dai contrari anche le questioni della sicurezza, dello smaltimento dei rifiuti radioattivi e dello sviluppo delle energie rinnovabili.
"L'iniziativa 'Stop al blackout' è un progetto del passato, guarda indietro mentre le sfide della politica energetica sono chiaramente davanti a noi", ha detto Greta Gysin (Verdi/TI). "La Svizzera deve sviluppare energie rinnovabili ridurre le proprie dipendenze e rafforzare la sicurezza dell'approvvigionamento. Per nessuno di questi obiettivi le nuove centrali nucleari rappresentano una risposta giusta", ha sottolineato la ticinese.
Stando alla maggioranza della CAPTE-N, da un punto di vista tecnico, nell'area di ubicazione Lägern Nord (a cavallo tra i cantoni di Argovia e Zurigo) vi è sufficiente capacità per le scorie di nuovi impianti. Eppure, la Svizzera non dispone neppure oggi di una soluzione concreta per lo stoccaggio degli attuali rifiuti radioattivi (destinati a durare centinaia di migliaia di anni), ha evidenziato Marionna Schlatter (Verdi/ZH).
Dal canto suo, Martin Bäumle (PVL/ZH) ha sottolineato che il controprogetto indiretto del Consiglio federale deve essere analizzato anche sotto il profilo della politica finanziaria e il suo trattamento non può limitarsi a una mera decisione di principio. Considerati gli elevati costi di investimento e i significativi tempi di realizzazione, la costruzione di nuove centrali richiederebbe inevitabilmente un sostegno finanziario da parte dello Stato, ha ribadito Nadine Masshardt (PS/BE).
In aula sono state inoltre evocate da più oratori le catastrofi di Chernobyl e Fukushima, come pure la crisi energetica scaturita dalla guerra di aggressione russa in Ucraina. Ma anche il fattore della sicurezza e dei rischi di attacchi militari, cibernetici o ibridi e la "dubbia" provenienza dell'uranio (la Russia è uno dei maggiori produttori, ndr.) sono stati menzionati a più riprese, soprattutto per quanto riguarda i legami con enti che operano nell'ambito delle armi nucleari. Hasan Candan (PS/LU) ha ricordato al plenum che, per alimentare le sue centrali, la Svizzera deve fare affidamento a Stati che non rispettano gli standard in materia ambientale né di diritti umani.
"Non dobbiamo decidere se costruire nuove centrali nucleari, bensì stabilire quali opzioni abbiamo a disposizione", ha riassunto Nicolò Paganini (Centro/SG), rammentando che va comunque rispettata la volontà popolare, espressa nella votazione del 2017 sull'attuazione della Strategia energetica 2050.
In totale si sono annunciati oltre novanta oratori e il dibattito riprenderà domani. Mentre le posizioni del campo rosso-verde e della destra borghese sembrano già definite, sarà verosimilmente il Centro a detenere la chiave dell'esito finale.