A dirlo è l'economista Nils Soguel. Secodo cui occorre considerare l'intero sistema, compresi i premi della cassa malati

Il tasso Iva svizzero è il più basso d'Europa, un dato che a Berna alimenta regolarmente l'idea di un aumento, ultimamente per finanziare l'esercito o la previdenza vecchiaia: ma per l'economista Nils Soguel, bisogna considerare l'intero sistema fiscale, compresi i premi della cassa malati.
In un'intervista rilasciata al periodico finanziario romando L'Agefi alla vigilia di un dibattito al Consiglio degli stati sul finanziamento della 13esima rendita Avs il professore di finanze presso l'Istituto di alti studi in amministrazione pubblica di Losanna mette in guardia dalle letture semplicistiche e spiega perché, sebbene un aumento dell'Iva sia preferibile a un incremento dei contributi sociali, non rappresenta a suo avviso la soluzione migliore ai problemi di bilancio dello stato.
Al giornalista che gli chiede se a Berna l'aumento dell'Iva sia diventato una sorta di riflesso politico l'esperto è categorico. «Sì, chiaramente. Storicamente, ci sono volute diverse votazioni per far accettare al popolo il passaggio dall'imposta sulla cifra d'affari all'Iva. Dall'introduzione nel 1995, la tendenza del tasso è al rialzo: si è passati progressivamente da un'aliquota ordinaria del 6,5% all'8,1% dal 1° gennaio 2024. Parallelamente, il sistema si è complicato. In teoria, l'Iva viene presentata come un'imposta semplice, con un'aliquota unica», ricorda il 63enne. Ma in realtà le cose sono ben diverse: la Svizzera prevede un'aliquota ridotta (del 2,6%, in particolare per i prodotti alimentari), esenzioni (in particolare per le imprese con un fatturato annuo inferiore a 100'000 franchi), settori esclusi e persino un'aliquota speciale per ramo alberghiero. «Ci si allontana quindi dal modello semplice descritto nei manuali».
L'esperto sottolinea poi un aspetto semantico fondamentale: l'Iva non è una tassa, ma un'imposta. «In tedesco si chiama ‘Mehrwertsteuer’ e in italiano ‘imposta sul valore aggiunto’. In francese, l'espressione ‘taxe sur la valeur ajoutée’ crea confusione. Una tassa presuppone una contropartita diretta e una proporzionalità tra l'importo pagato e la prestazione ottenuta. Con l'Iva non c‘è una prestazione individualizzabile in cambio. È quindi un'imposta».
Un'imposta riscossa dalle imprese, il che aggiunge complessità. «Nel caso dell'IVA, il contribuente economico finale è il consumatore, ma il contribuente amministrativo è l'impresa», spiega l'accademico. «È lei che raccoglie l'imposta per conto dello stato. C’è quindi una delega del prelievo da parte dei poteri pubblici. Questo rende il sistema esigente per le imprese, specialmente in un paese composto in gran parte da piccole e medie imprese. Il carico amministrativo per le società rimane elevato».
Uno dei temi centrali dell'intervista è la falsa percezione creata dal confronto internazionale. La Svizzera ha un'aliquota Iva bassa, ma "confrontare solo le aliquote Iva dà un'immagine ingannevole», avverte l'intervistato. «Bisogna tenere conto dell'intero sistema fiscale, in particolare delle imposte dirette sul reddito, spesso più basse negli stati dell'Unione europea, e dei premi di cassa malati obbligatori, che pesano fortemente sulle famiglie. Dire che la Svizzera dispone di un grande margine perché la sua aliquota Iva è bassa significa ignorare l'architettura generale dei prelievi».
Perché allora l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse spinge regolarmente la Svizzera a privilegiare maggiormente l'imposizione indiretta?«Dal punto di vista economico, l'Iva è spesso considerata una buona imposta», risponde il docente. «Innanzitutto, rende molto. È la più importante fonte di finanziamento della Confederazione. In secondo luogo, in teoria, l'Iva è relativamente neutra». Il suo principale difetto è però quello di essere regressiva. «L'Iva colpisce i consumi, non la capacità contributiva. Pesa quindi proporzionalmente di più sui nuclei familiari modesti se rapportata al loro reddito disponibile», osserva lo specialista.
Alla domanda se la Svizzera abbia trovato un equilibrio tra fiscalità diretta e indiretta, lo specialista risponde: «Globalmente, sì. Questo equilibrio corrisponde abbastanza bene ai bisogni di un paese organizzato secondo il modello del federalismo». Quanto all'ipotesi di uniformare l'aliquota Iva, come richiesto dal Plr, Soguel si dice favorevole: «Da un punto di vista economico, sì, sarebbe una misura saggia. Un'aliquota uniforme di Iva semplificherebbe fortemente il sistema e rafforzerebbe la sua neutralità. Oggi, il compromesso politico va nella direzione opposta: si moltiplicano le eccezioni per rispondere a preoccupazioni di equità, al prezzo di una complessità crescente».
In relazione alla tendenza ricorrente a finanziare nuove spese (Avs ed esercito in primis) con aumenti delle imposte, Soguel è critico. «Penso che non sia una buona strada. Innanzitutto perché un aumento dell'Iva, anche modesto, produce effetti macroeconomici e inflazionistici. Inoltre, esiste un effetto cricchetto: un'imposta aumentata per rispondere a un bisogno presumibilmente temporaneo raramente torna poi a scendere. La storia fiscale elvetica lo dimostra chiaramente, in particolare con l'imposta sulla difesa nazionale, che avrebbe dovuto essere abolita dopo la Seconda guerra mondiale e che è rimasta in vigore sotto forma di imposta federale diretta che conosciamo oggi».
Quale sarebbe allora la risposta più coerente alle sfide di finanziamento delle prestazioni statali, in particolare delle pensioni? Per l'economista, la soluzione è chiara: «Su un piano strettamente economico, la soluzione più ragionevole è l'innalzamento dell'età pensionabile. Aumentare l'Iva o i contributi salariali significa appesantire il costo del consumo o del lavoro. In un'economia esportatrice e già soggetta a forti pressioni sulla produttività, senza contare il contesto del franco forte, non è una buona soluzione».
Infine, chiamato a scegliere tra un aumento dell'Iva e un aumento dei contributi salariali, Soguel non ha dubbi sul male minore. «L'Iva. Non è una soluzione ideale, ma è un piano B più solido di un aumento dei contributi sociali. Da un lato, aumentare questi ultimi accentua le iniquità intergenerazionali: dall'altro, un incremento degli oneri salariali rincara direttamente il fattore lavoro. Se si aumentano ulteriormente gli oneri sociali, si rafforza questa dinamica», conclude l'economista con dottorato conseguito all'Università di Neuchâtel.