Il problema non è solo la disuguaglianza, è l'umiliazione, è l'arroganza di chi ce l'ha fatta e guarda dall'alto in basso chi è rimasto indietro: il celebre filosofo americano Michael Sandel non ha smesso di scandagliare le ferite aperte del capitalismo e lo fa ancora a Ginevra, ospite della Società Jean-Jacques Rousseau, per rileggere le fratture della democrazia americana attraverso la lente del pensatore ginevrino. Il suo verdetto è netto: la rivolta populista non è solo un grido di rabbia economica, ma la conseguenza di un'élite che ha smesso di rispettare chi lavora.
"Rousseau aveva individuato due origini dell'ineguaglianza", spiega il 72enne in un'intervista pubblicata oggi da Le Temps. "La prima è di natura economica; l'invenzione della proprietà privata; la seconda riguarda una forma di ineguaglianza che deriva dalla mancanza di stima sociale, di riconoscimento, di rispetto". Occorre "essere consapevoli" di questi due aspetti "per spiegare i risentimenti e la collera che hanno alimentato la reazione populista a cui stiamo assistendo: Rousseau lo aveva già compreso".
Parole che sembrano suonare come un epitaffio per il sogno americano così come è stato conosciuto sinora. Secondo il professore di Harvard la narrazione meritocratica - se lavori duro, puoi farcela - si è trasformata nel suo contrario: una macchina di umiliazione per chi non ce la fa. "Perché molti lavoratori senza laurea continuano a sostenere il presidente americano" - si chiede - "quando le politiche economiche di Donald Trump aiutano pochissimo i lavoratori e avvantaggiano molto di più i ricchi? La rabbia e il risentimento non riguardano solo l'ineguaglianza economica, ma anche l'atteggiamento verso le élite che disprezzano le classi popolari. Qui si tratta di riconoscimento sociale, di stima e di dignità. Donald Trump riesce a presentarsi come un presidente che se la prende con le élite che guardano i lavoratori dall'alto in basso".
Il secondo mandato di Trump, a suo giudizio, è ben più pericoloso del primo. "Durante il primo non ha realizzato granché perché non capiva il funzionamento del governo. E molte persone intorno a lui hanno contenuto alcune delle sue peggiori pulsioni. Ma durante i quattro anni fuori dalla Casa Bianca si è preparato. Per il suo ritorno si è circondato di persone che non lo mettono in discussione, che non cercano di frenarlo e che conoscono bene il funzionamento dell'esecutivo. Hanno elaborato piani molto dettagliati e aggressivi per estendere il potere del presidente. Il suo secondo mandato è stato, se possiamo usare questo termine, molto più efficace del primo. Ha potuto concretizzare le sue ambizioni più estreme, in particolare per quanto riguarda il potere presidenziale e il futuro della democrazia. La situazione è diventata pericolosa".
E poi c'è il potere della tecnologia, ormai fuso con quello politico. "Il potere dei giganti del tech è diventato estremamente importante negli Stati Uniti come altrove", denuncia l'autore di numerosi saggi, diversi dei quali tradotti anche in italiano, come l'assai noto "Giustizia". "E questo si inserisce in un problema più generale: il ruolo eccessivo del denaro in politica. Oggi il finanziamento della politica proviene sempre più dal settore tecnologico. Abbiamo visto, durante l'insediamento di Trump, i titani della tech allineati sulla tribuna inaugurale. Molte delle aziende in questione hanno fatto donazioni importanti per la cerimonia di insediamento, ma anche per il progetto di costruzione di un'immensa sala ricevimenti alla Casa Bianca. Hanno versato somme enormi a Trump nella speranza di rabbonirlo o di compiacerlo. Non è sano. In una democrazia, tali pratiche soffocano la voce dei cittadini, quando i membri più ricchi della società, gli oligarchi, esercitano un'influenza dominante su un presidente o un governo".
La diagnosi di Sandel è impietosa, ma non si ferma alla denuncia. Chiede un rovesciamento di paradigma: uscire dalla "fede neoliberale nei mercati" come arbitri neutrali del bene comune. "Dovremmo superare la nostra tendenza a definire il bene comune in termini di massimizzazione del benessere dei consumatori o del prodotto interno lordo. È una concezione puramente economista del bene comune. Si dimentica l'importanza della deliberazione tra cittadini su questioni morali e civiche fondamentali. Il bene comune è qualcosa che dobbiamo definire in quanto cittadini, non è qualcosa che il mercato può definire al posto nostro".
È qui che si innesta la critica più radicale: la retorica del merito ha prosciugato il dibattito pubblico, riducendo la politica a mera amministrazione: e ha lasciato senza parole chi quella retorica l'ha subita. "Dovremmo riprendere ai mercati l'iniziativa di dire ciò che costituisce un contributo valido all'economia e al bene comune, di dire in che modo diversi mestieri dovrebbero essere correttamente remunerati, quelli dei prestatori di cure e degli insegnanti per esempio. Pensiamo davvero che siano pagati all'altezza del valore del loro contributo? Sono queste le questioni che dovrebbero stare al centro del dibattito politico".
Il populismo, ammonisce Sandel, non è un incidente di percorso: è il sintomo di un male più profondo. E può prendere due strade: una di destra, l'altra di sinistra. "La collera e le frustrazioni si accumulano quando una parte essenziale della società non è rispettata. Questo stato di fatto mette in pericolo la democrazia. È essenziale, per una democrazia in buona salute, che le persone, a tutti i livelli dell'economia, qualunque siano i loro contributi, possano essere remunerate, onorate e riconosciute per ciò che apportano". Poi la stoccata finale: "La democrazia è oggi effettivamente in pericolo perché le ineguaglianze accumulate negli ultimi quattro o cinque decenni generano un risentimento crescente e soprattutto un sentimento di impotenza. E quando questa collera trova una risposta in figure come Donald Trump o altre personalità simili che promettono soluzioni includenti misure autoritarie, dovrebbe metterci in allarme e spingerci a identificare le cause profonde del malessere di cui Trump non è che un sintomo".
A chi gli chiede se gli elettori si accorgeranno presto che il "rimedio Trump" è peggiore del male, Sandel risponde con la cautela del filosofo, non del sondaggista, lasciando intendere che le elezioni di metà mandato saranno un test decisivo. La popolarità del presidente è in calo, ammette. Ma il punto, a suo avviso, non è solo il destino di un uomo: è capire se la democrazia sarà ancora capace di ascoltare chi ha smesso di crederci.