Svizzera

Asilo, il sogno africano alla prova della realtà

Un emissario inviato per tentare di avviare colloqui con l’Eritrea. Al vaglio della Sem le opzioni ‘Stato terzo’ richieste dal Parlamento

Centinaia di persone hanno manifestato sabato a Berna
(Keystone)
23 giugno 2024
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Il Consiglio federale era contrario, ma l’affondo è riuscito: su impulso di un Plr che mostra i muscoli e sgomita per non lasciare campo libero all’Udc, la maggioranza del Parlamento ha chiesto di recente di subappaltare a uno Stato terzo la gestione del rimpatrio dei richiedenti asilo eritrei respinti. La Svizzera ci aveva già provato una ventina d’anni fa. Arrivò persino a siglare un accordo in tal senso con il Senegal. Ma poi il Paese africano si tirò indietro. E la allora consigliera federale Ruth Metzler, che lo aveva promosso, rimase con le pive nel sacco.

Oggi le cose potrebbero andare in modo diverso. La Confederazione intende inviare nuovamente in Africa un ufficiale di collegamento per colloqui con l’Eritrea: sarà di stanza nella capitale keniota Nairobi e si recherà regolarmente ad Asmara. La disponibilità del paese a riammettere i propri cittadini è un prerequisito per ulteriori trattative, ha dichiarato in un’intervista al ‘SonntagsBlick’ Christine Schraner Burgener.

‘In costante dialogo’

Il problema è che l’Eritrea non autorizza rimpatri forzati da nessun Paese. Insomma: un partenariato migratorio o un accordo di riammissione con Asmara non è in vista. “Ma non molliamo e siamo in costante dialogo”, assicura la segretaria di Stato alla migrazione. In procinto di trasferirsi al Dipartimento federale degli affari esteri (Dfae), la 60enne afferma che la Svizzera è pronta a negoziare un accordo con l’Eritrea. Attualmente nella Confederazione ci sono circa 260 richiedenti asilo eritrei la cui domanda è stata respinta e che – in teoria – dovrebbero essere rimpatriati.

Un accordo di transito con un Paese terzo non cambierebbe la posizione dell’Eritrea, afferma ancora Christine Schraner Burgener. Tuttavia, la Segreteria di Stato della migrazione (Sem) esaminerà questa richiesta. Non solo. Sta pure valutando la possibilità di esternalizzare tout court le procedure d’asilo in Paesi terzi, sulla scia di quanto stanno facendo il Regno Unito (con il Ruanda) e l’Italia (con l’Albania).

L’alta funzionaria non nasconde il suo scetticismo al riguardo. A suo avviso, ciò significherebbe rinunciare alla sovranità sulle decisioni in materia di asilo. E “non dobbiamo mai dimenticare che dobbiamo rispettare i diritti umani e anche mostrare solidarietà”, ha sottolineato nell’intervista al ‘SonntagsBlick’. Per contro, il piano varato dall’Unione europea – prevede tra le altre cose di ‘filtrare’ le domande d’asilo alle frontiere esterne per i richiedenti con una bassa quota di protezione – è un approccio “molto buono”. La Svizzera ha sostenuto questa riforma, che gli Stati membri hanno due anni di tempo per implementare, ha ricordato Schraner Burgener.

Presto una task force

Gli eritrei questo fine settimana non hanno tenuto banco solo sui domenicali. A Berna sabato circa 800 persone (2mila, secondo gli organizzatori) hanno sfilato per la città manifestando a favore dei diritti di coloro che criticano il regime del loro Paese in Svizzera. Il corteo è stato indetto da diverse organizzazioni eritree nella Confederazione e dalla rete di solidarietà con i migranti (Migrant Solidarity Network). Si temevano disordini: gli eritrei fedeli al loro governo e quelli che vi si oppongono si sono scontrati più volte in Svizzera. La manifestazione si è svolta però nella calma. Anche perché Piazza federale, il luogo del ritrovo, era stata circondata da un cordone di poliziotti.

La Confederazione intanto ha istituito un gruppo di lavoro per disinnescare i conflitti tra i cittadini del Paese del Corno d’Africa. Il ‘Gruppo di accompagnamento strategico per l’Eritrea’ ha il compito di coordinare misure “per salvaguardare la sicurezza pubblica”, ha scritto il ‘SonntagsBlick’. Si riunirà per la prima volta a luglio, con il coinvolgimento di tutti gli attori statali. Le misure prevedono un mix di prevenzione e repressione, hanno riferito gli addetti ai lavori. La task force è piazzata sotto il cappello della ‘Rete integrata Svizzera per la sicurezza’. Questa sta cercando di organizzare una tavola rotonda con i rappresentanti dei gruppi rivali. Nulla è stato ancora definito, ha dichiarato Martin von Muralt, delegato della Rete e responsabile della task force.

Costretti a pentirsi

Gli oppositori che si trovano in Svizzera devono essere maggiormente protetti dal governo eritreo, hanno reclamato i dimostranti scesi in piazza a Berna. Una delle principali richieste è l’abolizione del requisito del passaporto: attualmente gli eritrei con statuto F (ammessi provvisoriamente) che vogliono richiedere un permesso di soggiorno B in Svizzera, sposarsi o ricongiungersi con la propria famiglia, devono presentare un passaporto eritreo valido. I manifestanti hanno criticato le condizioni dettate dall’ambasciata del Paese africano a Ginevra, ritenendole irragionevoli e illecite. Chiunque richieda un passaporto deve firmare una dichiarazione di pentimento, con cui si ammette di essere stati sleali al regime eritreo e si accettano possibili punizioni in caso di ritorno. Altra richiesta: che la Svizzera non permetta alcuna estradizione, nemmeno verso altre nazioni come il Ruanda.

Ex rifugiati sempre in Svizzera

Gli eritrei fanno discutere anche per un’altra questione. Molti rifugiati rimangono in Svizzera nonostante la revoca del loro statuto. Il 62% delle 924 persone a cui è stato revocato il diritto d’asilo tra il 2019 e il 2023 è rimasto nella Confederazione, stando a un’analisi effettuata dalla Sem e i cui risultati sono stati pubblicati ieri dalla ‘Nzz am Sonntag’. Il maggior numero di revoche – dettate perlopiù da viaggi nel Paese d’origine, vietati – riguarda proprio persone provenienti dall’Eritrea. La Confederazione ha anche sanzionato, per la stessa ragione, rifugiati provenienti da Bosnia, Vietnam, Iran, Turchia e Iraq. Il 38% delle persone a cui è stato revocato il diritto d’asilo vive in Svizzera da molto tempo. Anche il loro permesso di soggiorno cantonale (B o C) dovrebbe essere revocato, affinché possano essere espulsi. Ma l’asticella per poter compiere un tale passo è posta molto in alto.

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