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04.02.2022 - 20:54
Aggiornamento: 23:24

Perché è sbagliato mettere i ‘piccoli’ contro i ‘grandi’

Chi approfitterà di più del pacchetto in votazione in Svizzera il 13 febbraio? Alcune chiavi per districarsi tra cifre e slogan.

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Keystone
Nel pacchetto un mix di aiuti indiretti (alla stampa scritta) e diretti (ai media online)

Centotrentasei milioni di franchi all’anno, provenienti in parte dal bilancio della Confederazione (51 milioni) e in parte (85) dal canone radiotelevisivo: a tanto ammonta oggi in Svizzera il sostegno ai media privati, vale a dire quotidiani e riviste in abbonamento, periodici della stampa associativa e delle fondazioni, radio locali e tv regionali. Nei prossimi anni la somma potrebbe essere più che raddoppiata. Consiglio federale e Parlamento vogliono infatti rafforzare le testate locali e regionali. Per questo hanno confezionato un pacchetto di misure che porta a un massimo di 287 milioni il sostegno pubblico al settore: fanno 151 milioni di franchi in più all’anno (vedi grafico), per sette anni. Totale: poco più di un miliardo di franchi. Circa un quinto (210 milioni) è destinato alla promozione dei media online a pagamento: una novità per la Svizzera.

Come verrà suddivisa la torta se la maggioranza del popolo voterà ‘sì’ il 13 febbraio? A chi andrà la fetta più grande? Ai grossi gruppi mediatici, oppure agli editori piccoli e medi? È il principale ‘nodo’ del pacchetto in votazione. Favorevoli e contrari si accusano a vicenda di diffondere ‘fake news’. ‘laRegione’ ha tentato di districarsi tra cifre e slogan. Per capire se ha davvero senso contrapporre gli uni agli altri.

Qual è il contesto?

Introiti pubblicitari in caduta libera, assorbiti in parte dalle piattaforme online globali (Google, Facebook ecc.); calo del numero di abbonati; costi (carta, trasformazione digitale ecc.) che lievitano; lettori poco propensi a pagare per i contenuti sul web: anche in Svizzera i media incontrano enormi difficoltà – di natura finanziaria, ma non solo – nel processo di trasformazione digitale. Negli ultimi anni il paesaggio mediatico è mutato: redazioni sono state accorpate, fusioni e acquisizioni hanno consentito a grandi gruppi di accaparrarsi generose fette di mercato. Dal 2003 oltre 70 testate sono scomparse, insiste la ministra della comunicazione Simonetta Sommaruga citando i dati dell’istituto di riferimento Remp. Il comitato referendario contesta: la cifra è esagerata e non tiene conto delle numerose piattaforme online – gratuite e a pagamento – nate negli ultimi anni.

Cosa dicono i contrari?

Che ad approfittare del pacchetto saranno soprattutto i grandi gruppi mediatici. Lo slogan: ‘No a miliardi di contributi pubblici per i media milionari’ (addirittura ‘178 miliardi’ sta scritto sulla pagina web in italiano del comitato referendario…). In particolare, il 70-75% dei 151 milioni supplementari previsti andrebbero ai quattro ‘big’ (Tx Group-Tamedia, Ringier, CH Media, Nzz), che lo scorso anno – in piena pandemia – hanno realizzato utili per oltre 300 milioni di franchi complessivi. La rivista svizzerotedesca dei consumatori K-Tipp ha calcolato che CH Media, Tamedia e Ringier otterrebbero in tutto almeno 50 milioni di franchi grazie alle tariffe agevolate per la distribuzione postale e ai proventi del canone radiotelevisivo (per CH Media, proprietario di emittenti tv e radio), senza contare quanto incasserebbero a titolo di contributi per la promozione dell’online. Riassumendo: il pacchetto non farebbe altro che cementare l’oligopolio dei grandi gruppi, a discapito della diversità mediatica lodata e promessa da chi si batte per il ‘sì’.

Cosa replicano i favorevoli?

Che il pacchetto è stato concepito in modo che a trarne il profitto maggiore siano i giornali di piccole e medie dimensioni. L’obiettivo, sottolinea il Consiglio federale, è di “potenziare l’informazione nelle città meno grandi e nelle regioni rurali”. Simonetta Sommaruga non manca occasione per ribadire che lo scopo precipuo è quello di sostenere le redazioni locali, affinché anche in futuro sia garantita la copertura mediatica in tutte le regioni e lingue nazionali. Una cosa è certa: ai ‘grandi’ verrebbe servita una fetta non esigua della torta. Peter Wanner, editore di CH Media, ha affermato all’emissione ‘Club’ della Srf che al massimo un terzo degli aiuti andrebbe al suo gruppo e agli altri tre ‘big’: nell’arco di sette anni, sarebbero all’incirca 350 milioni di franchi. Il Ceo di Ringier Marc Walder conta su 5-8 milioni di franchi in più all’anno. La ‘Nzz’ parla di “qualche milione”.

Distribuzione dei giornali

Vediamo nel dettaglio. Nel 2020 quasi l’80% delle sovvenzioni alla distribuzione postale di quotidiani e settimanali in abbonamento è andato a beneficio di testate di piccole e medie dimensioni, indica l’Ufficio federale delle comunicazioni (Ufcom). Le tre maggiori case mediatiche (Ringier, Tx Group-Tamedia, CH Media) hanno ottenuto soltanto il 20%. Il progetto prevede di aumentare il sostegno da 30 a 50 milioni di franchi l’anno. Oggi i giornali a più alta tiratura (‘24Heures’, ‘Luzerner Zeitung’, ‘Nzz’, ‘Blick’, ‘Tages-Anzeiger’ ecc.) ne sono esclusi. In futuro invece ne approfitterebbero. Per scongiurare il rischio di una frattura tra grandi e piccoli-medi editori, il Parlamento infatti ha tolto l’asticella delle 40mila copie che limitava le sovvenzioni a questi ultimi. La ripartizione dei fondi però cambierà solo leggermente: la maggior parte degli aiuti continuerebbe ad andare alle piccole e medie case editrici, assicura l’Ufcom. Questo grazie in particolare a una clausola degressiva: più aumenta la tiratura, meno consistente è lo ‘sconto’ per copia distribuita.

Recapito mattutino e domenicale

È una delle novità del pacchetto: il sostegno al recapito mattutino (entro le 6.30 nei giorni feriali) e domenicale (entro le 7.30). Il Parlamento ha messo a disposizione 40 milioni all’anno. In teoria ne possono beneficiare tutti, grandi e piccoli editori. In pratica, una fetta consistente di questa somma dovrebbe essere appannaggio dei grandi gruppi proprietari dei domenicali (p. es. ‘Sonntagszeitung’, ‘Sonntagsblick’, ‘Le Matin Dimanche’). I contrari parlano di un 90%. “Fake news”, ha dichiarato a ‘Le Temps’ Daniel Hammer. Il segretario generale di Médias suisses, l’organizzazione mantello degli editori romandi, ricorda che anche numerose testate regionali (‘La Liberté’, ‘Walliser Bote’, ‘Corriere del Ticino’) hanno una rete di distribuzione per il recapito mattutino. Anche loro trarrebbero beneficio da quest’inedita sovvenzione.

Media online

La promozione indiretta della stampa e il sostegno a radio locali e tv regionali tramite il canone radiotelevisivo sono noti da tempo. Invece, la promozione diretta dei media online – una realtà in vari paesi europei (vedi ‘laRegione’ del 27 gennaio 2022)– è una novità per la Svizzera. I contributi (30 milioni l’anno) sono esplicitamente destinati ai media di piccole e medie dimensioni, al fine di rafforzare la diversità del paesaggio mediatico. Anche qui c’è una clausola degressiva: più la cifra d’affari è elevata, più il contributo diminuisce. Inoltre è stata introdotta una ‘clausola holding’ – combattuta in Parlamento dall’Udc e da una parte del gruppo Plr, ora schierati a difesa dei piccoli e medi editori... – allo scopo di evitare che i grandi gruppi possano presentare in un’unica regione linguistica più d’una richiesta di contributo. Come verrà applicata questa nuova forma di sostegno, non è ancora dato sapere. I dettagli saranno definiti in un’ordinanza dal Consiglio federale, se del caso. L’Ufcom stima che la metà abbondante delle sovvenzioni (54%) andrà alle aziende con una cifra d’affari superiore ai 5 milioni di franchi, il resto (46%) a quelle con un fatturato inferiore a tale cifra. Il direttore dell’Ufcom Bernard Maissen ha dichiarato al ‘Tagi’: “Nell’applicazione [della legge], il Consiglio federale sarà chiamato a mantenere la sua promessa che, proporzionalmente, saranno soprattutto gli editori locali e regionali ad approfittarne. Uno spostamento a favore dei grandi editori non se lo può permettere”.

Più o meno a metà strada

Siamo in piena campagna per la votazione, normale che ognuno cerchi di tirare acqua al proprio mulino. Molto dipende da cosa s’intende per ‘grande gruppo mediatico’. I fautori del ‘no’ includono in questa categoria, assieme ai quattro big, anche una decina di altre testate o gruppi, non tutti propriamente ‘grandi’ (c’è anche l’‘Engadiner Post’, per dire). Non solo: attribuiscono essenzialmente ai ‘grandi’ gli aiuti supplementari (23 milioni) previsti per il sistema mediatico nel suo assieme (scuole di giornalismo, agenzie di stampa, Consiglio svizzero della stampa ecc.); e affermano che finiranno nelle loro tasche anche i tre quarti circa dei 28 milioni in più destinati a radio locali e tv regionali (cifra contestata da Schweizer Medien, secondo cui l’83% andrà alla trentina di emittenti indipendenti e solo il 17% ai grandi, in pratica solo CH Media). In sintesi: la stima complessiva fatta dai contrari (70-75%) pecca per eccesso, probabilmente quella di Peter Wanner (un terzo al massimo) per difetto. La verità dovrebbe situarsi più o meno a metà strada. La ‘Neue Zürcher Zeitung’ presume che ai quattro grandi – che, va ricordato, in termini relativi già beneficiano molto più dei piccoli dell’Iva ridotta sui giornali – spetterà “forse” il 30-50% dei 151 milioni supplementari in gioco. Sulla ‘Weltwoche’ e in un’intervista al portale ‘Inside Paradeplatz’, il noto giornalista ed ex dirigente del ramo Kurt Zimmermann sostiene che fra grandi e piccoli editori si è creato un rapporto del 50-50%: alla fine la metà circa dei soldi andrà ai cinque gruppi principali (Ringier, Tx Group, CH Media, Somedia e Nzz), l’altra ai giornali locali e ai portali internet ‘minori’.

Contrapposizione fuorviante

È un dato di fatto: decine di milioni finiranno nelle casse di gruppi che macinano utili (non con le attività giornalistiche) e versano dividendi ai loro azionisti. Quegli stessi gruppi che intanto allestiscono piani di risparmio per le redazioni e non sempre si fanno troppi scrupoli quando si tratta di far seguire fatti alle parole sul rispetto della diversità mediatica (vedi ad esempio la fusione di ‘Bund’ e ‘Berner Zeitung’, i due storici quotidiani bernesi proprietà di Tamedia). Detto questo, occorre tener presenti alcuni aspetti:

  • Si vota su un compromesso: se non fossero state fatte concessioni ai grandi, non saremmo qui a parlare di un pacchetto di aiuti ai media. Un pacchetto la cui validità è in buona parte limitata a 7 anni. E che oltretutto è sostenuto da un gran numero di editori piccoli e medi, da sindacati e organizzazioni dei giornalisti. Segno che in gioco – al di là di chi approfitterà di quanto – vi sono anzitutto un’informazione diversificata e capillare, nonché le condizioni di lavoro che consentono una produzione giornalistica di qualità. “L’alternativa al sostegno pubblico del paesaggio mediatico è cederne il controllo a dei monopolisti. Questo atrofizza il discorso democratico e prepara il terreno per le fake news”, scrive Syndicom.
  • Più che in termini assoluti, l’importanza degli aiuti in gioco va misurata in termini relativi. In altre parole: un sostegno di – mettiamo – 100mila franchi, per un quotidiano di medie dimensioni come ‘laRegione’ può contare almeno altrettanto di quanto possa valere un contributo plurimilionario per un grande gruppo come Ringier.
  • La distinzione fra ‘grandi’ e ‘piccoli’ è caricaturale. I grandi gruppi mediatici pubblicano numerose testate regionali e locali di qualità. Le loro redazioni centrali, ben fornite di giornalisti, garantiscono una vasta e apprezzata copertura dell’attualità nazionale e internazionale. Di questa approfittano tutti, compresa la stessa Ssr e le testate medie e piccole al di fuori della loro orbita, che invece consacrano buona parte delle risorse alla cronaca locale e regionale.
  • Mettere i ‘grandi’ contro i ‘piccoli’ è fuorviante. “Non ha senso, perché i grandi ‘approfittatori’ della situazione attuale sono i ‘Gafa’ [Google, Facebook e Amazon, ndr], che aspirano buona parte degli introiti pubblicitari”, ricorda Simonetta Sommaruga. Come dire: tra i due (presunti) litiganti…
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