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28.01.2022 - 05:30
Aggiornamento: 19:57

Aiuti ai media, sostegno sacrosanto o mela avvelenata?

Il 13 febbraio si vota su un pacchetto da 151 milioni per sette anni. I consiglieri nazionali Alex Farinelli (Plr) e Marco Romano (Centro) a confronto.

Marco Romano, quali giornali e siti internet legge ogni giorno?

La mattina ‘Corriere del Ticino’ e ‘Regione’, rigorosamente online, sul tablet. Poi, durante la giornata, diversi portali svizzerotedeschi (‘Nzz’, ‘Tagi’ e così via) e ticinesi (soprattutto Ticinonline, Ticinonews e Rsi), così some una selezione di articoli su temi che seguo. La sera, infine, arriva il contributo quotidiano de ‘Il Federalista’.

‘Nzz’, ‘Tages-Anzeiger’: fanno parte di quei grandi gruppi editoriali sui quali sparate a zero. Non è vero dunque che ‘grande’ significa per forza ‘cattivo’, e ‘piccolo’ invece ‘buono’.

Romano: No, assolutamente. Ma da quando sono a Berna e ho cominciato a frequentare certi ambienti – per intenderci quelli di Schweizer Medien [l’associazione mantello degli editori svizzerotedeschi, ndr] –, ho capito la differenza tra conglomerati mediatici e piccoli editori.

Perché questo attacco in grande stile contro i ‘grandi’?

Romano: Il mio non è un attacco gratuito. So di difendere una posizione impopolare, perlomeno in Ticino. Ma a un certo punto non ho potuto far altro che dirmi: ‘Ok, adesso la misura è colma: si è superato ogni limite’.

Quando è stato?

Romano: Quando, con un’operazione concertata tra chi in Schweizer Medien fa il bello e il brutto tempo – Pietro Supino [editore di Tamedia nonché presidente di Schweizer Medien, ndr] e Peter Wanner [presidente di CH Media, ndr] – e il Dipartimento diretto dalla consigliera federale Simonetta Sommaruga, si è consolidata l’abolizione dell’asticella delle 40mila copie [100mila per i gruppi, ndr], oltre la quale oggi non è possibile ottenere lo ‘sconto’ sulle tariffe di distribuzione postale.

Alex Farinelli, è giusto che tanti soldi dei contribuenti vadano anche a Tx Group (ex Tamedia), CH Media o Ringier, gruppi che macinano decine di milioni di franchi di utili?

Giusto è fare in modo che in Svizzera ci sia una stampa forte, variegata e indipendente. Questi gruppi non fanno utili con il segmento della stampa scritta, che nemmeno per loro è redditizio, ma con altre attività: con un portale dell’immobiliare, ad esempio. E gli utili generati da queste fonti non vengono certo usati per sostenere i giornali, che invece devono sostenersi da soli. Il problema è che se questi continuano a perdere soldi (e negli ultimi cinque anni sono andati in fumo centinaia di milioni di franchi in pubblicità!), sarà lì che i tagli colpiranno. La conseguenza è che la qualità della stampa diminuirà. A fronte di cambiamenti rapidissimi, lo scopo di questo pacchetto è proprio quello di dare un po’ di respiro al settore, in modo da evitare tagli nelle piccole e medie redazioni, ma anche in quelle più grandi. Un giornalismo di qualità e diversificato – in un Paese quadrilingue come la Svizzera, dove si vota a ogni piè sospinto a livello comunale, cantonale e nazionale – è nell’interesse di tutti.

Non la disturba il fatto che siano i ‘grandi’ a intascare almeno la metà dei 151 milioni di franchi supplementari previsti?

Farinelli: I dati dell’Ufficio federale delle comunicazioni (Ufcom) mostrano che nel 2020 la gran parte degli aiuti indiretti è stata appannaggio di giornali di piccole e medie dimensioni. L’Ufcom poi precisa che con l’estensione della riduzione sui prezzi di distribuzione ai titoli a più alta tiratura, la ripartizione dei fondi cambia solo leggermente. Nel complesso anche i grandi editori trarranno benefici, è evidente: ma questa non è una buona ragione per affossare il pacchetto. E poi non va dimenticato che Consiglio federale e Parlamento hanno ripetutamente affermato che questo pacchetto deve andare a favore dei piccoli e medi editori. L’ordinanza di applicazione ne terrà conto, non ho alcuna ragione per dubitarne.

Romano, voi contrapponete ad arte ‘grandi’ e ‘piccoli’. Omettendo di dire che i veri vincitori di questa partita messa in scena sono le grandi piattaforme internet globali, che lucrano indisturbate sui contenuti prodotti dalle redazioni, grandi medie o piccole che siano. Dicendo ‘no’ il 13 febbraio non ci tiriamo la zappa sui piedi?

Romano: Questa è una trasformazione globale, non riguarda solo la Svizzera. Noi abbiamo un sistema ampiamente collaudato: il sostegno indiretto alla stampa. Nel Plr, nell’Alleanza del Centro e in altri partiti nessuno lo vuole rimettere in discussione. Un pacchetto di aiuti ai media lo si doveva costruire anzitutto su un potenziamento mirato di questo strumento, oltre che su un sostegno indiretto ai costi effettivi della digitalizzazione. Si poteva anche esplorare la pista di una riduzione dell’Iva. Non lo si è voluto fare. Gli aiuti Covid, in ogni settore, sono stati stanziati a condizione che non venissero realizzati utili né versati dividendi agli azionisti. Qui invece si dà una cambiale in bianco.

Farinelli: Quando si fa un pacchetto, è normale che vi siano degli elementi che vanno bene e altri meno. Non nascondo che avrei preferito scorporare la parte aiuti ai media online, perché si tratta di una novità che meritava di essere approfondita. Ma i media online ormai sono una realtà affermata, per cui in fin dei conti ritengo giusto che si faccia qualcosa anche su questo fronte. Oggi sono del parere che gli effetti positivi del pacchetto superino gli effetti negativi. Non mi preoccupa il fatto che lo Stato conceda aiuti agli editori piccoli, medi e grandi. Mi preoccupa invece quando vedo che grossi imprenditori attivi in politica [il riferimento è a Christoph Blocher, ndr] comprano settimanali da 800mila copie alla settimana. È questo il futuro che vogliamo per l’informazione nel nostro Paese? È salutare una cosa del genere per la democrazia diretta, per la quale è essenziale disporre di un’informazione indipendente e pluralistica?

Romano: Nei lavori in commissione è risultato evidente come i grossi gruppi editoriali – prendiamo CH Media: 18 giornali, 8 radio locali, 14 tv – abbiano un forte interesse a questo pacchetto. Gli aiuti permetteranno infatti a piccole realtà mediatiche locali di sopravvivere ancora per qualche anno, prima di venire inghiottiti da grossi conglomerati per nulla interessati alla cronaca regionale e locale. Non a caso i media regionali del Canton Berna si oppongono a quella che considerano una mela avvelenata. Anche la rivista dei consumatori K-Tipp, che incasserebbe 600mila franchi, respinge il pacchetto dopo aver rivelato che il 75% delle risorse finirebbe ai grossi conglomerati. Servirebbero invece dei pacchetti cantonali, come quello preparato dal Consiglio di Stato vodese. Anche il Ticino dovrebbe muoversi in questa direzione, e farlo velocemente.

Resta il fatto che anche un aiuto non a sei zeri sarebbe più prezioso, per un giornale di medie dimensioni come ‘laRegione’, di quanto possano esserlo sovvenzioni milionarie per un ‘big’ come CH Media. Non le importa?

Romano: Chiaro. Ma ritengo sia una sconfitta del sistema se uno Stato come la Svizzera, dopo aver giustamente fatto il pelo a tutte le aziende che richiedevano gli aiuti Covid, si mettesse adesso a distribuire sovvenzioni anche a gruppi che fanno utili e versano dividendi, senza essere in grado di sostenere in maniera mirata solo chi è veramente in difficoltà. Continuare a escludere i giornali ad alta tiratura dalle agevolazioni sulla distribuzione postale, oppure porre come condizioni niente utili né dividendi: le possibilità c’erano per fare qualcosa di sensato. Invece, alla fine l’unica cosa che contava era distribuire soldi.

Buona parte degli aiuti non è eterna, cesserà dopo sette anni.

Romano: È pura utopia pensare che fra sette anni si tornerà indietro. Quale politico, di fronte alle telefonate dei responsabili dei media locali di riferimento e alle pressioni esercitate dai grandi gruppi editoriali, dirà ‘adesso è ora di revocare gli aiuti’? Di fatto nell’online si finanzieranno stipendi, quindi ‘strutture’, e sarà impossibile fermarsi.

Farinelli: Tornare indietro si può. Lo dimostra il fatto che una trentina d’anni fa gli aiuti versati a titolo di riduzione delle tariffe di distribuzione postale si aggiravano sui 100 milioni di franchi l’anno, mentre oggi siamo a 50 milioni. Se si è scesi una volta, perché non dovremmo più poterlo fare in futuro?

Non dimentichiamo poi che nell’ultimo decennio i media, anche in Svizzera, hanno vissuto una trasformazione mai vista prima. Sono un liberale convinto, ma qui è semplicemente impensabile dire: ‘Vabbè, finora bene o male le cose hanno funzionato: continuiamo a lasciare briglia sciolta al libero mercato, poi vedremo cosa succede’. In questa fase particolarmente critica, sarebbe molto pericoloso perdere tempo. Si correrebbe il rischio di lasciar inaridire ulteriormente il paesaggio mediatico. Mentre questi 151 milioni supplementari – che comunque, per la parte che non riguarda la ripartizione dei proventi del canone, vanno per tre quarti a beneficio dei giornali: un tipo di aiuto che in sé nessuno contesta – offrono ai media un minimo di stabilità, affinché nei prossimi sette anni possano adattarsi con più facilità ai mutamenti in corso. E se nel frattempo bisognerà cambiare la formula degli aiuti ai media online, lo si potrà fare.

Questa formula prevede tra l’altro che – al pari di quanto avviene con le sovvenzioni indirette per i giornali – soltanto le offerte online cofinanziate dai lettori, attraverso abbonamenti o altro, vengano sostenute. Romano storce il naso, perché?

Romano: Perché si tratta di una forma d’aiuto estremamente antisociale, oltre che ai limiti della costituzionalità e illiberale, nella misura in cui è lo Stato a decidere quali media devono essere sostenuti e quali no. I siti a pagamento sono una realtà piuttosto recente, mentre prima gli editori medesimi – pensando di massimizzare la pubblicità – diffondevano tutto sul web. Saranno loro ad approfittare maggiormente di questi 30 milioni. Ma esistono pure numerosi portali gratuiti, anche in Ticino (basti pensare a Liberatv), che fanno informazione, servizio pubblico, e che possono legittimamente aspirare a un aiuto che viene loro precluso. Trovo giusto che per i prodotti si paghi, ma lo Stato non può premiare un modello economico a scapito di un altro.

Farinelli: Abbiamo scelto il criterio dell’offerta a pagamento, partendo dall’idea che una persona paga se ritiene che l’informazione in questione abbia un valore. Se a un lettore di giornali e siti gratuiti chiedessi se è disposto a pagare cinque franchi alla settimana per consultarli, sono sicuro che il 97% di loro non sarebbe pronto a farlo. Il criterio scelto forse è imperfetto, ma è giusto. La logica è quella di dire: ‘Lasciamo ai lettori decidere se qualcosa è meritevole o no, e poi sosteniamo chi viene premiato in questo modo’.

Romano: Parliamo di sovvenzioni dirette, sin qui conosciute ad esempio nell’agricoltura e nei trasporti pubblici e sempre legate a determinate controprestazioni. Durante la pandemia siamo stati rigidissimi nel concedere aiuti agli attori economici, mentre ora i media hanno diritto a un sostegno a priori.

Farinelli: I media non possono essere considerati solo un attore economico: questo è un errore! È un settore con un ruolo diverso rispetto ad altri, e per il quale dunque non si può ragionare unicamente in termini di aziende e posti di lavoro.

Romano: Questo vale nelle regioni linguistiche minoritarie e nelle periferie. In Svizzera interna l’80% del mercato è in mano a Tamedia, Ringier e CH Media.

Farinelli: Non è vero. Su 170 testate, 40 appartengono ai grandi gruppi e le altre 130 no.

Romano: Dati che non corrispondono alla realtà. Se solo CH Media detiene 18 giornali e Tamedia 22, c’è qualcosa che non va in queste cifre. I grandi gruppi non hanno problemi finanziari, anzi: nel 2020 hanno fatto utili complessivi per 278 milioni. Per contro, molti media regionali – in particolare quelli francofoni, italofoni e romanci – sono in difficoltà. Ripeto: si poteva costruire senza problemi un pacchetto che, come del resto era previsto all’inizio, non includesse aiuti per chi non ne ha bisogno, ma solo per chi è davvero in difficoltà. Questo invece è il pacchetto dei signori Supino e Wanner.

Farinelli: Questo non è affatto il pacchetto dei signori Supino e Wanner: è il pacchetto deciso dal Parlamento, che ha tenuto conto di tutti gli interessi in gioco e alla fine ha trovato un buon compromesso. Prova ne è che viene sostenuto anche dai sindacati dei giornalisti e dalla grande maggioranza degli editori, quelli piccoli compresi.

SU COSA SI VOTA

Introiti pubblicitari in caduta libera, assorbiti in parte dalle piattaforme online globali (Google, Facebook ecc.); calo del numero di abbonati; scarsa propensione dei lettori a pagare per i contenuti sul web; scomparsa di numerose testate; accorpamento delle redazioni: molti attori del sistema mediatico svizzero – giornali, radio e tv private, siti internet – versano in difficoltà finanziarie. Il Consiglio federale e il Parlamento vogliono dare una mano ai media privati locali e regionali (qui non si parla della Ssr). Per questo hanno confezionato un pacchetto di aiuti che combina strumenti tradizionali (sovvenzioni alla distribuzione postale, proventi del canone radiotelevisivo) e inediti (promozione diretta dei media online). Sul piatto ci sono 151 milioni di franchi supplementari all’anno: l’importo complessivo degli aiuti passerebbe infatti dagli attuali 136 a 287 milioni. Il sostegno avrebbe una durata di sette anni.

CHI SONO

Alex Farinelli

Classe 1981, di Comano, celibe. Bachelor in economia (Zurigo e Lugano) e Master in economia e politiche internazionali all’Università della Svizzera italiana. Eletto al Consiglio nazionale nel 2019 sulle liste del Plr. È membro della Commissione delle finanze. Prima è stato in Consiglio comunale (2004-2013) e in Gran Consiglio (2015-2019, anche come capogruppo). Sindaco di Comano (dal 2016), tra il 2010 e il 2015 ha ricoperto la carica di segretario cantonale del Plr ticinese. Dal 2020 fa parte della direzione del Plr svizzero. Dal 2015 lavora presso la sezione ticinese della Società svizzera impresari costruttori (Ssic),

Marco Romano

Classe 1982, di Mendrisio. Sposato, due figlie. Laurea in scienze politiche e sociali all’Università di Berna. Eletto al Consiglio nazionale nel 2011 sulle liste del Ppd (ora Alleanza del Centro), rieletto nel 2015 e nel 2019. Presiede la Commissione delle istituzioni politiche ed è membro di quella dei trasporti e delle telecomunicazioni. Dal 2007 al 2012 segretario cantonale del Ppd ticinese e direttore del settimanale ‘Popolo e Libertà’. A Mendrisio ha ricoperto le cariche di consigliere comunale (2004-2016) e di municipale (2016-2020). Dal 2020 è Direttore della Fondazione Ipt Ticino, specializzata nel (re)inserimento professionale di persone in difficoltà.

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