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laR
 
20.01.2022 - 07:51
Aggiornamento: 17:17

‘Imposta sulle Pmi’ o ‘regalo fiscale’ alle grandi aziende?

Governo e Parlamento vogliono abolire la tassa d’emissione sul capitale proprio, la sinistra non ne vuole sapere. Risposte alle principali domande.

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Keystone
Il Partito socialista ha lanciato il referendum, si vota il 13 febbraio

Di cosa parliamo?

Dell’opportunità o meno, in un momento in cui la crisi provocata dalla pandemia di Covid-19 non è ancora alle spalle, di alleggerire l’onere fiscale per le aziende in Svizzera.

Su cosa si vota il 13 febbraio?

Sull’abolizione della tassa che le aziende pagano alla Confederazione in caso di emissione di capitale proprio. La cosiddetta tassa d’emissione viene prelevata quando una società viene fondata o quando – per finanziare investimenti o compensare perdite – decide un incremento di capitale. La tassa ammonta all’1% dei fondi raccolti che superano il milione di franchi. Ad esempio: un’azienda vuole investire, emette perciò azioni per un valore di 1,5 milioni di franchi; paga la tassa su 500mila franchi, allo Stato dovrà quindi 5mila franchi (l’1% di 500mila franchi). In virtù di questa franchigia milionaria, le piccole aziende di regola non pagano il balzello, che solo pochi altri Paesi europei (Liechtenstein, Grecia e Spagna) conoscono.

Su cosa non si vota il 13 febbraio?

Sulle altre due tasse di bollo riscosse dalla Confederazione: la tassa di negoziazione sull’acquisto e la vendita di titoli e quella sui premi di certe assicurazioni (responsabilità civile, incendio, casco, economia domestica). Nel lontano 2009 il Plr aveva chiesto di abolire gradualmente tutte e tre le tasse di bollo rimaste. L’ammanco per le casse federali sarebbe stato di oltre 2 miliardi di franchi. Ma il referendum lanciato dalla sinistra e la crisi del coronavirus non hanno lasciato indifferente il Parlamento, che lo scorso settembre – dopo aver abolito la tassa sull’emissione di capitale proprio – ha stabilito di non voler più procedere oltre.

Perché si vota?

Perché è riuscito il referendum lanciato dal Partito socialista contro la relativa modifica della legge federale sulle tasse di bollo, approvata dal Parlamento nel giugno dello scorso anno. Al Consiglio nazionale il progetto era stato accolto con 120 voti contro 70 e cinque astensioni; al Consiglio degli Stati con 29 voti contro 14 e un’astensione. Udc, Plr, Verdi liberali (Pvl) e buona parte del gruppo dell’Alleanza del Centro hanno votato a favore della riforma, caldeggiata da tempo dalle principali organizzazioni economiche, avversata invece da Ps, Verdi, Partito evangelico (Pev) e sindacati.

Quanto costerebbe la riforma?

Impossibile dirlo con precisione, poiché il gettito oscilla parecchio da un anno all’altro: tende a crescere nei periodi di crisi, perché un numero maggiore di aziende ha bisogno di più capitale proprio; viceversa, tende a scendere nei periodi di alta congiuntura. Nel 2015 si è toccato il livello più basso degli ultimi 20 anni (120 milioni). L’importo più elevato è stato registrato nel 2017 (407 milioni). Il Consiglio federale fa la media dell’ultimo ventennio e parla di minori entrate per la Confederazione di circa 250 milioni di franchi all’anno. Il Governo e i sostenitori della riforma affermano però che non è granché (si tratta del 2-3 per mille del budget federale di circa 80 miliardi) e che ad ogni modo i minori introiti a corto termine verranno compensati dagli impulsi a medio termine dati alla crescita (e di conseguenza al gettito fiscale) da aziende che – sgravate da quest’onere – potranno investire di più. La tesi è controversa, anche tra gli esperti di economia pubblica. E comunque «con 250 milioni all’anno si possono risolvere molti problemi» (il vicepresidente del Ps Samuel Bendahan). Una cosa è certa: siccome il balzello è federale, un’abolizione della tassa d’emissione non comporterebbe alcuna perdita per Cantoni e Comuni.

Quali e quante aziende sarebbero interessate?

È la grande questione. Nel 2020, stando ai dati ufficiali, circa 2’300 imprese (meno dell’1% delle aziende svizzere) hanno pagato la tassa, per un totale di 2’500 transazioni (alcune hanno effettuato più di un aumento di capitale); il 2,2% di queste ha generato il 51,5% del gettito fiscale, il restante 97,8% ha generato il 48,5% del gettito. I referendisti sottolineano come a contribuire a oltre la metà delle entrate siano state sostanzialmente 55 grandi società (multinazionali, assicurazioni e società holding), appartenenti in particolare del settore finanziario, a fronte di 590mila piccole e medie imprese (Pmi). I sostenitori della riforma si scagliano invece contro quella che viene presentata come una “imposta sulle Pmi”, poiché il 90% delle aziende che la pagano sarebbero imprese di piccole o medie dimensioni, spina dorsale dell’economia elvetica. Sarebbero soprattutto loro, quindi, ad approfittare maggiormente di un’abolizione del balzello. Quel che è certo è che finora, grazie alla soglia di esenzione di un milione di franchi, la grande maggioranza delle Pmi non pagano affatto la tassa d’emissione o versano importi poco significativi. Il settimanale di sinistra ‘Wochenzeitung’ ricorda che nel 2005 – quando l’ex consigliere nazionale e futuro presidente di Economiesuisse Gerold Bührer propose di abolire la tassa d’emissione – l’allora ministro delle Finanze Hans-Rudolf Merz rispose che “i beneficiari sarebbero da ricercare in prima linea tra le aziende multinazionali, le banche, le assicurazioni e le società holding, ma non tra le Pmi”.

Quali sono gli argomenti dei referendisti?

Lo stralcio di questa tassa – che compensa l’assenza di imposizione sulle transazioni finanziarie, vedi il mancato prelievo dell’Iva – andrà a beneficio solo delle grandi imprese, del settore finanziario e dei proprietari di capitali e svuoterebbe le casse pubbliche in un momento in cui la crisi pandemica ha portato a un enorme aumento della spesa. I cittadini hanno soltanto da perderci, nella misura in cui verrebbero chiamati alla cassa per colmare l’ammanco. In un modo o in un altro: attraverso un aumento delle imposte sulle persone fisiche, oppure subendo tagli nelle prestazioni statali. Per questo la riforma è bollata come “una fregatura”, o “una truffa”. E per giunta è inutile, dato che la Svizzera è sempre stata al top in fatto di competitività fiscale. L’abolizione di questa tassa è solo una di tutta una serie di riforme che negli ultimi vent’anni hanno pesato e che in futuro peseranno sulle spalle della classe media e dei pensionati. Basti pensare alla riforma dell’imposta preventiva (contro la quale il Ps ha già lanciato il referendum), all’abolizione dei dazi doganali sui prodotti industriali, oppure ancora alla possibilità che – galvanizzata da un successo il 13 febbraio – la destra torni alla carica e rivendichi la soppressione delle rimanenti tasse di bollo: regali fiscali per le grandi imprese, progetti che costerebbero miliardi alle casse pubbliche.

Quali sono gli argomenti di chi vuole abolire la tassa?

Il Consiglio federale, sostenuto dai partiti di destra e dalle associazioni economiche, crede invece che l’abolizione della centenaria tassa d’emissione – considerata una reliquia del passato – avrà un effetto positivo sulla crescita economica, l’occupazione e l’attrattiva della piazza economica svizzera. Adesso il prelievo incide negativamente sui fondi propri delle imprese. Stralciandolo, queste verrebbero sgravate e potrebbero quindi investire più denaro. Un’opportunità preziosa in tempi di crisi come quelli che stiamo vivendo. Non solo: rendendo più costosi gli investimenti finanziati col capitale proprio, la tassa spinge le aziende a finanziarsi ricorrendo a crediti piuttosto che rafforzando quest’ultimo; il rischio di indebitamento che ne risulta verrebbe ridotto, se il balzello fosse soppresso. La riforma, inoltre, gioverebbe in particolare alle aziende giovani e in forte crescita. Diversamente da quelle ben capitalizzate, queste hanno ‘sete’ di capitale per finanziare i loro investimenti e non possono contare su sufficienti riserve per attutire i contraccolpi di una crisi. Non bisogna dimenticare, infine, che la concorrenzialità della piazza economica elvetica va preservata, in particolare alla luce della Riforma III dell’imposizione delle imprese, approvata dal popolo nel 2019, e della futura tassa minima Ocse del 15% sulle multinazionali. In questo senso, ogni alleggerimento dell’onere fiscale sulle aziende contribuisce al mantenimento in Svizzera di capitali e posti di lavoro, a tutto beneficio dell’erario.

Come andrà il 13 febbraio?

L’esito è incerto. Se si fosse votato a inizio gennaio, la riforma sarebbe stata respinta più o meno nettamente: secondo il sondaggio della Ssr (margine di errore: +/- 2,8%), il 49% avrebbe votato contro, il 42% a favore; la proporzione del sondaggio realizzato da Tamedia (margine di errore: +/- 1,5%) è 55%/30%. La sinistra fa sempre cilecca con le sue iniziative popolari per aumentare le imposte ad aziende e milionari. Ma negli ultimi anni i suoi referendum contro i progetti di sgravi fiscali promossi dai partiti borghesi – aumento delle deduzioni per la cura dei figli (2020), riforma III dell’imposizione delle imprese (2017) – hanno avuto fortuna alle urne. Il contesto attuale, inoltre, dovrebbe portare acqua al mulino dei referendisti. I fautori dell’abolizione della tassa d’emissione non hanno gioco facile nello spiegare alle cittadine e ai cittadini perché si debbano agevolare le grandi aziende e sottrarre risorse alle casse federali proprio in un momento in cui lo Stato accumula debiti miliardari per sostenere le aziende e i lavoratori in difficoltà a causa delle chiusure e delle restrizioni adottate dalle autorità per far fronte alla pandemia.

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