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04.01.2022 - 19:43
Aggiornamento: 21:34

‘No a vergognosa riforma Avs a scapito delle donne’

È l’opinione di un comitato che riunisce Ps, Verdi, sindacati e associazioni femminili che oggi ha ufficialmente lanciato il referendum contro il progetto

Ats, a cura de laRegione
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Keystone
Una protesta contro l’Avs 21

È vergognoso e inaccettabile che la riforma Avs 21 venga fatta sulle spalle delle lavoratrici, già penalizzate da rendite di vecchiaia più basse. È l’opinione di un comitato che riunisce Ps, Verdi, sindacati e associazioni femminili che oggi ha ufficialmente lanciato il referendum contro un progetto che, a loro parere, rappresenta l’inizio di un generale, e voluto, peggioramento delle assicurazioni sociali.

Il previsto aumento dell’età pensionabile delle donne da 64 anni a 65, farà risparmiare a loro scapito 10 miliardi di franchi circa; ciò significa, stando al comitato, un taglio delle rendite di circa 1’200 franchi l’anno a danno delle lavoratrici, sebbene queste ultime registrino già pensioni inferiori di un terzo. Si tratta di una riforma che non rispetta la promessa fatta di rendite dignitose per tutti.

Per il consigliere nazionale Pierre-Yves Maillard (Ps/Vd), presidente dell’Unione sindacale svizzera (Uss), è uno scandalo che siano le donne a pagare lo scotto di questa riforma. Nel 2019, ha sostenuto, la metà di tutte coloro che sono andate in pensione dovevano cavarsela con meno di 1’770 franchi mensili. Si tratta di cifre troppo basse e ogni ulteriore peggioramento è “inaccettabile”. Un’opinione condivisa dalla presidente di Unia Vania Alleva, che ha dichiarato che farà tutto il possibile per lottare contro l’aumento dell’età di pensionamento delle donne.

La vicepresidente di Travail-Suisse, la consigliera nazionale dei Verdi Léonore Porchet (Vd), ha fatto presente che l’Avs perde annualmente 825 milioni a causa delle discriminazioni salariali che colpiscono le donne. Per questo è una vergogna che siano proprio le donne ad essere penalizzate dalla riforma. Per il presidente di Travail.Suisse, Adrian Wütrich, l’aumento dell’età pensionabile delle donne è un primo passo verso un incremento dell’età di pensionamento generalizzata per tutti a 66 o 67 anni, una tendenza che va bloccata sul nascere.

Nel suo intervento, la consigliera agli Stati Marina Carobbio (Ps/Ti) ha giudicato assolutamente insufficienti, “briciole”, le misure di compensazione per le donne che appartengono alla generazione di transizione.

Evoluzione demografica

Gli ambienti favorevoli alla riforma giustificano l’innalzamento dell’età pensionabile delle donne con l’evoluzione demografica. Oggi ci sono circa tre persone che lavorano per ogni pensionato, ma entro il 2030 ce ne saranno solo 2,4. Il motivo? L’allungamento dell’aspettativa di vita negli ultimi decenni e un calo del tasso di natalità.

Anche il fatto che la generazione del baby-boom stia raggiungendo l’età della pensione gioca un ruolo. Il cambiamento demografico ha un impatto sia sul primo pilastro che sul secondo, ossia la previdenza professionale.

La riforma Avs 21

La riforma Avs 21 è stata adottata lo scorso dicembre dal Parlamento; già prima che finissero i dibattiti, sinistra e sindacati avevano annunciato il referendum. Scopo del Parlamento e del Consiglio federale è garantire il finanziamento del primo pilastro fino al 2030, in particolare mediante l’aumento dell’età pensionabile per le donne e l’incremento dell’Iva.

L’innalzamento di un anno, a 65 anni, dell’età pensionabile per le donne dovrebbe consentire di sgravare l’Avs di 1,4 miliardi di franchi nel 2030. L’aumento scatterà un anno dopo l’entrata in vigore della riforma e sarà progressivo (tre mesi ogni anno).

In aula, la sinistra si è scagliata più volte contro il progetto Avs 21 sostenendo che le donne continuano a essere discriminate a livello salariale e le rendite continuano a essere inferiori a quelle degli uomini. Il centro-destra ha replicato ricordando come in media le donne ricevono una rendita quattro anni più a lungo degli uomini. Con questa riforma, inoltre, le rendite non diminuiranno. Non si possono semplicemente accumulare debiti che peseranno sulle generazioni future, è anche stato sottolineato nei dibattiti.

Le misure di compensazione

Hanno fatto discutere anche le misure compensatorie previste per addolcire la pillola. A beneficiarne saranno le donne che andranno in pensione nei nove anni successivi all’adozione della riforma. Concretamente, queste riceveranno un supplemento della rendita. Per le prime tre classi d’età che andranno in pensione, esso sarà progressivamente aumentato. Le successive due riceveranno il supplemento pieno. Per le ultime quattro classi sarà di nuovo ridotto allo scopo di evitare un effetto di soglia alla fine della generazione di transizione.

Il supplemento sarà modulato a seconda del reddito e aumentato per i redditi medio-bassi. Quello pieno ammonterà così a 160 franchi al mese per le donne con un reddito fino a 57’360 franchi, a 100 franchi fino a un reddito di 71’700 franchi e a 50 franchi con un reddito superiore a 71’700 franchi.

La riforma prevede anche la possibilità per tutti di anticipare o rinviare la totalità o una parte della rendita tra i 63 e i 70 anni, anche nella previdenza professionale. Le persone che rimarranno attive anche oltre i 65 anni riceveranno una rendita superiore visto che versano contributi più a lungo.

Le donne nella generazione transitoria beneficeranno di condizioni più favorevoli per il prepensionamento (dai 62 anni). La rendita di vecchiaia non sarà ad esempio ridotta per quelle che andranno in pensione a 64 anni se non avranno un reddito superiore a 57’360 franchi.

Aumento dell’Iva

Altro elemento “faro” della riforma è l’aumento dell’Iva di 0,4 punti percentuali. L’introito supplementare verrà interamente attribuito al Fondo di compensazione Avs permettendogli così di raggiungere un grado di copertura sufficiente.

Non ci sarà invece un finanziamento dell’Avs da parte della Banca nazionale svizzera (Bns), malgrado al Nazionale un’alleanza Udc-sinistra abbia per due volte proposto di versare al Fondo Avs i ricavi della Bns derivanti dagli interessi negativi, pari a circa 1,5-2 miliardi all’anno.

Votazione popolare

Benché la sinistra abbia già durante i dibattiti annunciato il referendum, l’ultima parola spetterà in ogni caso al popolo: il decreto federale sull’aumento dell’Iva comporta infatti una modifica costituzionale che sottostà a consultazione obbligatoria.

Se il referendum riuscirà, il popolo – e i Cantoni – dovranno quindi esprimersi due volte su uno stesso tema. La riforma potrà entrare in vigore solo se verranno accettati entrambi gli oggetti.

Non sarebbe la prima volta che il Sovrano è chiamato a una doppia votazione: ciò era successo con la Previdenza per la vecchiaia 2020. In quell’occasione, il 24 settembre 2017, la legge era stata respinta con il 52,7% di “no”, il decreto sull’innalzamento dell’Iva con il 50,05% di voti negativi (e 13,5 Cantoni).

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