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14.11.2021 - 21:120

Giustizia, il sorteggio divide (anche) la sinistra

Il punto sulle ragioni del sì e del no all’iniziativa del 28 novembre col politologo Nenad Stojanovic e il consigliere nazionale verde Nicolas Walder

Uovo di Colombo o toppa peggiore del buco? L’iniziativa per la giustizia divide gli animi, anche all’interno dei singoli schieramenti. Soprattutto a sinistra. Non piace a tutti l’idea di selezionare i 38 giudici del Tribunale federale e i loro 19 supplenti tramite un ‘sorteggio qualificato’, ovvero estraendo a sorte i nominativi da una lista definita tramite una commissione di periti indipendenti. Si vorrebbe così togliere l’elezione dalle mani dell’Assemblea federale, dunque di quei partiti ai quali i giuristi oggi devono di fatto essere affiliati se aspirano a una toga. Si supererebbe così il sistema di ‘quote’ assegnate a ciascuna formazione, decadrebbe contestualmente l’obbligo informale di versare una ‘tassa di mandato’ al partito di riferimento, e anche la spada di Damocle della rielezione parlamentare ogni sei anni sparirebbe: salvo violazioni gravi o problemi di salute, si sarà liberi di restare in carica fino a cinque anni dopo la normale età pensionabile. Ne parliamo con il politologo Nenad Stojanovic, già granconsigliere socialista e tra i promotori dell’iniziativa, e con il consigliere nazionale dei Verdi ginevrino Nicolas Walder, contrario.

A incontrare una resistenza pressoché unanime all’interno del Parlamento è l’idea che la nomina dei giudici gli sia sottratta per affidarla a un sorteggio. È davvero un buon modo per ‘salvare’ la giustizia dalla partitocrazia?

Stojanovic: L’idea è proprio quella di garantire una magistratura maggiormente indipendente. Oggi sappiamo che i giudici subiscono notevoli pressioni dai partiti: un caso clamoroso è quello di Yves Donzallaz, che l’Udc ha cercato di non fare rieleggere dopo che questi aveva autorizzato la cessione dei nominativi di clienti Ubs alla giustizia francese. Segno che urge una procedura spoliticizzata di selezione e conferma.

Walder: Il problema è che passando al sorteggio si affida al caso la scelta dei giudici, col rischio che questi non rappresentino più diverse sensibilità politiche, sociali e culturali. Penso che l’idea nasca da un’errata concezione dei giudici: li si vorrebbe completamente estranei a qualsiasi visione e simpatia politica, ma non è così; i giudici, come tutti gli uomini, sono animali sociali, aristotelicamente parlando; non ci si può illudere di superarne le adesioni politiche e le opinioni personali. Ci si deve semmai impegnare a rappresentarle nel modo più variegato ed esaustivo possibile.

L’iniziativa, insomma, sarebbe mossa da un’idea tecnocratica delle corti e da una visione ‘angelicata’ del giudice-tipo?

Walder: Secondo me, sì. E questo è tanto più pericoloso visto che le decisioni della suprema corte federale hanno un impatto diretto e diffuso – quindi a sua volta politico – non solo sugli imputati, ma anche sull’applicazione successiva delle leggi.

Stojanovic: Al contrario, il nostro obiettivo è proprio quello di rappresentare tutte le sensibilità e le componenti sociali. Cosa impossibile se solo chi è affiliato a un partito può diventare giudice. Con la nuova procedura, invece, sarà più facile accedere al Tribunale federale per chiunque disponga del necessario profilo professionale, senza discriminanti partitiche. Né di altro tipo, se è per quello: si pensi che oggi il 60% dei giuristi è donna, ma lo è solo un terzo dei giudici federali.

Buona parte del contendere verte proprio sulla questione della rappresentanza: potenziata dal sorteggio per i favorevoli, messa in pericolo secondo i contrari.

Walder: Il pericolo c’è. Prima di tutto perché un sorteggio è per sua natura casuale e quindi rischia di produrre risultati molto sbilanciati. Potrebbe ad esempio portare – esagero per farmi capire – all’estrazione di giudici al 100% maschi o dell’Udc. Inoltre, rimanendo in carica fino a 5 anni dopo l’età pensionabile, i giudici potrebbero restare al loro posto magari per 30 anni, con la conseguenza che rappresenterebbero sempre meno una società le cui sensibilità e valori inevitabilmente cambiano. È importante ricordare anche un altro fattore notevolmente distorsivo: il sorteggio riguarderebbe un gruppo socioprofessionale, gli avvocati, in media più vicino alla destra liberale rispetto al resto della popolazione. Il risultato non sarebbe quindi rappresentativo della sensibilità di tutta la popolazione e penalizzerebbe le forze progressiste come i Verdi. Infine, i candidati andrebbero selezionati da una commissione specializzata, assicurandosi che non abbiano affiliazioni politiche: ma possono avere interessi di parte anche senza un partito alle spalle, per esempio avendo lavorato per associazioni padronali o sindacati. D’altronde, con la nostra democrazia diretta la politica si fa spesso anche al di fuori dei partiti.

Stojanovic: Intanto, il voto per il Parlamento è ben lontano dal riflettere la diversità del panorama sociale svizzero. Il Parlamento che ora nomina i giudici è infatti eletto da meno della metà degli aventi diritto, mentre le decisioni giudiziarie hanno conseguenze per tutti, anche per chi si astiene o non ha diritto di voto. Inoltre, il 95% della popolazione non ha affiliazioni partitiche, a differenza dei giudici. Il risultato, ad esempio, è che l’Udc ha il 32% di quota nel Tribunale federale – ovvero 12 giudici su 38 –, mentre a livello di popolazione nel suo complesso chi si riconosce nella linea del partito costituisce solo l’8% (dell’intera popolazione svizzera inclusi astenuti e persone senza diritto di voto, ndr). In più, la stessa affiliazione partitica non costituisce un criterio adeguato per ‘indovinare’ la visione politica di un giudice: molti si iscrivono a un partito invece che a un altro solo perché così hanno più possibilità di venire scelti, in modo del tutto opportunista. Ma la nostra priorità è un’altra.

Quale?

Stojanovic: Per noi è fondamentale che i giudici siano indipendenti e preparati, il resto passa in secondo piano. A proposito di preparazione, vediamo che dove si consultano commissioni indipendenti come in Ticino il lavoro di selezione è eccellente, il problema semmai è che le loro indicazioni non vengono rispettate dal legislativo al momento delle nomine. Estrarre a sorte giudici selezionati da tali commissioni permette dunque di elevare il livello professionale. Quanto all’indipendenza: è ovvio che il meccanismo attuale – con in più l’obbligo di rielezione ogni sei anni, una regola che non si ritrova in alcun altro Paese – genera pressioni enormi. Proprio il caso Donzallaz ha fatto emergere il sistema di riunioni e ‘verifiche’ dell’Udc sull’operato dei suoi giudici, una cosa che dovrebbe destare un enorme scandalo.

Walder: Il comportamento dell’Udc è indubbiamente riprovevole, e non solo quando si tratta del terzo potere. Peraltro noi Verdi abbiamo presentato una controproposta per estendere il mandato a 12 anni. Resta il fatto che nonostante le geremiadi del suo partito, il giudice Donzallaz è stato rieletto – con ancora più voti di quando è stato nominato – ed è ora vicepresidente del Tribunale federale. Segno che il sistema funziona, che i rischi sono più teorici che reali. Inoltre, i giudici attualmente in carica sono perfettamente competenti e non ci sono prove che il sorteggio possa garantire lo stesso livello di competenza. Una cosa è certa: se l’elezione dei giudici fosse lasciata al caso, il potere giudiziario soffrirebbe di un deficit di legittimazione che investirebbe la sua immagine e il rispetto del popolo svizzero nei suoi confronti.

A legittimare le toghe sarebbe però il lavoro della commissione peritale, che verrebbe nominata dal Consiglio federale. Con quali criteri?

Stojanovic: Naturalmente spetterà al Parlamento definire la legge di attuazione, sicché non si troverebbe mai delegittimato o messo in fuorigioco. In generale, le regole serviranno poi per vincolare il Consiglio federale a selezionare personalità indipendenti, capaci di valutare esclusivamente le abilità e la preparazione professionale dei candidati, applicando comunque una ‘quota’ di rappresentatività per le regioni linguistiche.

Walder: Però si lascia la nomina dei periti (per un mandato non rinnovabile di 12 anni, ndr) al Consiglio federale, quindi in realtà non si sottrae nulla alla politica. Anzi: affidando queste nomine all’esecutivo si mette in fuorigioco un’istituzione come il Parlamento, direttamente eletta dal popolo, a favore di un gremio più piccolo come il governo, selezionato indirettamente e tale da lasciar fuori il 25% delle forze politiche che invece trovano rappresentanza in Parlamento.

Di fatto, in caso di vittoria del ‘sì’ decadrebbe anche la controversa ‘tassa di mandato’ che ogni anno i giudici versano al loro partito: una pratica che tra l’altro piace poco all’autorità anticorruzione del Consiglio d’Europa. Un giudice che versa un obolo al ‘suo’ partito resta comunque indipendente?

Walder: La corruzione è di solito il contrario, quando il giudice riceve denaro per orientare il suo verdetto, non quando lui stesso paga una tassa! Francamente, il nostro sistema giudiziario ha dimostrato nella pratica di saper agire in modo indipendente. Detto questo, non ho nulla contro l’idea di abolire la tassa di mandato, ma non vedo perché tale abolizione debba essere accompagnata da una pericolosa lotteria, rovinando un sistema che può certamente essere migliorato, ma che nel suo complesso funziona bene e riesce a rappresentare equamente le sensibilità di tutta la popolazione. Tutto questo mentre si demonizzano i partiti politici.

Stojanovic: Francamente non ho parole di fronte al cinismo di quella sinistra impegnata a conservare lo status quo. È ovvio che la tassa di mandato aggrava ulteriormente la subordinazione partitica dei giudici, anche se ai partiti – specie a quelli meno ricchi come i Verdi – quei soldi fanno comodo. In ogni caso il Plr ha già inoltrato un atto parlamentare che vieta queste tasse e che sicuramente troverà una maggioranza in Parlamento. Schierandosi per il no, le forze progressiste stanno quindi sprecando un’opportunità unica per cambiare in meglio un sistema conservatore che peraltro le marginalizza, visto che oggi solo 9 giudici federali su 38 sono affiliati alla sinistra: 5 Ps e 4 Verdi.

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