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La questione solleva forti emozioni
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laR
 
20.02.2021 - 06:00

‘Qui il niqab è piuttosto segno di emancipazione’

‘Vietarlo potrebbe provocare anche in Svizzera l’effetto contrario di quello desiderato: un ripiego identitario’, afferma la sociologa Mallory Schneuwly Purdie

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Come in Francia “anche in Svizzera un divieto del niqab potrebbe provocare un effetto contrario a quello desiderato: un ripiego identitario’, dice alla ‘Regione’ Mallory Schneuwly Purdie. La sociologa delle religioni, insegnante e ricercatrice al Centro svizzero islam e società dell’Università di Friburgo, sull’iniziativa (che “polarizza a svariati livelli”) detta ‘anti-burqa’, in votazione il 7 marzo.

Le è già capitato di incrociare per strada una donna che indossa il niqab [velo integrale nero che lascia liberi gli occhi, ndr]?

Sì. 

Cos’ha provato?

Mi sono interrogata: perché lo porta? Ha scelto liberamente di farlo? Se sì, per quali ragioni? Oppure l’hanno costretta? 

E la risposta?

È evidente che delle donne sono costrette culturalmente, socialmente o politicamente a portare il velo integrale e che alcune lo vivono come una prigione. Ma questa è una realtà che riscontriamo ad esempio nei Paesi del Golfo, non in Svizzera. Se ci basiamo sulle testimonianze delle donne che lo portano qui, ci rendiamo conto che non si può generalizzare. Anzi, in Svizzera le donne che hanno fatto questa scelta lo considerano piuttosto come un segno di emancipazione, come espressione di una spiritualità che prevale sul corporeo. 

Per inquadrare il problema: di quante donne parliamo?

Di 20-30 donne che vivono in Svizzera e che portano regolarmente il niqab, secondo lo studio di Andreas Tunger-Zanetti dell’Università di Lucerna. Le più visibili nelle nostre città sono in generale turiste straniere. 

Il burqa non c’entra niente, quindi.

No. Parliamo di niqab e sitar [simile al niqab, ma con un velo più fine che copre l’intero viso, occhi compresi, ndr]. Personalmente, non ho mai visto in Svizzera una donna col burqa [velo integrale blu con una griglia davanti agli occhi, tipico della popolazione pashtun dell’Afghanistan e del Pakistan, ndr].

Venti-trenta donne che dissimulano il proprio viso col niqab: la tendenza è all’aumento o alla diminuzione?

Difficile dirlo. Stando ai dati disponibili – quelli dello studio lucernese (20-30) e quelli menzionati anni fa dal Consiglio federale (100-150) – i casi sembrerebbero essere in diminuzione. Il consigliere nazionale dell’Udc Jean-Luc Addor [membro del comitato di iniziativa, ndr] sostiene il contrario. Bisogna stare attenti però a non mettere in un unico calderone le donne col niqab che abitano in Svizzera e le turiste dei paesi del Golfo (ma anche francesi o tedesche), che ogni tanto vengono a fare shopping a Ginevra, Zurigo o Lugano.

I casi sono pochi. Allora perché la questione scalda gli animi, polarizza così tanto?

Anzitutto perché pone il problema della visibilità della religione nello spazio pubblico, e del reale malessere che oggi esiste al riguardo. Non viviamo in un Paese laico, ma anche la società svizzera è ormai largamente secolarizzata. I segni dell’appartenenza religiosa, piano piano, sono stati evacuati dagli spazi pubblici, diventando vieppiù invisibili. La questione di cosa si può e cosa non si può (ancora) accettare meriterebbe un dibattito pubblico. Ma non è quel che avviene. Spesso non si osa andare a toccare argomenti tabù per il cristianesimo o l’ebraismo. Di conseguenza, tutte le questioni relative alla visibilità religiosa si cristallizzano attorno all’islam. E l’islam effettivamente ha un problema, su scala mondiale. In Europa, personalità musulmane sottolineano il bisogno di riflettere teologicamente alle sfide che si pongono ai musulmani che vivono in società secolarizzate e pluraliste. Queste riflessioni non sono che agli inizi.

E il burqa, o meglio il niqab, in tutto questo?

Il niqab è un segno di appartenenza religiosa. Non solo: è anche segno di appartenenza a una corrente religiosa fondamentalista. Il fondamentalismo è presente in tutte le religioni. Ma quello islamico contesta lo Stato di diritto, la democrazia e certi valori costitutivi dell’Occidente. L’iniziativa ‘contro la dissimulazione del viso’ è sintomatica del diffuso timore che la religione islamica guadagni terreno e vada a erodere le libertà individuali. Inoltre, cristallizza il malessere nei confronti dell’immigrazione e di una presunta islamizzazione della Svizzera. Per finire, c’è il tema dell’uguaglianza tra uomo e donna, in particolare del diritto delle donne all’autodeterminazione. Insomma: più o meno religione, o laicità; più o meno immigrazione; più o meno emancipazione della donna. Quest’iniziativa polarizza a svariati livelli. 

Lasciamo da parte numeri, religione e immigrazione. L’iniziativa solleva appunto la questione dei diritti fondamentali, dei diritti della donna in special modo. Non lo fa a giusta ragione?

È importante battersi per le donne che non vogliono portare il niqab, perché possano essere libere di toglierselo. Ma a mio parere non spetta allo Stato legiferare in merito a ciò che una donna vuole indossare.

È questo che intende quando afferma che “il velo integrale è un bersaglio sbagliato” (‘Le Temps’, 26.1.2021)?

Se davvero si vuol fare qualcosa per le persone interessate dall’iniziativa, allora bisogna agire per proteggere maggiormente le donne dalla violenza all’interno della coppia, dalle molestie nello spazio pubblico, oppure per promuovere la parità salariale, e via dicendo. Una lotta che si voglia veramente femminista non deve concentrarsi sul niqab: ci sono altri temi, assai più centrali, sui quali anche in Svizzera l’attenzione andrebbe focalizzata. 

L’attivista Saïda Keller-Messahli afferma che il niqab è “il segno di un islam militante, politico”, un “segno aggressivo sia nei confronti di una società democratica come la Svizzera, ma anche nei confronti della donna musulmana”. 

Il niqab è un segno politico per alcune donne, ma non per tutte. Per alcune può essere un segno decisamente religioso, identitario, di opposizione, senza che ciò implichi qualsivoglia rivendicazione politica. 

Le donne che lo indossano in Svizzera sono poche, d’accordo. Ma per Walter Wobmann, presidente del Comitato di Egerkingen, all’origine dell’iniziativa, “bisogna intervenire prima che sia troppo tardi”.

Il niqab non è un indumento qualsiasi: non è facile da portare, neppure per chi sceglie di farlo. Traduce infatti l’adesione a una corrente fondamentalista dell’islam, al salafismo, che soltanto un’infima minoranza dei musulmani che vivono in Svizzera condivide. E per quanto riguarda la restante, stragrande maggioranza dei musulmani residenti, solo una parte minoritaria di loro pratica regolarmente la propria religione. Capisco i timori, capisco che si voglia lanciare un’allerta su determinati fenomeni. Ma non credo proprio che se l’iniziativa verrà respinta, assisteremo in futuro a uno tsunami di donne che indosseranno il niqab. Al contrario, studi realizzati in Francia hanno mostrato che il divieto del velo integrale ha spinto un numero significativo di donne a portarlo. Trasformato in oggetto politico, proibito, il niqab è diventato così un segno concreto di opposizione. Anche in Svizzera un divieto potrebbe provocare un effetto contrario a quello desiderato: un ripiego identitario.

Se il velo integrale si vede poco in Svizzera, anche qui per contro sembrano essere in aumento le donne e le ragazze che per strada e a scuola indossano lo hijab [foulard che copre capelli e collo lasciando scoperto il viso, ndr]. 

Ci sono più musulmani e musulmane che vivono in Svizzera, quindi è naturale che vi siano più donne che portano lo hijab. Detto questo, bisogna fare un paio di distinzioni. In primo luogo, lo hijab non può essere messo sullo stesso piano del niqab, che manifesta una volontà di restare nel proprio mondo, di non mischiarsi con gli altri. Secondariamente, c’è il velo della prima generazione [di musulmane, ndr], essenzialmente ‘culturale’, portato da donne che sono arrivate in Svizzera col velo e hanno continuato a portarlo; e poi c’è il velo che alcune donne, alcune ragazze oggi decidono di portare per affermare in altro modo e del tutto consapevolmente la loro femminilità. Non bisogna per forza vedervi un’imposizione dei genitori. Certo, in talune famiglie portarlo le aiuta. E per queste ragazze è necessario fare qualcosa, affinché possano esercitare il diritto all’autodeterminazione del proprio corpo. Ma per coloro che decidono liberamente di indossare lo hijab, è importante che possano continuare a farlo. Anche a scuola, o sul posto di lavoro: se un divieto le costringesse ad abbandonare il sistema educativo o la professione, si finirebbe con l’alimentare lo stereotipo delle donne musulmane non integrate, dipendenti dai loro mariti e dall’aiuto sociale.

2009: iniziativa popolare per il divieto dei minareti; 2021: iniziativa per il divieto di dissimulare il viso. Possiamo tracciare dei parallelismi?

Le due iniziative sono state costruite contro la visibilità di una religione in particolare: l’islam. La differenza è che la questione dei minareti fa l’unanimità tra i musulmani: ovunque nel mondo le moschee hanno dei minareti e un muezzin; che debba essere così, nessun musulmano lo contesta. Per questa ragione il ‘sì’ a quell’iniziativa è stato interpretato come un attacco contro tutti i musulmani. Invece, il niqab divide la comunità musulmana. Dal punto di vista teologico, la posizione maggioritaria è che il velo integrale non è un obbligo religioso.

Cosa teme che succederà se l’iniziativa sarà accolta?

Nulla di particolare. Ma nelle comunità musulmane non pochi temono che si tratti della prima tappa di una proibizione più ampia del velo nello spazio pubblico. E se si dovesse arrivare a vietare lo hijab, allora sì che avremmo un problema con i musulmani in Svizzera. Sarebbe pericoloso per la coesione sociale. E per le donne stesse, che si vedrebbero costrette a fare delle scelte tra le loro convinzioni religiose e l’inserimento scolastico o professionale. Questo sì che sarebbe un passo indietro per l’uguaglianza.

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