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17.06.2020 - 20:03

Il Consiglio nazionale mette il velo all'iniziativa anti-burqa

Il testo è stato sostenuto soltanto dall'Udc e da una buona parte del gruppo del Centro. Tra gli oratori, diversi deputati ticinesi.

Berna - Una restrizione delle libertà fondamentali del tutto sproporzionata, dagli effetti trascurabili a livello di sicurezza e quindi inutile, che stigmatizza tutta una comunità, in particolare le donne, di fede islamica. Per tutti questi motivi, al termine di un vivace dibattito, il Consiglio nazionale ha raccomandato stasera a popolo e Cantoni di respingere l'iniziativa popolare anti-burqa "Sì al divieto di dissimulare il proprio viso" per 114 voti a 76 a 3 astensioni e di preferirle il controprogetto del Consiglio federale. Gli Stati avevano già fatto altrettanto. Il dossier è pronto per le votazioni finali.

A nome di quel comitato di Egerkingen già all'origine del divieto di costruire nuovi minareti in Svizzera, il consigliere nazionale Walter Wobmann (UDC/SO), tra i promotori del testo, ha dichiarato che l'iniziativa non verrà ritirata, dal momento che il controprogetto, così come uscito dalle deliberazioni, "è una presa in giro", è "irrispettoso" per chi ha firmato la proposta di modifica costituzionale.

Oggi la Camera del popolo era chiamata ad esprimersi solo sull'iniziativa popolare, dopo aver già accolto il controprogetto nel marzo scorso. L'esito del voto odierno era prevedibile: la commissione preparatoria proponeva il rifiuto per 13 voti a 9 e 3 astensioni. A livello di gruppi, hanno sostenuto l'iniziativa l'UDC e una buona parte del gruppo del Centro (PPD-PBD-EVP). Contrari il PS, il PLR, i Verdi e i Verdi liberali, che assieme hanno la maggioranza.

Il controprogetto

La legge sulla dissimulazione del viso, controprogetto indiretto - ossia a livello legislativo e non costituzionale - all'iniziativa, obbliga una persona a mostrare il proprio volto per potersi identificare durante i controlli sui trasporti pubblici, alla dogana o per le procedure amministrative.

La normativa dovrà includere anche provvedimenti volti a promuovere l'uguaglianza uomo-donna. Concretamente, si auspica una modifica delle legge sugli stranieri e la loro integrazione in modo che i programmi cantonali d'integrazione finanziati dalla Confederazione tengano conto delle particolari esigenze di donne, giovani e bambini. La legge sulla parità dei sessi va quindi rivista al fine di rendere possibile anche i programmi promozionali che migliorano l'uguaglianza tra uomo e donna all'infuori della vita professionale.

Infine, la legge sulla cooperazione allo sviluppo e l'aiuto umanitario internazionali va cambiata affinché figuri il principio che la situazione delle donne dev'essere migliorata.

L'iniziativa

L'iniziativa popolare va più lontano poiché pone un divieto generale della dissimulazione del viso. Nel mirino le donne che indossano il burqa o il niqab, affinché queste ultime possano decidere liberamente secondo i fautori del testo.

Il comitato di Egerkingen giustifica la sua iniziativa anche con motivi di sicurezza; il divieto di dissimulazione si applicherebbe infatti anche alle bande di teppisti che agiscono sovente a margine di importanti manifestazioni, come quelle del Primo maggio.

Due Cantoni, il Ticino e San Gallo, contemplano nella rispettiva legislazione il divieto del burqa. Zurigo, Soletta, Svitto, Basilea Città hanno respinto una normativa simile. A Glarona, la Landsgemeinde ha detto anche di "no".

No all'islam politico

Per i sostenitori dell'iniziativa, chador, niqab e burqa sono simboli dell'islam politico, della sua volontà di proselitismo, che si realizza anche nell'obbligo per le donne di coprirsi, tutti fenomeni in contraddizione con i nostri valori di libertà e autodeterminazione.

Per Piero Marchesi (UDC/TI), le femministe dovrebbero sostenere una simile proibizione. A suo avviso, il divieto è necessario se si vuole vivere assieme, come indicato dalla Corte europea dei diritti umani che ha respinto un ricorso di una donna musulmana contro un divieto simile in vigore in Francia.

Per Marianne Binder-Keller (Centro/AG), l'iniziativa non restringe la libertà religiosa. Il burqa, con una forte valenza politica, va contro il nostro stato di diritto poiché viene imposto. Un simile capo di abbigliamento è ben diverso da un gioiello a forma di croce, stella di Davide, mezzaluna portata al collo. O la kippà degli ebrei.

Contro valori culturali elvetici

Nel suo intervento, Marco Romano (Centro/TI) ha sostenuto che l'obbligo di indossare burqa o niqab è in contrasto con i valori liberali e di apertura della nostra società, basata sul rispetto e l'uguaglianza. In Svizzera, non ci si maschera il viso, né nei confronti delle autorità né in ambito sociale.

Un simile modo di presentarsi è intollerabile se imposto e non gradito anche quando scelto liberamente, e ciò vale anche per le donne convertitesi all'islam, tanto più che il velo non è un elemento essenziale per la loro religione. A suo avviso, gli avversari dell'iniziativa sottovalutano questi aspetti culturali e sociali.

Una presa in giro

In merito ai timori delle cerchie economiche, specie legate al turismo, Lorenzo Quadri (Lega/TI) ha sostenuto che in Ticino si è verificato il contrario di quanto temuto: i turisti arabi sono cresciuti, adeguandosi alle nuove disposizioni. In Francia e altrove, poi, esistono disposizioni analoghe, ha fatto notare il ticinese.

Quanto al controprogetto, meglio lasciar perdere: "è una presa in giro" per gli oltre 100 mila firmatari e un invito a spendere ancora di più per programmi di integrazione, sia in Svizzera che all'estero, proprio in un periodo di crisi come quello attuale causato dal coronavirus.

Islamofoba, populista e inutile

Per gli avversari, oltre ad essere illiberale e contraria alla libertà di coscienza e religione, ossia in contraddizione proprio a uno dei valori cui fanno riferimento i fautori, l'iniziativa introduce un divieto generalizzato della dissimulazione del viso per un "problema che non c'è": sono infatti rare le donne di fede islamica in Svizzera che si celano il viso. La maggioranza sono turiste di paesi arabi, quindi l'argomento "dell'integrazione" e della "liberazione" delle donne non regge.

Anzi, un divieto di dissimulare il viso avrebbe come risultato la marginalizzazione di queste donne, e in ultima analisi la stigmatizzazione di un'intera religione. Insomma, questa iniziativa è un favore fatto proprio alle cerchie che si riconoscono nell'Islam radicale.

Per Bruno Storni (PS/TI), l'iniziativa prende di mira in particolare una religione e, a differenza del controprogetto - più proporzionato e mirato - non si pone come obiettivo l'integrazione e una maggiore uguaglianza uomo-donna, ma crea invece nuovi conflitti. E poi di donne velate se ne vedono poche, qui a Berna come nel Ticino.

Quanto alla maggiore sicurezza promessa dall'iniziativa, che contempla il divieto di dissimulazione anche per teppisti e movimenti politicamente radicali violenti (tra l'altro già contemplato dai codici, secondo gli avversari), secondo diversi avversari dell'iniziativa si tratta di un'illusione: non solo le donne musulmane da noi non portano il velo, ma poiché i Cantoni sarebbero chiamati a promulgare una legge di applicazione si rischiano 26 diverse interpretazioni dell'iniziativa.

L'iniziativa fa anche strame del federalismo, ha affermato Alex Farinelli (PLR/TI), poiché se venisse accolta obbligherà anche quei Cantoni che non hanno voluto imitare il Ticino e San Gallo a ritornare sui loro passi per risolvere un "non problema", e ciò benché i rispettivi cittadini abbiano già detto "no" alle urne a un divieto cantonale per burqa e niqab.

Ticino, esperienza deludente

Dubbi sono stati sollevati anche in merito all'efficacia del divieto in vigore nel canton Ticino, che ha fatto da apripista, e a San Gallo. Dall'entrata in vigore dell'apposita legge in Ticino, ha dichiarato Greta Gysin (Verdi/TI), sono state avviate 37 procedure sfociate in 20 contravvenzioni, di cui tre per il porto di un passamontagna. Insomma, un "magro" risultato per chi voleva migliorare la condizione delle donne, ha sostenuto.

Per l'esponente ecologista ticinese, l'iniziativa vuole regolare un "non problema", è una perdita di tempo, che non affronta i veri problemi cari alle donne, ossia le differenze salariali tutt'ora esistenti e la violenza domestica: ogni due settimane, una donna è vittima di "femminicidio" in Svizzera. Gysin ha poi rammentato che obbligare una donna a velarsi è già punito dal Codice penale quale coazione.

Per Ada Marra (PS/VD), l'iniziativa è "populista" e "islamofoba" non solo perché tratta un problema inesistente, ma crea una separazione artificiosa tra noi e gli altri, in questo caso i "musulmani", favorendo un clima di sospetto generalizzato. Quanto al femminismo tirato in ballo dai promotori, specie UDC, si tratta di una "trappola", visto che i promotori sono gli stessi mostratisi più volte sordi ad altri veri problemi cari alle donne, come la disparità salariale tra i sessi.

Fenomeno marginale

Per la consigliera federale Karin Keller-Sutter, uno degli aspetti centrali che non piacciono al Consiglio federale è che l'iniziativa restringe inutilmente il margine di manovra dei Cantoni e non prevede nemmeno eccezioni per i turisti.

A parte la limitazione di diritti fondamentali, l'iniziativa è anche un segnale di debolezza. "In un società liberale non abbiamo bisogno di leggi che regolino il modo di vestire", ha affermato la ministra di giustizia e polizia.

Keller-Sutter, come altri oratori prima di lei, ha fatto notare che l'iniziativa riguarda in fondo poche persone, perlopiù cittadine svizzere convertitesi all'Islam. "Personalmente - ha specificato - non ho mai visto una persona con un burqa: ve ne sono senz'altro, ma di solito si tratta di donne privilegiate che soggiornano in località turistiche come Interlaken, o passeggiano lungo la Bahnhofstrasse di Zurigo.

Da noi, donne velate si vedono raramente, e quindi non v'è alcun pericolo per la coesione del Paese. La situazione non è paragonabile alle periferie francesi, dove niqab e burqa sono fenomeni diffusi, ha sottolineato.

Quanto alla sicurezza e all'integrazione, Keller-Sutter ha sostenuto che il Codice penale punisce già chi obbliga una donna a dissimulare il volto nonché chi nasconde il viso per commettere crimini o delitti.

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