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16.02.2021 - 21:39

L’iniziativa ‘anti-burqa’ a volto scoperto

Dopo i minareti, il velo integrale? L’essenziale da sapere sul più controverso degli oggetti in votazione il 7 marzo

l-iniziativa-anti-burqa-a-volto-scoperto
Keystone
Soprattutto turiste

Su cosa votiamo?

Sull’iniziativa popolare ‘Sì al divieto di dissimulare il proprio viso’, detta impropriamente ‘anti-burqa’. Chiede di vietare la dissimulazione del viso in tutti i luoghi accessibili al pubblico: strade, uffici, trasporti pubblici, stadi di calcio, ristoranti, negozi, cinema o all’aperto, nella natura. L’iniziativa prevede diverse eccezioni: anche se verrà accolta, chiunque potrà continuare a dissimulare il proprio viso nei luoghi di culto, per motivi di sicurezza (il casco da motociclista, ad esempio) o salute (mascherine igieniche), se le condizioni climatiche (sciarpa) o le usanze locali (costume di carnevale) lo richiedono. Il divieto non si applica all’ambito privato (automobile compresa). Si applica per contro alle turiste nello spazio pubblico.

‘Dissimulazione del viso’: cosa si intende?

L’iniziativa non lo specifica. Ma è chiaro che il divieto mira a colpire chi si copre il viso per ragioni religiose (con il burqa e il niqab, in particolare: vedi infografica) o per commettere un reato (con un passamontagna, ad esempio).

Quante donne portano il burqa o il niqab in Svizzera?

Il Consiglio federale nel 2010 le stimava in 95-130. Oggi resta più sul vago: parla di un numero “molto basso”, che “riguarda perlopiù le turiste”. Difficile ad ogni modo essere più precisi. I musulmani che vivono in Svizzera sono circa 390mila, in gran parte non praticanti. Le donne musulmane sono un po’ meno della metà. Solo un paio di dozzine di loro esce di casa col niqab: stando a uno studio dell’Università di Lucerna, quelle che lo indossano regolarmente sono 20-30. Si tratterebbe in buona parte di convertite che scelgono di portare il velo integrale di loro spontanea volontà. La più nota era Nora Illi, fattasi conoscere anche in Ticino per la sua lotta contro la legge detta ‘anti-burqa’, morta a 35 anni nel 2020. Un’altra convertita all’islam ha rilasciato la scorsa settimana un’intervista alla ‘Nzz’: afferma di non essere costretta dal marito a portare il velo integrale (“È una mia decisione”), né di voler essere ‘liberata’ dalle femministe che sostengono l’iniziativa. Le poche donne col burqa che capita di vedere per le strade svizzere sono turiste. 

Chi ha lanciato l’iniziativa?

Il Comitato di Egerkingen, già all’origine di un’altra iniziativa popolare contro i musulmani in Svizzera: quella per il divieto di costruire minareti, che nel 2009 venne accolta con il 57% dei voti e da quasi tutti i cantoni. Il Comitato si batte per “fermare l’estremismo” e per uno “Stop all’islamizzazione della Svizzera”. Suo presidente è il consigliere nazionale solettese Walter Wobmann (Udc). Nell’organo direttivo siede anche lo zurighese Ulrich Schlüer, ex consigliere nazionale dell’Udc (1995-2011) e già segretario di James Schwarzenbach, che a cavallo degli anni Sessanta e Settanta voleva proteggere la Svizzera dall’“inforestierimento”. 

In quale contesto è stata lanciata?

L’iniziativa sui minareti ha dato la stura al dibattito sull’islam in Svizzera. Da allora tematiche come il velo integrale (niqab o burqa), il velo (hijab) a scuola, la partecipazione di allieve musulmane ai corsi di nuoto e ginnastica, le strette di mano tra allievi musulmani e insegnanti donne, il finanziamento delle moschee e il terrorismo islamista occupano regolarmente – spesso amalgamate a sproposito – i media elvetici. Ben prima che Ticino e San Gallo vietassero il velo integrale, richieste di proibirlo erano giunte dagli ambienti conservatori (Ppd) e nazionalisti (Udc). Ma soltanto nel 2015, poco prima delle elezioni federali, il Comitato di Egerkingen ha annunciato il lancio di un’iniziativa popolare in tal senso.

Esistono già divieti simili?

Sì, nel frattempo il divieto di dissimulare il viso è stato introdotto in Ticino (dal 1o giugno 2016) e nel canton San Gallo (dal 1o gennaio 2019). Poche le infrazioni registrate. A Sud delle Alpi finora sono state comminate 60 multe: 32 a hooligans e 28 a donne che indossavano il niqab, indica il Dipartimento delle istituzioni cantonale, da noi interpellato. A San Gallo, invece, le infrazioni sono state “zero virgola zero”, puntualizza il portavoce della Polizia cantonale.

Negli ultimi anni Zurigo, Svitto, Glarona si sono invece espressi contro un tale divieto. In 15 cantoni è in vigore il divieto di coprirsi il viso in occasione di manifestazioni ed eventi sportivi. In Europa un divieto più o meno generalizzato di dissimulare il viso col velo integrale esiste tra l’altro in Francia, Belgio, Austria, Danimarca, Paesi Bassi e nelle regioni italiane della Lombardia e del Veneto.  

Chi è a favore e chi contro?

Per il ‘sì’ si batte il Comitato di Egerkingen, spalleggiato dall’Udc, dall’Unione democratica federale, dai Democratici svizzeri e dalla Lega dei Ticinesi. A dar loro man forte, alcuni esponenti dell’Alleanza del Centro (ex Ppd e Pbd) e del Partito evangelico (Pev). A favore dell’iniziativa, anche un gruppo interpartitico di donne formatosi attorno alle consigliere nazionali Marianne Binder-Keller (Alleanza del Centro) e Monika Rüegger (Udc) e alla nota esperta di islam Saïda Keller-Messahli. Un comitato analogo (‘À visage découvert’) di personalità liberali indipendenti dall’Udc si è costituito nella Svizzera romanda. Contro l’iniziativa sono schierati il Consiglio federale e la maggioranza del Parlamento. Tra i partiti, contrari sono la sinistra (Ps e Verdi), i Verdi-liberali e il Plr svizzero. La sezione vodese del Plr, la più grande del Paese, si è però espressa a favore dell’iniziativa, contro il parere del partito nazionale e della ‘sua‘ consigliera federale Karin Keller-Sutter.

Perché votare ‘sì’?

. Il velo integrale è incompatibile con i valori fondamentali di una società moderna, nella quale ci si guarda reciprocamente negli occhi quando ci si parla.

. Il velo integrale simboleggia la sottomissione della donna ed è contrario all’uguaglianza tra uomo e donna.

. Il divieto proibisce ai teppisti di dissimulare il proprio volto, favorendo il lavoro delle forze dell’ordine.

. Burqa e niqab non vengono menzionati nel Corano, non hanno nulla a che vedere con gli obblighi religiosi dei musulmani.  

. Il divieto di portare il velo integrale esiste già in due cantoni e in altri Paesi. In una sentenza del 2014, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha stabilito che il divieto di indossarlo è proporzionato e non lede la libertà di religione, né di opinione.

. Il divieto ha un carattere preventivo. “Vogliamo intervenire prima che sia troppo tardi”, dice Walter Wobmann.

Perché votare ‘no’?

. Pochissime donne indossano il velo integrale in Svizzera, un divieto sul piano nazionale iscritto nella Costituzione federale sarebbe inutile ed eccessivo. Avrebbe inoltre un significato essenzialmente simbolico, tanto più che già oggi chi costringe una persona a dissimulare il proprio viso commette reato (coazione) e le autorità preposte possono negare il permesso di dimora o di domicilio e la naturalizzazione se il velo integrale è giudicato segno di un’insufficiente integrazione.

. Un divieto nazionale sarebbe anche troppo rigido: un’ingerenza nella competenza dei cantoni, che invece devono poter continuare a decidere liberamente se introdurlo o no.

. Un divieto nazionale obbligherebbe ogni cantone a legiferare, e ognuno lo attuerebbe a modo suo. Si rischia di avere un patchwork di eccezioni e multe diverse.

. Un divieto non rafforza  la posizione delle donne che portano il velo integrale. Anzi, le spingerebbe a non più uscire di casa, con tutti i rischi che ciò comporta.

. Il divieto ha ripercussioni negative sul turismo: dissuade facoltose donne dei Paesi del Golfo dal fare shopping sulla Bahnhofstrasse a Zurigo, in via Nassa a Lugano, nelle strade del centro di Ginevra, a St. Moritz o a Interlaken. 

Cosa succede in caso di ‘sì’ all’iniziativa?

Lo scenario è verosimile. Nei primi sondaggi il ‘sì’ viene dato tra il 56% (sondaggio gfs.bern per conto della Ssr) e il 63% (Tamedia/‘20 Minuten’). Gli indecisi sono pochi, le opinioni sembrano in massima parte fatte. L’iniziativa è ben accolta anche all’interno del Plr, del Centro e del Pvl. “È qui che la decisione sarà presa”, afferma il gfs.bern. Anche il voto delle donne e quello dei romandi potrebbero fare da ago della bilancia. Sin qui entrambi gli schieramenti hanno adottato un profilo basso e la campagna si è svolta senza sussulti. Se alla fine prevarrà il ‘sì’, anche i cantoni che non lo hanno ancora fatto dovranno elaborare una legge. Probabili differenze cantonali in quanto a eccezioni ed entità delle multe. 

Cosa succede in caso di ‘no’ all’iniziativa?

I cantoni potranno decidere se seguire l’esempio di Ticino e San Gallo, oppure evitare di legiferare in materia. Quel che è certo è che entrerà automaticamente in vigore il controprogetto indiretto del Consiglio federale. Prevede che le persone si presentino alle autorità a viso scoperto per l’identificazione, ad esempio negli uffici o sui mezzi pubblici. Chi si rifiuta di farlo sarebbe punito con una multa e/o dovrà rinunciare a determinate prestazioni, ad esempio l’acquisto di un abbonamento generale del treno. Il controprogetto colma una lacuna legislativa a livello federale e rispetta l’autonomia dei cantoni, sottolinea la ministra di giustizia e polizia Karin Keller-Sutter. Il ‘pacchetto’ contiene poi provvedimenti per rafforzare i diritti della donna nei programmi cantonali di integrazione, in quelli che promuovono l’uguaglianza tra uomo e nella legge sulla cooperazione allo sviluppo.

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