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13.02.2020 - 09:19
Aggiornamento: 09:45

Caso Crypto, Dick Marty: 'Ora indaghino le Camere'

L’ex magistrato e ‘senatore’ ticinese a favore di una Commissione parlamentare d’inchiesta: 'Immagine e ruolo politico della Svizzera in pericolo'

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Dick Marty: 'Scalfita la credibilità svizzera' (Ti-Press)

«La credibilità della Svizzera è stata scalfita». E ora è necessario «fare tutto il possibile» per ripristinarla. Secondo l’ex magistrato e ‘senatore’ ticinese Dick Marty bisogna fare «totale chiarezza» sul caso Crypto Ag, società elvetica che ha permesso ai servizi segreti statunitensi e tedeschi di spiare oltre cento Paesi per decenni. Come? «Con una Commissione parlamentare d’inchiesta (Cpi)», afferma a ‘laRegione’ colui che aveva, tra l’altro, denunciato la presenza in Europa di carceri segrete della Cia. Una Cpi “può interrogare testimoni, prendere visione dei verbali e dei documenti relativi alle sedute del Consiglio federale e far capo a inquirenti per l’assunzione delle prove”, si legge sul sito del parlamento. Per istituirla è necessario presentare un’iniziativa parlamentare.

E proprio ieri il gruppo alle Camere del Ps ha indicato che durante la sessione primaverile ne depositerà una sul caso di spionaggio internazionale portato definitivamente alla luce da un’inchiesta giornalistica di Srf, Zdf e ‘Washington Post’ (cfr. ‘laRegione’ di ieri). Già martedì il consigliere nazionale Balthasar Glättli (Verdi/Zh) aveva preteso una Cpi. Anche perché il Ministero pubblico della Confederazione (Mpc) per il momento non ha intenzione di aprire un procedimento sul caso. Aspetta infatti il rapporto dell’ex giudice federale Niklaus Oberholzer, incaricato dal Consiglio federale di fare luce sulla vicenda. Se emergeranno “aspetti penalmente rilevanti”, le autorità competenti – e quindi anche la procura federale, se gli eventuali reati sottostanno alla giurisdizione federale – “li esamineranno secondo la normale procedura”, ha indicato ieri l’Mpc in una nota scritta inviata alla ‘Regione’. Il Ministero pubblico ha anche precisato che “di regola le sole rivelazioni di stampa non bastano” per attivarsi in questo senso. Tuttavia, «l’Mpc è tenuto ad aprire un’inchiesta non appena ha notizia di un reato. E questo indipendentemente dal canale», sostiene Marty. Il Codice penale vieta ad esempio di compiere atti sul territorio svizzero per conto di uno Stato estero senza autorizzazione.

Per quanto riguarda l’inchiesta ordinata dal governo, secondo l’ex magistrato «un ex giudice è una persona privata che non ha mezzi adeguati per condurre un’indagine». Per questo motivo, «una Cpi sarebbe molto più incisiva». Si tratta di «una questione politica e quindi il parlamento deve attivarsi». Questa vicenda, infatti, «mette in pericolo l’immagine della Svizzera e il suo ruolo politico». Marty si riferisce in particolare ai «buoni uffici» che offre la Confederazione. Insomma, il suo «ruolo da mediatore». E quanto emerso non depone «a favore della nostra credibilità. Perché, se tutto ciò è vero, ci sono stati decine e decine di Paesi ingannati da un prodotto svizzero». Ricordiamo che, stando all’inchiesta giornalistica, Crypto Ag ha venduto per decenni apparecchi crittografici manipolati a oltre cento Stati, permettendo agli 007 statunitensi e tedeschi di intercettare comunicazioni criptate, a loro insaputa.

E tutto ciò approfittando anche della reputazione di Paese neutrale di cui gode – almeno finora – la Svizzera. In realtà «non siamo mai stati neutrali», afferma Marty, precisando che la Confederazione si è sempre schierata «dalla parte dell’Occidente». Tutta questa vicenda non sorprende dunque più di quel tanto l’ex ‘senatore’ che si dice comunque «scandalizzato: purtroppo, di fronte ai servizi americani abbiamo sempre avuto un atteggiamento di totale riverenza». Sempre ieri, Srf ha rivelato che la polizia federale aveva indagato su Crypto già negli anni 90. L’inchiesta era stata tuttavia archiviata. Jürg Bühler, che all’epoca diresse l’indagine e che oggi è vicecapo del Servizio informazioni della Confederazione (Sic), ha indicato alla tv svizzerotedesca che vi sono segnalazioni di servizi stranieri e protocolli di commissioni parlamentari ancora segreti, che non possono essere resi pubblici. Un dossier sul caso Crypto manca poi completamente. A Marty sembra «impossibile» che i servizi segreti elvetici non sapessero nulla e che non seguivano l’attività di Crypto. «Se non l’avessero fatto, ciò significherebbe che non erano all’altezza».

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