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Miliardi di foto in banche dati (Keystone)
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23.01.2020 - 05:50

‘La società digitale deve aggiornare i suoi valori’

Il divulgatore scientifico Alessandro Trivilini: per non farsi sopraffare dalla nuove tecnologie bisogna regolamentarne lo sviluppo e l’utilizzo

Per non farsi sopraffare dalle nuove tecnologie «bisogna mettere al centro un sistema di valori e applicarlo alla nuova società digitale». Secondo il divulgatore scientifico Alessandro Trivilini, è necessario trovare «una soluzione» a livello globale «per regolamentare» lo sviluppo e l’utilizzo di algoritmi e applicazioni, cercando allo stesso tempo di «non avvantaggiare la criminalità organizzata» che di regole non ne segue.
Il weekend scorso è emersa un’altra polemica legata all’utilizzo dei nostri dati personali che seminiamo costantemente su internet. In questo caso si tratta del nostro volto che «è unico e prezioso», sottolinea Trivilini. Concretamente, stando al ‘New York Times’, negli Usa l’azienda Clearview ha sviluppato un’applicazione – che avrebbe già raccolto in una banca dati tre miliardi di volti, ottenuti da social media come Facebook o Youtube – per permettere alle autorità di identificare una persona con il riconoscimento facciale. L’applicazione consente infatti di risalire da una singola foto a tutte le immagini pubbliche di un individuo.

La notizia ha generato subito reazioni negli Usa: secondo il senatore democratico Ron Wyden, gli americani dovrebbero sapere se le loro foto finiscono di nascosto su una banca dati privata. Anche in Svizzera, non tutti sono rimasti indifferenti: stando alla Rsi, Adriano Lobsiger (ovvero ‘Mister dati’) chiederà lumi a Clearview e alle autorità statunitensi sulle modalità di raccolta e sull’utilizzo di questi dati personali.

Il riconoscimento facciale è una questione che preoccupa anche l’Unione europea, visto che «intende sospenderne per cinque anni lo sviluppo e la trattazione per l’impatto che può avere in termini di privacy e di valore strategico», spiega Trivilini. Oggi, infatti, la tecnologia permette tranquillamente di raccogliere dati sui volti in rete. A essere controverso «è l’utilizzo che si farà di questi dati, anche da parte delle autorità giudiziarie». Attualmente, quindi, «la regolamentazione è molto rigida, perché se questi dati finiscono nelle mani sbagliate l’essere umano potrebbe non avere più segreti». Il responsabile del servizio di informatica forense della Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana (Supsi), si riferisce in particolare alla criminalità organizzata: «C’è un mercato nero di dati enorme» e il riconoscimento facciale può avere «un grande impatto nel furto di identità».

Da un lato sembra dunque che si voglia frenare lo sviluppo di questa tecnologia, ma dall’altro siamo venuti a conoscenza che la polizia statunitense utilizza il riconoscimento facciale in modo molto più esteso di quanto si pensasse. Non è un po’ un controsenso? «Siamo in una zona di mezzo – sostiene Trivilini–: da un lato le autorità hanno compreso le potenzialità e la maturità di questa tecnologia. Dall’altro però hanno anche l’interesse di limitare l’uso di tali algoritmi per tutelare la privacy della popolazione dalla cybercriminalità».

La soluzione è quindi quella di «trovare un compromesso a livello globale: una regolamentazione che venga applicata ovunque e non solo in certi Paesi e in altri no». Insomma, usare questa tecnologia può indubbiamente aumentare la sicurezza, ma bisogna regolamentarla in modo che non possa essere utilizzata anche dalla criminalità organizzata. Inoltre, secondo il divulgatore scientifico, le future «linee di condotta comuni» non dovranno «frenare la ricerca». Perché ciò «vorrebbe dire dare un vantaggio alla cybercriminalità, che non deve sottostare a nessuna regola o procedura».

Un compito, questo, di certo non facile... «È necessario avere il coraggio di dire che non è più una questione di tecnologia che ormai è matura, pronta. Bisogna ‘metterla in panchina’ fin quando non siamo riusciti a ridefinire il nostro sistema di valori. Già in passato ci si è accordati per costruire una società fondata sul rispetto, sull’equilibrio, sull’equità eccetera. Ora dobbiamo fare la stessa cosa e applicarlo alle potenzialità delle nuove tecnologie, capaci oggi di parlare come un essere umano e di riconosce gesti e volti. Dobbiamo aggiornare il nostro sistema di valori», conclude Trivilini.

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