Carlo Sommaruga e Marco Romano (Keystone)
Svizzera
01.12.2018 - 14:350

Patto Onu sulla migrazione: Sommaruga e Romano a confronto

I due consiglieri nazionali e le relative visioni sull'intesa giuridicamente non vincolante delle Nazioni unite

Carlo Sommaruga, il Patto Onu sulla migrazione ripropone la questione delle competenze rispettive di governo e Parlamento in materia di politica estera. Lei come la vede?

Il Consiglio federale ha una competenza generale di concludere accordi giuridicamente non vincolanti che deriva dalla Costituzione. Anche la Legge sugli stranieri gli dà la competenza di concludere accordi internazionali in quest’ambito. Abbiamo quindi un potere costituzionale ulteriormente legittimato dal Parlamento.

La Legge sul Parlamento vuole che il governo consulti le commissioni competenti. Che però sono state coinvolte a giochi fatti.

Non si può dire così. Nelle commissioni della politica estera riceviamo regolarmente rendiconti dell’attività del governo. I commissari possono mettere all’ordine del giorno certi temi. I parlamentari dell’Udc e una buona parte dei quelli del Plr non si sono mai interessati alla questione, hanno scoperto il Patto solo recentemente, benché il processo negoziale fosse noto a tutti. Sono loro che non hanno fatto i compiti.

Le commissioni sono state consultate solo dopo che il governo ha annunciato di voler firmare (con riserve) il Patto.

Il Consiglio federale ha seguito la solita procedura, non può certo consultare le commissioni parlamentari prima che gli sia noto il risultato di una trattativa! Certo, avrebbe potuto informarle prima, spiegare meglio quale sarebbe stato il seguito. Ma non ho particolari critiche da fare dal profilo istituzionale. Per contro, è criticabile la posizione di Ignazio Cassis.

Perché?

Non ha alcuna posizione: una volta è a favore, un’altra contro, a seconda della piega che prende il dibattito politico interno. Come ministro degli Esteri, deve sapere che le questioni migratorie possono essere gestite soltanto a livello globale. Nel Patto Onu, per giunta, sta scritto nero su bianco che ogni Stato resta sovrano in quest’ambito. La Svizzera può firmarlo esprimendo delle riserve. Non firmandolo, invece, lanciamo un messaggio di sfida ai Paesi africani. Che ci diranno: “Voi svizzeri, americani, austriaci, i più ricchi del mondo, non volete dialogare con noi”.

Qui però, più che firma o no, si tratta di sapere quale ruolo debba avere il Parlamento. Il Ppd torna a chiedere che il governo lo coinvolga maggiormente nel processo decisionale e di approvazione di ‘soft law’ (Patto Onu, Agenda 2030 ecc.). È d’accordo?

Partecipare, in seno alle istanze sovranazionali (Ocse ecc.), ai processi di elaborazione della soft law ci dà un potere d’influenza cento volte superiore alla nostra reale forza sul piano internazionale. I parlamentari svizzeri devono però darsi i mezzi per prendervi parte, al fine di riferirne in seguito a Berna. Inoltre, le nostre commissioni devono essere regolarmente aggiornate sugli sviluppi nei processi di elaborazione della soft law. Posso pure essere d’accordo col Ppd, ma bisognerà mantenere il necessario equilibrio.

Lei recentemente ha evocato una ‘rottura’ nella politica estera elvetica rispetto alla ‘Genève internationale’ e al multilateralismo.

Cassis non ha ancora capito qual è il ruolo di un ministro degli Esteri: non ha capito che la politica estera non può essere dettata dalle dinamiche politiche interne. Di queste va tenuto conto, ma non ci si può lasciar guidare da esse. L’ex consigliere federale del Plr Pascal Couchepin era un politico rispettato: aveva una visione dello Stato e un progetto politico. Cassis non ha né l’una né l’altro. Da quando è capo del Dfae, si accumulano i segnali di diffidenza rispetto al multilateralismo: il Patto Onu, il Trattato per la proibizione delle armi nucleari ecc. Già Max Petitpierre [Plr, capo del Dipartimento federale degli affari esteri dal 1944 al 1961, ndr] aveva capito che la Svizzera sulla scena mondiale può esistere solo a condizione di essere propositiva e attiva nella sua neutralità. Tutti gli ultimi ministri degli Esteri – da Cotti a Burkhalter – si sono iscritti nel solco di questa tradizione. Cassis no. Con lui assistiamo a una rottura. Per cosa, poi? Nessuno lo sa. 

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Marco Romano, salvo poche eccezioni, i 10 principi e i 23 obiettivi del Patto Onu sulla migrazione sono in linea con la politica migratoria della Svizzera. E ogni Paese potrà decidere indipendentemente quali strumenti adottare. Cosa c’è che non va, allora?

I principi sono in sintonia con la legislazione e la prassi della Svizzera, questo sì. Alcune delle 55 misure contenute nel Patto sono però molto distanti dalle nostre regole. E si parla soltanto di “diritti dei migranti”, mentre la nostra legislazione prevede diritti e doveri. Inoltre, queste misure abbracciano quasi tutte le politiche pubbliche di uno Stato (politica scolastica, dei media, dell’integrazione e così via): per questo vanno discusse a fondo, condivise con il Parlamento e i Cantoni. Dobbiamo sapere quanto sono vincolanti le misure concrete contenute nel Patto. Questa discussione finora è totalmente mancata.

Anche lei è del parere che il Consiglio federale non abbia compiutamente consultato il Parlamento. Cos’è stata, l’espressione di una deliberata volontà di difendere le sue prerogative nella politica estera?

Dipartimento federale degli affari esteri (Dfae) e Consiglio federale hanno fatto un pasticcio. Non è la prima volta. Già anni fa chiesi di chiarire quale fosse il ruolo del legislativo nell’elaborazione della soft law [accordi internazionali non vincolanti, come patti, dichiarazioni, raccomandazioni ecc., ndr]. L’ordinanza della Legge sul Parlamento in effetti è stata modificata. Ormai prevede che – in presenza di contenuti politici rilevanti, che implicano magari modifiche delle nostre leggi – l’atto in questione venga sottoposto per consultazione al Parlamento.

E poi cos’è successo?

Ciascun dipartimento ha continuato a fare come meglio credeva; alcuni (come quello dell’Ambiente, con l’Accordo di Parigi sul clima) ci consultano sistematicamente, altri (il Dfae e il Dipartimento federale delle finanze) no. Col Patto Onu sulla migrazione, questione politicamente delicata, il Parlamento è stato totalmente bypassato. Un po’ più di tatto politico da parte del ministro degli Esteri Ignazio Cassis e del suo predecessore Burkhalter probabilmente sarebbe bastato. Il caso rivela una cosa: la nostra è una diplomazia di alto livello [l’ambasciatore elvetico all’Onu Jürg Lauber è stato uno degli artefici del Patto Onu sulla migrazione, ndr], ma spesso è poco ‘sensibile’ alle dinamiche politiche interne.

Il presidente del Cicr Peter Maurer ha dichiarato alla ‘Nzz’ che le trattative sono durate quasi tre anni, si sono svolte in modo ‘del tutto trasparente’ e che chiunque avrebbe potuto sollevare riserve ‘senza problemi.’

Non sono d’accordo. Come membro della Commissione delle istituzioni politiche, ho chiesto varie volte che ci venissero fornite informazioni. Ci è stato risposto: “Lo faremo a esercizio ultimato”. Gli organismi internazionali devono rispettare i tempi delle istituzioni nazionali, che in un sistema bicamerale come il nostro sono piuttosto lunghi. La nostra Costituzione prevede una partecipazione attiva alla politica estera da parte del Parlamento e dei Cantoni. A livello nazionale manca una regolamentazione chiara delle competenze rispettive di esecutivo e legislativo in un ambito – quello della soft law – che negli ultimi anni si è molto sviluppato, in vari settori. Da qui la mozione che ho presentato stamane.

La Svizzera potrebbe non aderire a un accordo siglato da 160 Paesi. Non sottovaluta la valenza simbolica di una simile assenza?

Per me la cosa importante è che vi sia una discussione in Parlamento prima di una qualsiasi decisione. Noi peraltro applichiamo tutte le convenzioni internazionali, giuridicamente vincolanti, sulla migrazione. Quindi l’impegno multilaterale non verrebbe rimesso in discussione.

Non intravede una tendenza al ripiegamento nella politica estera della Svizzera?

No. Non vedo cambiamenti di rotta rispetto al passato, ma piuttosto la volontà di affermare, nei consessi multilaterali, la necessità di rispettare le regole istituzionali di ciascun Paese.

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