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31.07.2021 - 11:240
Aggiornamento : 01.08.2021 - 14:02

Meloni: ‘‘Siamo nell'Olimpo, è questa la realtà’

L'allenatore di Noè Ponti: ‘Dopo la semifinale gli ho detto che se avesse ripetuto il tempo anche in finale, avrebbe vinto la medaglia’

Dietro ogni campione si cela un ottimo allenatore. Non lo diciamo per piaggeria, bensì perché dall’ottimo funzionamento del rapporto “di coppia” tra atleta e tecnico non è possibile prescindere, per l’ottenimento di certi risultati. Ecco perché una parte del successo di Noè Ponti è da ascrivere a Massimo Meloni, l’allenatore al quale il ticinese della Nuoto Sport Locarno si è affidato due anni fa per coltivare - e poi coronare - il sogno olimpico. «Ho parlato con Noè, sono molto contento - spiega il tecnico dello Swiss Aquatics Training Base di stanza al Cst di Tenero -. Mi rammarica però non aver potuto essere lì con lui a Tokyo. Sono state fatte delle scelte che stavolta mi vanno un po’ contro. Bisogna essere obiettivi: Jérémy Desplanches, ottimo atleta, non si allena in Svizzera, bensì a Nizza, dove si allena con un tecnico francese. Noè è un atleta svizzero, si allena in Svizzera, con un allenatore che sì, è italiano, ma che però da quattro anni vive e lavora in Svizzera. Con me Noè ha fatto un percorso che lo ha portato a fare questo salto. Dico una cosa che va contro il mio lavoro, perché la reputo fondamentale: prima di tutto bisogna avere la materia prima, l’atleta forte. Inutile che ci nascondiamo questa verità: se non hai un atleta forte, certi risultati non arrivano, a prescindere dalla bravura dell’allenatore. Il rapporto che si viene a creare tra atleta e allenatore è speciale. Cii deve essere fiducia, bisogna credere in due a quello per cui si lavora. Se è così, anche se l’allenatore sbaglia, l’atleta va forte. Se invece il tecnico fa le cose per bene, l’atleta ottiene risultati anche migliori. Tra me e Noè si è creato un binomio di questo genere. Già nuotava a volte con me, ma due anni fa è venuto da me per dirmi “io voglio nuotare con te”. Sono sempre stato un allenatore che non ha mai chiesto a nessun atleta di venire a lavorare con me. Se è lui a chiedere di farlo con te, da lui ottieni il cento per cento».

More suo, Meloni la gara l’ha vista a casa, da solo, prima di unirsi alla festa di casa Ponti. «Vero, la gara l’ho vista da solo. Anche quando partecipo alle trasferte per le gare con la Nazionale, sto un po’ in disparte, raramente mi unisco a tutti gli altri. È una cosa mia, un po’ scaramantica. La gara di Noè l’ho vista a casa mia. Dopo però sono andato a festeggiare a casa Ponti con tutta la famiglia».

La chiusura del cerchio: tecnici, atleta e famiglia

In cuor suo, Meloni la medaglia la sentiva arrivare… «Mi ero già sbilanciato, avevo detto che una medaglia Noè l’avrebbe conquistata. La certezza non c’è mai, ma bisogna ricordare che la maggior parte degli allenatori di gran livello sogna. Fa parte del nostro mestiere. L’unico rammarico che ho è questo: se Noè avesse gareggiato prima nei 100, avrebbe vinto una medaglia anche nei 200 delfino. Era alla sua portata, il 200. Ma è la prima Olimpiade, era la prima gara, non è mai semplice. Ma ero sicuro che sarebbe tornato a casa con una medaglia. Ci abbiamo creduto, io e il mio assistente Andrea Mercuri. Una settimana al mese lavoro con il preparatore atletico Alessandro Mancini, attivo un tempo nei tuffi ora nella ginnastica. Ci dà una bella mano. Per fare in modo che un successo come quello di Noè si concretizzi serve che un cerchio si chiuda. Il cerchio lo formiamo il sottoscritto, i miei assistenti, la famiglia e Noè. Tutti hanno contribuito a questo risultato. Siamo nell’Olimpo, questa è la realtà. Per arrivarci, deve funzionare tutto, non si può sbagliare niente».

Due record filati, in semifinale e finale. Noè ha fatto la gara perfetta? «Dopo la semifinale gli avevo detto che si fosse ripetuto, avrebbe conquistato la medaglia. Lui però se l’è presa in una gara mostruosa, con il record del mondo di Dressel e il limite europeo di Milak. Record che appartenevano prima a un certo Michael Phelps (2009), poi a un certo Milak, e a un altro mostro sacro del nuoto, il serbo Milorad Cavic, il secondo nuotatore al mondo a scendere sotto i 50 nei 100 delfino. E quella era l'epoca dei costumoni. Noè è arrivato terzo alle spalle di Dressel che ha fatto il record del mondo e di Milak che ha fatto quello europeo. Una gara così non si era mai vista. La più difficile degli Europei, la più pazzesca, tempi alla mano».

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