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06.09.2022 - 05:25
Aggiornamento: 16:16

E lo sceicco fece annullare un gol

Protagonista di un episodio grottesco ai Mondiali del 1982, lo sceicco del Kuwait fu poi ucciso otto anni dopo dai soldati di Saddam Hussein

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21 giugno 1982, Nuevo Estadio José Zorrilla di Valladolid, tardo pomeriggio, orario da toreri. Kuwait e Francia si affrontavano nella seconda partita del primo turno e, quando al termine mancavano poco più di dieci minuti, con gli europei in vantaggio 3-1, si sentì fortissimo - anche per chi seguiva il match in tv dal divano di casa - il trillo di un fischietto. Tutti si fermarono, tranne Alain Giresse, che chiuse una triangolazione imbastita da Bernard Genghini e Michel Platini calciando il pallone in fondo alla rete avversaria. L’arbitro, il sovietico Miroslav Ivanovic Stupar, a sorpresa convalidò la rete. Probabilmente non era stato lui a fischiare, ma qualcuno assiepato sulle gradinate, e dunque ordinò che il gioco venisse ripreso dalla metà del campo, verso la quale si diresse incurante delle proteste belluine dei giocatori del Kuwait. I quali - non ottenendo udienza e soddisfazione da parte del direttore di gara - puntarono gli sguardi in tribuna in cerca di Fahad al-Ahmad al-Jaber al-Sabah, venerato sceicco e presidente della loro federcalcio. Sentendosi defraudato nel profondo, il dirigente - dall’alto del palco reale - pensò bene di ordinare ai suoi sudditi di lasciare all’istante il campo. E i ragazzi lo avrebbero anche fatto, se solo non avessero ricevuto un contrordine dal brasiliano Carlos Alberto Parreira: era il loro allenatore e sapeva bene che dare forfait sarebbe stata la mossa sbagliata. Mancava infatti ancora una partita da disputare, e il Kuwait - che all’esordio contro la Cecoslovacchia aveva pareggiato 1-1 - era ancora perfettamente in corsa per un eventuale passaggio al secondo turno.

Ci penso io

Lo sceicco abbandonò l’idea del ritiro, ma non era disposto a soprassedere sul gol secondo lui ingiustamente convalidato ai francesi, e così decise di andare a parlare con l’arbitro a quattrocchi. Si alzò dunque dal suo cadreghino in tribuna d’onore e, scortato da un codazzo di notabili e gorilla, infilato nei suo abiti tradizionali - ghutra e dishdasha - scese fino al terreno di gioco, che nel frattempo era stato invaso da delegati Fifa, commissari, fotografi e naturalmente dalla Guardia Civil. Per fortuna dello sceicco, c’erano anche molti cameramen: che il mondo intero sappia come fa un vero uomo a rimediare alle ingiustizie, si disse. Raggiunto il direttore di gara, lo riempì di complimenti per come aveva arbitrato fin lì, specie per aver annullato ben tre reti alla Francia, tutte per fuorigioco. E poi gli vomitò in faccia insulti irripetibili e minacce che parevano tremendamente serie. Il sovietico, allora, parlottò coi suoi assistenti - uno svedese e uno jugoslavo - e tornò sui suoi passi: rete annullata, anche stavolta per off-side. Soddisfatto, Fahad al-Ahmad al-Jaber al-Sabah applaudì la decisione dell’arbitro e, con la solita prosopopea, se ne tornò al suo posto in tribuna per godersi gli ultimi minuti della gara. A quel punto, ovviamente, a reclamare furono i francesi, ma senza speranza alcuna che le loro istanze venissero accolte. Nella confusione, il Ct francese Michel Hidalgo - sgambettante nei suoi calzoncini da tennis minuscoli come slip - venne colpito e ferito al volto da una telecamera, e prima di riprendere a giocare ci volle ancora qualche minuto. La partita, per la cronaca, finirà poi 4-1 per i francesi, e il Kuwait, sconfitto pure dall’Inghilterra all’ultima giornata, verrà eliminato e rispedito a casa.

Otto anni dopo

Pagliacciata, mascherata e pittoresco folklore venne definito quell’episodio dalla stampa del mondo intero. Per tutti, fu certamente l’occasione per riflettere sulla professionalità e sulla moralità della Fifa e di certi arbitri. Ma anche la preziosa opportunità di farsi una fugace idea dello sceicco Fahad al-Ahmad al-Jaber al-Sabah, che fino a quel giorno dell’estate dell’82 era soltanto uno sconosciuto trentasettenne più ricco di Creso. E che, dopo i 15 minuti di notorietà di cui parlava Andy Warhol, se ne tornò immediatamente nel suo dorato anonimato, dal quale riemerse soltanto otto anni più tardi, riportato alla ribalta dalla cronaca nera. Anzi, per la precisione, dai bollettini di guerra. L’invasione operata dalle armate irachene di Saddam Hussein - il 2 agosto del 1990 - avrà forse colto di sorpresa i comuni cittadini del Kuwait, ma non certo la famiglia dello sceicco Fahad al-Ahmad al-Jaber al-Sabah, che del piccolo stato sul Golfo Persico era signora e padrona. Grazie a una efficientissima rete di infiltrati e doppiogiochisti, infatti, tutti i membri del potente clan erano già al corrente che quella notte il Paese sarebbe stato attaccato. E così l’emiro Jabir al-Ahmad al-Jabir al-Sabah, numero 1 nella gerarchia e fratello maggiore del nostro sceicco, aveva provveduto a levare le tende con prudente anticipo. Tutti gli altri parenti, per salvare le apparenze e il protocollo, avrebbero invece tagliato la corda - per l’esilio - soltanto quando l’invasione sarebbe davvero cominciata, giusto qualche minuto più tardi.

Fuga fallita

Lo sceicco amante del pallone, per mettersi in salvo, puntò sull’aviazione civile, grazie alla quale avrebbe potuto raggiungere ogni Paese in cui coltivare assiduamente le sue passioni: caviale, caccia all’elefante, casinò e servizi muliebri di varia natura. Contava sul fatto che sarebbero passate alcune ore prima che gli uomini di Saddam prendessero possesso dell’aeroporto, margine di tempo che gli avrebbe permesso di imbarcarsi su un volo proveniente da Londra e diretto a Kuala Lumpur che faceva appunto scalo a Madinat al-Kuwait. Comportamento codardo il suo, certo, ma restando in patria non è che avrebbe potuto cambiare un destino già scritto a chiare lettere: Saddam era entrato con oltre 100mila uomini in Kuwait, staterello con meno di 16mila soldati, metà dei quali non aveva mai sparato un colpo. Neanche un miracolo, dunque, avrebbe respinto l’invasore. Il piano parve funzionare alla perfezione, tanto che lo sceicco, meno di un’ora dopo aver lasciato Palazzo Dasman, aveva già affondato le terga nella poltrona-letto di prima classe superiore del Boeing. E, dopo tutto lo stress della serata, si rilassò. Ma è proprio quando si abbassa la guardia, convinti di aver finalmente superato ogni insidia, che il fato ama tendere i suoi tranelli. Infatti, di colpo, sentì spegnersi i motori giusto un attimo prima che l’aereo si lanciasse nel decollo. Sbirciò dall’oblò e vide decine di jeep e camionette circondare l’apparecchio. Il comandante, sbucando dal cockpit, annunciò dispiaciuto che il viaggio era da considerarsi finito prima ancora di esser cominciato. Lo sceicco balzò addosso al pilota promettendogli, in cambio di una giacchetta da steward, l’equivalente di un secolo del suo stipendio alla British Airways, e quello ovviamente accettò. Quando gli iracheni irruppero sull’aereo, lo sceicco se ne stava in piedi nel corridoio insieme al resto dell’equipaggio, ma per sua sventura venne subito smascherato. Del resto, era un volto ben conosciuto in Iraq: negli ultimi 10 anni, insieme a suo fratello era stato fedele alleato di Baghdad nella guerra contro l’Iran, e aveva foraggiato la causa con ben 65 miliardi di dollari. Denaro di cui, ora, gli invasori sembravano essersi del tutto dimenticati.

Tragico epilogo

Lo sceicco venne spinto a calci giù per la scaletta, riempito di pugni ovunque e infine gettato sul pianale di un pick-up. Aveva fatto carriera militare, quindi capiva benissimo cosa stava per accadergli. Dopo la scuola ufficiali alla Royal Military Academy Sandhurst, nel Regno Unito, giovanissimo aveva guidato le forze del Kuwait in appoggio all’Egitto nella Guerra dei sei giorni. E aveva servito con onore gli eserciti del Bahrain e del Qatar. Sapeva perfettamente come vanno a finire certe cose durante un conflitto armato, e dunque sul suo destino non si faceva alcuna illusione. Prima di essere ucciso, venne seviziato in modi che è meglio tacere e ciò che restava del suo corpo fu appeso al cannone di un carro armato e fatto sfilare, come monito, per le strade della capitale appena conquistata. Ecco dunque come perse la vita, a soli 45 anni, lo sceicco Fahad al-Ahmad al-Jaber al-Sabah, entrato nella storia sportiva quel lontano pomeriggio del primo giorno d’estate del 1982, quando come un antico cesare a Valladolid - e in diretta televisiva mondiale - pretese e ottenne che il corso della storia prendesse la piega a lui più gradita.

Questa è la settima puntata di una serie dedicata alla storia della Coppa del mondo di calcio che ci accompagnerà fino a novembre, nell’immediata vigilia di Qatar 2022.

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