SPORT
Risultati e classifiche
ULTIME NOTIZIE Sport
SCI ALPINO
42 min

I Mondiali si aprono con l’argento di Wendy Holdener

La svittese ha chiuso al secondo posto la combinata, alle spalle dell’italiana Brignone. Fuori alla terz’ultima porta Shiffrin, male Michelle Gisin
Tennis
10 ore

L’esempio di Ashe, trent’anni dopo

Il 6 febbraio del 1993, non ancora cinquantenne, il grande tennista si arrendeva all’Aids, contratto in ospedale dopo un’operazione al cuore
IL DOPOPARTITA
16 ore

L’Ambrì doma i Leoni. ‘Volevamo pulizia, ci siamo riusciti’

Spacek e Chlapik regalano due punti preziosi ai biancoblù, in una sfida che si anima nel terzo tempo. Negli spogliatoi anzitempo Heim e Kneubuehler
Volley
16 ore

Il Lugano risorge dalle proprie ceneri, Sciaffusa al tappeto

Dopo un avvio a dir poco difficile, le ragazze di Apostolos Oikonomou cambiano volto alla partita vincendo tutti e tre gli ultimi set
IL DOPOPARTITA
19 ore

A Lugano era pazienza, adesso è competizione

I bianconeri si godono il successo sul Kloten e i 61 punti in classifica prima della pausa. ‘Pian pianino stiamo andiamo nella direzione in cui volevamo’
Basket
20 ore

Sam, domenica di festa condita da un successo

Anche se la sfida con il Monthey è davvero brutta. Gubitosa: ‘Viste le premesse contava solo vincere’. Un Lugano incerottato, invece, s’arrende al Nyon
CALCIO
21 ore

Un gol di Di Giusto affossa le ambizioni del Lugano

Bianconeri battuti dal Winterthur al termine di una prestazione poco brillante, ma nella quale qualche occasione per il pareggio c’è comunque stata
Hockey
21 ore

A Zurigo l’Ambrì vince la battaglia dei nervi

I biancoblù ottengono la vittoria all’overtime dopo un match poco spettacolare ma comunque giocato con buona solidità difensiva. Decide tutto Chlapik
CICLOCROSS
22 ore

Van der Poel batte Van Aert e torna campione del mondo

A Hoogerheide, l’olandese vince l’eterno duello con il rivale belga e conquista il suo quinto titolo, succedendo nell’albo d’oro al britannico Pidcock
Calcio
23 ore

Bellinzona ancora senza identità

I granata cedono alla distanza anche contro il Wil e le parti alte della classifica si fanno sempre più lontane
SCI NORDICO
1 gior

Nadine Fähndrich brilla sulle nevi di Dobbiaco

La lucernese, eliminata venerdì nella semifinale dello sprint, sabato ha colto il quarto posto nella 10 km skating
SCI NORDICO
1 gior

Trionfo di Alessandro Vanzetti in Val Bedretto

L’esponente del Simano vince il tradizionale concorso del Pizzo Rotondo, mentre fra le donne ottimo secondo posto per Natascia Leonardi
Hockey
1 gior

Grazie a Klok il Lugano decolla e atterra sopra il Kloten

Dopo lo Zugo, i bianconeri mettono sotto anche gli Aviatori e salgono al nono posto in classifica, strappandolo proprio alla formazione zurighese
Tennis
1 gior

Stan ottiene il punto decisivo: Svizzera alle finali di Davis

In svantaggio 2-1 dopo la sconfitta nel doppio, i rossocrociati ribaltano la sfida con la Germania grazie ai successi di Hüsler e Wawrinka
Sci
2 gior

A Chamonix lo slalom parla svizzero: primo Zenhäusern, 3° Yule

Due svizzeri sul podio dello slalom per la prima volta dal 1978. Fuori il francese Noel, in testa dopo la prima manche. Primo podio greco con Ginnis
IL DOPOPARTITA
2 gior

‘Volevamo questa reazione’. E il Lugano torna decimo

I bianconeri battono lo Zugo per la quarta volta (su quattro) e si riscattano dopo la partitaccia con il Friborgo. Guerra: ‘Ma non è ancora finita’
IL DOPOPARTITA
2 gior

Ambrì ancora beffato. ‘Sono tre punti buttati’

I biancoblù pagano il 2-0 e vengono sconfitti dall’Ajoie nonostante un largo dominio. Chlapik: ‘Usiamo la rabbia per reagire a Zurigo’.
Tennis
2 gior

Davis, dopo il venerdì Svizzera e Germania sull’1-1

Il successo di Hüsler non basta: nulla da fare per Stan Wawrinka nel duello con il numero uno tedesco Alexander Zverev
Hockey
2 gior

Ambrì, una sconfitta che non ci voleva

La compagine biancoblù si è inchinata all’Ajoie davanti ai propri tifosi: all’overtime decide tutto un gol di Frossard.
Hockey
2 gior

Il Lugano rialza la testa a Zugo e torna a casa con tre punti

Gli uomini di Luca Gianinazzi riescono nuovamente a prevalere sui campioni svizzeri: 4-1 il risultato finale alla BossardArena
CALCIO
2 gior

Il nuovo ‘Nacho’ ha sete di riscatto

Dopo un anno difficile sul piano personale e deludente in campo, Ignacio Aliseda è tornato sereno: ‘Voglio mostrare al Lugano tutte le mie qualità’
Formula 1
2 gior

La Ford torna in Formula 1 con la Red Bull

Il costruttore automobilistico statunitense fra tre anni farà ritorno nel Circus che aveva abbandonato nel 2004
sci nordico
2 gior

A Dobbiaco cade Nadine Fähndrich

La lucernese fuori in semifinale (come Valerio Grond tra gli uomini) e perde la testa della Coppa del mondo di sprint
STORIE MONDIALI
30.08.2022 - 05:30
Aggiornamento: 08.09.2022 - 11:44

Menotti, Carrascosa e la ‘mermelada peruana’

Nel 1978 la giunta militare argentina utilizzò la Coppa del mondo per coprire i crimini di cui si macchiava

menotti-carrascosa-e-la-mermelada-peruana

Nel marzo del 1976 in Argentina un golpe militare depose Isabelita Perón e istituì la più fascista e sanguinaria dittatura che il Paese, pur avvezzo ai sistemi totalitari, avesse mai conosciuto. Decisa a far piazza pulita degli oppositori, la Junta – diretta dal generale Videla e sodali come Agosti, Massera e Lacoste – da subito represse ogni tipo di dissenso politico, venisse da sinistra o fosse peronista. La sistematica eliminazione fisica degli indesiderati passò alla storia come la Guerra Sporca e provocò la morte di trentamila persone, i tristemente celebri Desaparecidos, molti dei quali furono torturati e poi lanciati nell’Atlantico da aerei delle forze armate. Fu dunque in un contesto di soprusi e violazione dei diritti che un paio d’anni più tardi – nel 1978 – il Paese organizzò la Coppa del mondo di calcio, torneo assegnato all’Argentina già dal lontano 1966 e che la Giunta, scaltra, utilizzò da una parte per distogliere l’attenzione del popolo dal dramma che stava vivendo e dall’altra per mostrare al mondo che il Paese era moderno e florido.

Ma, soprattutto, per smentire le voci secondo cui laggiù regnasse un clima di terrore e che la gente fosse vessata da un feroce regime. E non badò a spese, tanto che il budget del Mundial fu cinque volte superiore a quello stanziato quattro anni più tardi per il Mundial spagnolo, benché in Argentina vi partecipassero solo 16 squadre – a fronte delle 24 impegnate in terra iberica – e malgrado le città coinvolte nella kermesse fossero solo 5, contro le 14 di España 82. Gran parte dei fondi infatti servì a coprire i costi della propaganda. E non parliamo di semplice pubblicità, ma di una complessa macchina gestita da emanazioni dell’intelligence che avevano il compito di spacciare all’estero un’immagine assai diversa da quella che il Paese presentava nella realtà. Alla stampa nazionale fu ordinato di scrivere solo ciò che premeva ai tiranni, mentre migliaia di giornalisti di ogni continente furono invitati nei mesi prima del Mondiale a trascorrere vacanze da sogno nei migliori hotel d’Argentina. Ovviamente tutto era gratis: a patto che una volta rimpatriati con le valigie piene di costosi omaggi tutti si mettessero a magnificare – tramite radio, tv, quotidiani e riviste – le bellezze naturali, la potenza agro-industriale e l’esemplare ordine che vigeva a Buenos Aires e nelle altre città. Specificando ovviamente che, se le autorità ogni tanto usavano il pugno di ferro, non era certo verso la gente comune, bensì contro i terroristi che minavano la pace sociale, come del resto si sarebbe fatto in qualsiasi altra tranquilla democrazia.

La vittoria, unica possibilità

Imbavagliata la stampa estera – che mosse qualche timidissima critica solo negli ambienti più radicali della sinistra europea – si trattava ora di addomesticare il popolo argentino, che certo non si accontentava di fesserie sulla bellezza della Patagonia e delle cascate di Iguazu. Se si voleva davvero rabbonirlo per qualche mese, facendogli dimenticare inflazione galoppante e privazione della libertà, il Mundial non andava soltanto ospitato, bisognava anche vincerlo. E per farlo ci voleva l’uomo giusto. La scelta cadde, dopo i Mondiali di Germania nel 1974, su César Luis Menotti, emergente allenatore trentaseienne capace di guidare l’Huracàn al titolo nazionale, come non succedeva da 45 anni e come non sarebbe mai più accaduto. Se gli è riuscito tale miracolo – pensavano tutti – certo sarà capace di regalare finalmente all’Argentina il suo primo titolo mondiale. E lui iniziò a lavorare coi migliori calciatori del Paese, con buoni risultati. Ma nel ’76, dopo il golpe, qualcuno chiese la sua testa: il Flaco Menotti era di sinistra e non poteva rimanere al suo posto. Si trattava però di un comunista atipico: le sue idee sul calcio e i suoi metodi di conduzione tecnica, infatti, ai membri della Junta piacevano parecchio. Aborriva ad esempio tutto ciò che veniva dall’estero, come il rivoluzionario calcio totale olandese o il lassismo alcolico che regnava nelle nazionali britanniche. Inoltre, Menotti disse che avrebbe convocato solo i giocatori militanti in patria: i mercenari che andavano all’estero ad arricchirsi, per lui, non erano più argentini. Fece eccezione solo per il divino Kempes, ingaggiato dal Valencia. E poi, soprattutto, il Flaco definiva il suo credo tattico Defensa del estilo argentino, mentre definiva el proceso il suo lavoro alla guida della selezione albiceleste, e ciò faceva naturalmente gongolare Videla e soci, dato che la dittatura aveva battezzato sé stessa Proceso de reorganizacion nacional. Menotti, dunque, rimase al suo posto.

A dare le dimissioni fu invece Jorge Carrascosa, capitano della Seleccion argentina, che decise di gettare la spugna nel gennaio del 1978, pochi mesi prima dell’inizio del Mundial, a un passo dal realizzare il sogno di ogni bambino, come diceva Maradona: "Jugar en el Mundial y salir campeon". Ma el Lobo Carrascosa sognatore non lo era più, perché la realtà che lo circondava non glielo consentiva. Capì che la nazionale argentina stava diventando uno strumento della dittatura, non volle rendersi complice della feccia e stringere mani sporche di sangue. E così, a 29 anni, si tolse la fascia dal braccio, smise di giocare e lasciò per sempre il mondo del calcio. A diventare capitano fu Daniel Passarella, il difensore goleador, grandissimo giocatore e cocco di Videla: sarà lui, il 25 giugno, ad alzare al cielo la Coppa del mondo alla fine di un torneo rivelatosi più duro di quel che tutti pensavano. Sconfitti dall’Italia nell’ultima gara del primo turno, gli argentini chiusero secondi e furono costretti a lasciare Buenos Aires ed emigrare a Rosario per disputare la seconda fase: nei giocatori si insinuò il dubbio che forse non fossero poi così forti, mentre per i dittatori fu uno smacco che tolse prestigio. Oltretutto, quando al termine della seconda fase mancava solo la sfida col Perù, gli argentini si ritrovarono a pari punti col Brasile, ma messi peggio nella differenza reti: per giocare la finalissima dovevano battere gli andini almeno 4-0.

Dove il biscotto si chiama marmelada

Ma il premio a vincere che i brasiliani promisero ai peruviani non poteva certo competere col patto firmato fra il tiranno d’Argentina – il generale Jorge Rafael Videla Redondo – e il despota di Lima Francisco Morales Bermúdez, stipulato in presenza del garante (interessato) Heinz Alfred (Henry) Kissinger. Il quale passò di persona nello spogliatoio peruviano prima del fischio d’inizio per aver conferma che ognuno sapesse cosa fare – cioè nada – affinché agli argentini fosse consentito di segnare indisturbati 4 volte.

Ci sarebbe stata ‘plata’ per tutti, ovvio, e per qualcuno buoni contratti con club argentini. In cambio di una Coppa del mondo funzionale a rabbonire un popolo ormai esasperato dal suo regime, Videla avrebbe fornito al Perù montagne di carne e cereali, oltre a un incondizionato sostegno politico e militare. Sostanziosa, naturalmente, fu pure la commissione toccata a Bermúdez, un criminale di cui oggi non parla più nessuno – scampato fino a 101 anni e morto nel luglio di quest’anno – che fino al suo ultimo giorno se n’è fregato dell’ergastolo comminatogli dalla Corte d’Assise di Roma per gli abomini perpetrati nell’ambito della Operación Condor, ideata per eliminare qualunque sovversivo in ogni angolo del Sudamerica con la benedizione della Cia. Gli accordi furono rispettati, i peruviani vollero anzi strafare: l’Argentina vinse addirittura 6-0, volò in finale e conquistò la Coppa. Peccato averlo fatto in quella maniera: la squadra del Flaco Menotti avrebbe infatti potuto vincere anche senza aiuti. Del resto, in rosa c’erano alcuni autentici fuoriclasse (Kempes, Ardiles, Bertoni e Passarella) e molti buoni giocatori (Fillol, Tarantini, Luque, Houseman e Gallego). La verità è che chi organizza viene sempre trattato con un occhio di riguardo. Ma se non ha uno squadrone, il titolo di certo non lo vince.

Questa è l’undicesima puntata di una serie dedicata alla storia della Coppa del mondo di calcio che ci accompagnerà fino a novembre, nell’immediata vigilia di Qatar 2022.

Potrebbe interessarti anche
© Regiopress, All rights reserved