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09.08.2022 - 05:30
Aggiornamento: 15.08.2022 - 12:06

La rivelazione Portogallo e le sue stelle africane

Alla Coppa Rimet del 1966, organizzati e vinti dall’Inghilterra, il mondo scoprì il multietnico calcio lusitano

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Nel 1966 esordiva ai Mondiali la nazionale di un piccolo Paese – il Portogallo - che in realtà a quei tempi tanto piccolo non era. Tenuto conto di Angola e Mozambico, infatti, la sua superficie e la sua popolazione risultavano tutt’altro che trascurabili. Al contrario di quanto facevano altre potenze coloniali, che trattavano genti e terre d’oltremare come semplici proprietà da sottomettere e amministrare, i lusitani consideravano invece abitanti e territori dei loro possedimenti come portoghesi a tutti gli effetti. Statuti che, pur lungi dall’eliminarlo del tutto, limitavano comunque il razzismo e che, per quanto attiene a questa rubrica, consentivano alla nazionale portoghese di football di schierare - giustamente – tutti gli atleti africani che riteneva necessari. D’altra parte, quelle stesse leggi permettevano a Lisbona di bellamente ignorare le rivendicazioni indipendentiste dei suoi coloni. Il Portogallo è uno Stato unitario ed unito - rispondeva ai ribelli – e faremo di tutto affinché lo rimanga.

Non trattandosi almeno formalmente di popoli soggiogati da potenza straniera, la rivendicazione di libertà era considerata, più che legittima ambizione, un tentativo di sovvertimento dell’ordine e della costituzione, un po’ come avviene oggi ad esempio fra la Gran Bretagna e i secessionisti scozzesi, o fra Madrid e la Catalogna.
Finezze giuridiche che – unite alla dittatura di destra di Salazar, ancora saldamente in essere – non rendevano troppo simpatici i lusitani. Né al mondo occidentale, che il processo di decolonizzazione lo aveva ormai completato, né ai Paesi comunisti che, pur non essendo esempi di virtù circa il rispetto delle minoranze etniche all’interno dei loro spesso sconfinati territori, almeno in teoria aborrivano il modello colonialista. E infatti a sostenere con armi e addestramento i ribelli angolani e mozambicani erano nazioni come Urss, Cina e Cuba, mentre Lisbona – va da sé – godeva dell’appoggio dei confinanti Rhodesia e Sudafrica, ultimi baluardi di sistemi istituzionali ormai inaccettabili. Ma il caso, che sovente si rivela il più perverso degli sceneggiatori, volle che nel Mondiale del ’66 i portoghesi si trovassero a sfidare proprio le nazionali che, per i motivi visti fin qui, sarebbe stato meglio evitare, e cioè Ungheria, Bulgaria, Brasile, Corea del Nord, Inghilterra e Unione sovietica.

Il contributo africano

Il Portogallo, come detto, partecipava al gran ballo iridato per la prima volta e le avversarie, la vigilia, lo guardavano come si fa coi cugini sfigati che a Natale si presentano con due bottiglie di vino imbevibile e pretendono pure che le si stappi. A bulgari e magiari, però, toccò berne tre bicchieri a testa (0-3 e 1-3) e così, ben presto, il mondo intero fu costretto a rivedere l’idea che si era fatto dei lusitani. Specie i brasiliani che – surclassati dall’Ungheria dopo aver superato la Bulgaria – si trovavano costretti a vincere l’ultima gara del girone appunto contro il Portogallo che comandava il gruppo a punteggio pieno. Storia antichissima quella che lega brasiliani e lusitani: Lisbona fu dapprima conquistatrice, ma in seguito – dopo le legnate subite da Napoleone – si ritrovò a essere provincia marginale di un regno immenso che aveva Rio de Janeiro come capitale. Per un match che portava dunque con sé non poche implicazioni, tecnici e bookmaker vedevano comunque favorito il Brasile di Pelé, che aveva pur sempre vinto le ultime due edizioni dei Mondiali.
A rendere l’attesa ancor più stuzzicante c’era poi il fatto che a guidare dalla panchina il Portogallo ci fosse Otto "nomen omen" Gloria, che era brasiliano ma che proprio a Lisbona si era affermato come allenatore: alla fine degli anni 50 aveva infatti posto le basi del Grande Benfica che, in 8 stagioni, avrebbe vinto due Coppe dei Campioni e disputato altre tre finali. Avendo egli stesso abbondante sangue africano nelle vene, non ebbe alcuna remora nel reclutare i migliori calciatori delle colonie – specie mozambicani – e a trasformarli nelle stelle più brillanti della nazionale lusitana, oltre che di Sporting, Belenenses e appunto Benfica, che aveva tutte diretto. Anche il Brasile venne ovviamente sconfitto (3-1) e il merito, oltre che della sagacia tattica di Gloria, fu di giocatori come Vicente, Hilario, Mario Coluna ed Eusebio, tutti nati a Lourenço Marques, o Maputo che dir si voglia.

Implicazioni politiche

I bicampeões venivano incredibilmente eliminati al primo turno, mentre il Portogallo – coi suoi fuoriclasse africani – divenne di colpo la squadra più ammirata del mondo e tutti attendevano la sfida con la Corea del Nord, che aveva eliminato nientemeno che l’Italia e che, politicamente, si posizionava agli antipodi rispetto a Lisbona.
Facile immaginare che, dopo nemmeno mezz’ora di gioco nel corso di quel quarto di finale, i detrattori del Portogallo e del suo modo di interpretare la storia abbiano fatto saltare il sughero a un bel po’ di champagne: gli asiatici, infatti, conducevano già 3-0 al 25’. Forse – si limitava a commentare chi invece pensava solo al pallone – quanto fatto dai coreani contro l’Italia non è stato un miracolo: che a Pyongyang e dintorni abbiano davvero imparato a giocare? Prima ancora di riuscire a rispondere, ad ogni modo, giungeva un gol di Eusebio a ridare verve a una squadra che pareva morta. La Pantera si ripeterà giusto prima del giro di boa, consentendo ai suoi compagni di andare al riposo sul 2-3. Il più, ormai, era fatto: nella ripresa, altri due gol del mozambicano e una rete di José Augusto – suo compagno pure al Benfica – rispedirono con un 5-3 Pak Do-ik e compagni a nord del 38° parallelo. Narra la leggenda che, al rientro, i calciatori nordcoreani furono condannati vent’anni ai lavori forzati per aver coperto di vergogna la patria. Evidentemente Kim Il-sung, il fondatore della "Repubblica", era pazzo quanto suo nipote, oggi a capo del più anacronistico modello politico immaginabile.
Sulla strada che separava l’esordiente Portogallo dalla finale della Coppa Rimet c’era ora l’Inghilterra, padrona di casa e unica rappresentante della Gran Bretagna in quell’edizione dei Mondiali. Nessuno come i sudditi di Elisabetta II vantava una maggiore esperienza in fatto di colonialismo: dopo aver mostrato per secoli a tutto il mondo le rotte e le modalità della depredazione, ora i britannici pretendevano di insegnare pure l’arte della decolonizzazione e di bacchettare chi non voleva nemmeno sentirne parlare. Ma l’atteggiamento di Londra nei confronti dei suoi coloni, a ben vedere, non era poi cambiato di molto. A far giocare in nazionale i figli del Commonwealth, infatti, non ci pensava proprio, sia per motivi di prestigio – leggasi xenofobia – sia perché in ogni caso sarebbe emerso un problema ulteriore. I britannici posseggono da sempre quattro rappresentative nazionali: in base a quali criteri si sarebbe deciso se un giamaicano o un ghanese dovessero vestire la maglia della Scozia invece che del Galles, dell’Irlanda del Nord o di Mamma Inghilterra? E la questione venne dunque comodamente liquidata, così come piuttosto facilmente gli inglesi di Bobby Charlton (doppietta) si sbarazzarono sul campo del melting pot guidato da Eusebio (in gol allo scadere).
Per i lusitani, dunque, il titolo mondiale svaniva fra gli applausi degli appassionati, ma l’avversario che avrebbero incontrato nella finale per il terzo posto era comunque di quelli che non lasciavano indifferenti. Si trattava infatti dell’Urss, che stava supportando in tutti i modi le lotte di liberazione delle colonie africane portoghesi e che, nel futuro, avrebbe a lungo foraggiato gli ormai indipendenti Angola e Mozambico. Ad imporsi a Wembley, in una delle finali di consolazione più seguite della storia del torneo (90mila spettatori), furono i lusitani – neri, bianchi e meticci – che poterono quindi infilarsi il bronzo al collo. Si trattò di un exploit isolato: per rivedere il Portogallo ai Mondiali dovettero infatti passare altri vent’anni, durante i quali la Rivoluzione dei garofani non solo mise fine alla più longeva dittatura europea del Novecento, ma favorì pure il compimento della decolonizzazione.

Questa è l’ottava puntata di una serie dedicata alla storia della Coppa del mondo di calcio che ci accompagnerà fino a novembre, nell’immediata vigilia di Qatar 2022.

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