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Noè Ponti e compagni
21.06.2022 - 05:30
Aggiornamento: 14:50

La parabola criminale di Alexandre Villaplane

Il 13 luglio 1930 iniziava la storia dei Mondiali e a toccare il primo pallone fu un futuro killer al sevizio dei nazisti

13 luglio 1930: a Montevideo minaccia neve e fa così freddo che i francesi, temendo di beccarsi una polmonite, decidono di giocare col maglione di lana bianco – parte della divisa ufficiale – infilato sopra le camicie bleu. Del resto, i numeri di maglia non sono ancora stati inventati, e dunque nessuno trova nulla da ridire. Quanto ai messicani, ancor più congelati, in campo scenderebbero pure col cappotto, se solo ne possedessero uno. Maledetto il giorno in cui i nostri dirigenti hanno accettato di venire fin quaggiù per giocare a pallone, pensano i francesi. Il torneo, a tutti, pare poco serio, inutile e senza futuro.
A volerlo organizzare però è stato Jules Rimet, numero uno del football mondiale e loro compaesano, e declinare l’invito sarebbe parso maleducato. Costretti a partecipare sono pure i belgi, che obbediscono agli ordini del fiammingo Seedrayers, che della Fifa è vicepresidente. Non si sa chi abbia obbligato gli jugoslavi ad attraversare l’Atlantico, ma è certo che a spedire in Sudamerica i rumeni è stato il loro Re, una delle sue amanti infatti delira per il calcio ed è riuscita a convincerlo a organizzare la trasferta. Nessun’altra federazione europea ha voluto accollarsi costi e fatiche di una spedizione così folle.

I britannici, invitati benché ancora non siano affiliati alla Fifa, hanno snobbato la kermesse per concentrarsi con le loro nazionali sul British Home Championship, che lassù viene considerato il vero campionato mondiale, altro che questa mascherata rioplatense. Anche Cecoslovacchia, Austria e Ungheria, che dominano la scena nell’Europa continentale, hanno ricevuto le partecipazioni, ma pare che nemmeno si siano degnate di rispondere. L’Italia in Sudamerica ci sarebbe anche andata volentieri, ma i padroni di casa hanno posto la condizione che agli azzurri – finito il Mondiale – fosse proibito di portarsi via altri calciatori uruguagi. Negli ultimi anni, infatti, hanno già fatto abbastanza danni, razziando i migliori talenti di Montevideo e dintorni. E dunque, anche gli italiani hanno passato la mano.
E probabilmente hanno fatto bene, come tutti gli altri assenti: questo abborracciato torneo a 13 squadre – con date e orari delle partite fissati un giorno con l’altro – infatti non passerà alla storia come modello di trasparenza e serietà. Basti pensare che gli stessi francesi scenderanno di nuovo in campo per affrontare l’Argentina dopo sole 48 ore benché il Cile, inserito nello stesso gruppo, non avrà fatto ancora il suo debutto. Ma sentite questa: Ulises Saucedo, Ct della Bolivia inserita nel gruppo 2, sarà anche l’arbitro di Argentina-Messico e per ben 3 volte – compresa la finalissima – verrà designato anche come guardalinee. Roba da matti.
Fatto sta che, nel minuscolo stadio di Pocitos, davanti a 4mila spettatori scarsi, sta per cominciare la storia della Coppa del Mondo di calcio. E a calciare il primo pallone, al fischio d’inizio, è il capitano dei bleus Alexandre Villaplane, 24 anni e mezzo, centrocampista di qualità e quantità. È un cosiddetto pied-noir, essendo nato in Algeria da genitori francesi, ed è divenuto l’idolo dei tifosi grazie al suo carattere indomito e ai calci e pugni che dispensa con munificenza ai rivali, benché quasi sempre lo sovrastino in chili e centimetri.

26 dicembre 1944, boxing day per chi mastica football: Fortezza di Montrouge, sud-est di Parigi. Un uomo legato a un palo piange e implora pietà sotto il sacco che gli copre il volto. Giura sulla sua innocenza e rovescia nei calzoni il contenuto degli intestini. Nessuno comunque prova compassione per un simile bastardo, e il comandante ordina al plotone di fare fuoco. Il corpo che si affloscia riempito di piombo appartiene ovviamente all’ex capitano della nazionale francese Alexandre Villaplane, divenuto un infame criminale di guerra. Due giorni prima, ha compiuto 39 anni.

Denaro

Agosto 1922, Porto di Marsiglia: Da una nave proveniente da Algeri sbarca un sedicenne ambizioso e dotato per il football. È diretto a Sète, non molto lontano, dove lo aspettano gli zii che gli hanno organizzato un provino con il club locale. Lo supera, e dopo pochi mesi esordisce in prima squadra. Guadagna i primi soldi e presto sviluppa per il denaro un amore folle: non gli basta mai e, per sua stessa ammissione, sarebbe disposto a tutto pur di procurarsene sempre di più. A 21 anni si trasferisce al Nimes che, sebbene il professionismo in Francia non sia ancora lecito, per assicurarsi i suoi servigi gli passa cifre degne della sua cupidigia. Ma la sua soddisfazione non durerà a lungo: dopo l’esordio in Nazionale, chiede un ritocco all’ingaggio che la compagine del Midi non può permettersi, così fa le valigie e salta al volo sul notturno per Parigi, destinazione Racing Club, i cui dirigenti – impegnati nella costruzione della squadra più forte dell’Hexagone – gli passeranno sottobanco somme da capogiro.
Nella capitale, Villaplane si dà alla pazza gioia e sputtana milioni nei night, nei bordelli e alle corse dei cavalli, dove comincia a frequentare criminali di piccola e grossa taglia. Rientrato da Montevideo, dove come detto toccò il primo pallone dell’ultranovantenne storia della Coppa del Mondo, torna al Sud, firma per l’Antibes e si mette a truccare le partite che lo vedono protagonista. La più famosa è quella contro il Lille, che vale il titolo nazionale. Tutti sanno che a gestire il giro di scommesse è proprio lui, ma a pagare saranno altri: Villaplane – glorioso ex capitano della Nazionale – se la cava con una tirata d’orecchie. Scaricato dal club, trova i suoi ultimi ingaggi a Nizza e Bordeaux, dove viene però ricordato soprattutto per le assenze dai campi d’allenamento e per le scialbe prestazioni domenicali. Nel 1935, appese le scarpe al chiodo nemmeno trentenne, finisce in gattabuia per aver taroccato una corsa di cavalli a Enghien: per questa canaglia sarà soltanto il primo di molti soggiorni nelle patrie galere.

Escalation

È infatti fra le mura della Santé, dove sta scontando una pena per banditismo e contrabbando d’oro, che nel 1940 viene reclutato dai 2 peggiori gangster in circolazione – Henri Lafont e Pierre Bonny – a loro volta appena ingaggiati dai nazisti, nuovi padroni di Parigi. I tedeschi hanno urgente bisogno di delatori, confiscatori, rastrellatori, torturatori e stupratori, e ovviamente vanno a pescare nelle carceri. Stanno mettendo in piedi la Carlingue, in pratica la Gestapo dei collaborazionisti. Villaplane si dimostra così solerte nelle sue nuove mansioni da venir presto promosso dai crucchi, che in lui vedono l’esecutore ideale delle loro nefandezze. Soprannominato Mohammed per i suoi natali algerini, dalle SS riceve uniforme e grado di Untersturmfuehrer, e poco dopo gli viene affidato il comando di una delle 5 sezioni della terribile Brigata Nordafricana, interamente formate da magrebini filonazisti migrati in Francia. Hanno il compito principale di stanare ebrei nascosti e spedirli nei campi di concentramento. Chi gli dà rifugio, invece, se va bene subisce ricatti e gli viene estorto tutto ciò che possiede. Se va male, si becca una pallottola, spesso dopo esser stato seviziato. Lo stesso trattamento è riservato ai membri del Maquis, il movimento di resistenza. Alexandre Villaplane – ex capitano della Nazionale francese e primo giocatore a toccare un pallone nell’ultranovantenne storia della Coppa del Mondo di calcio – viene finalmente catturato dopo la liberazione di Parigi nell’autunno del 1944. Riconosciuto mandante o diretto esecutore di una cinquantina di brutali omicidi – alcune delle vittime erano ancora minorenni – viene condannato a morte dal Tribunale della Senna. Sarà giustiziato nel cortile della Fortezza di Montrouge, come detto, il giorno di Santo Stefano.

Questa è la prima puntata di una serie dedicata alla storia della Coppa del Mondo di calcio che ci accompagnerà fino a novembre, nell’immediata vigilia di Qatar 2022.

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