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26.11.2022 - 05:30

Ipercinetico Armando: fenomenologia di un telecronista

Fra metafore, immagini, neologismi e modi di dire, Ceroni tramanda ai posteri un modo di fare giornalismo sportivo singolare e (forse) sottovalutato

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Ti-Press
Inimitabile

L’antico mestiere delle cronache sportive esprime da sempre il suo meglio laddove il giornalista va oltre il minimo sindacale e va a dissodare, con la vanga delle parole, le delicate aiuole seminate da altri. Il confine fra uno stile professorale, costruito su dettagli tattici e informazioni statistiche, e uno verace, passionale, se necessario anche urlato, si situa esattamente all’altezza del plesso solare, centro energetico che regola il benessere psicofisico. Perché è lì che si schiude il bocciolo della passione, capace di fiorire in capaci colpi di penna, improvvisate metafore, immagini fulminanti o modulazioni vocali. Ce lo ricordano i vari Brera, Mura, Clerici e Galeazzi, giganti di una scuola di professionisti italofoni che da noi ha cresciuto ottimi talenti come gli indimenticabili Tiziano Colotti, Libano Zanolari o Ezio Guidi: tutta gente padrona di un proprio stile del quale ci siamo appropriati fino a modellarne autentici oggetti di costume, se non addirittura di culto. "La tua storia", come diceva di sé la Rsi riferendosi a tutti noi in un recente spot, è anche e soprattutto questo: riconoscersi nel mondo in cui si vive.

Maestro indiscusso in questo genere di esercizio è il probabilmente sottovalutato Armando Ceroni, voce del tutto singolare delle cronache televisive cantonticinesi così come sui giornali lo sono stati colleghi che ci piace ricordare come Alcide Bernasconi e Claudio Meier sul Corriere o Plinio Gabuzzi sulla prima Regione: i loro pezzi ti prendevano per mano e ti portavano a spasso su piacevoli sentieri.

Tornando a Ceroni: come tutti gli innovatori, è divisivo. Ma è indubbio che abbia forgiato un linguaggio personalissimo e solo suo, perché indubitabilmente solo suoi sono "i tiri delle carabattole" o i "visibili ipercinetici", e solo sue le "amenissime scalmane", l’adrenalina che "arriva a mandrie" e le difese che »squinternano e deragliano": pezzi da Archivio cantonale – raccolti anche in rete – che tramanderemo ai posteri come memoria giornalistica condivisa. In più, accanto a questi sempreverdi cavalli di battaglia, l’Armando ci regala cronache che sono un florilegio di immagini che valgono tutte un "copyright". In Svizzera-Camerun la sterilità offensiva dei nostri gli ha fatto osservare che "dal profilo delle occasioni, encefalogramma piatto: sembra quello di Tutankhamon". Mentre sul fronte opposto, "quel muro tirato su dal Camerun sembra davvero invalicabile, anche se nei muri ogni tanto qualche crepa si apre, e lì nascono i fiori, che fanno rima con gol". Gol che poi in effetti è arrivato, ma non prima di aver rimproverato il fido scudiero Esposito quando cercava di vedere almeno un po’ di rosa dove regnava il grigio: "Certo Toni, ma il fatto è che siamo frizzanti come un rubinetto che perde!". E che dire di quel cross... delle carabattole di Vargas, che avrebbe potuto valere l’assist per il gol della sicurezza? "È come quando da ragazzino giocavi al campetto di Brissago e il pallone finiva nel lago…".

Ceroni, nel suo genere, è unico, ma il panorama italofono ci regala anche altro e su registri diversi. Uno per tutti è quello dell’ottimo Stefano Bizzotto, che sulla Rai, durante Brasile-Serbia, ha tenuto a spiegarci il perché del nomignolo "Pixie" affibbiato al ct serbo Dragan Stojkovic. Da piccolino, quando studiava da "Maradona dell’Est" come lo avrebbero poi soprannominato, "Dragan era sempre e inevitabilmente al campetto fino a tardi. L’unico modo per staccarlo, ha ricordato sua mamma, era chiamarlo dalla finestra quando in tivù c’era il suo cartone animato preferito: ‘Pixie e Dixie’. E allora correva". Insomma, cimeli di famiglia rubati e dati in pasto al mondo. Direbbe l’Armando: "Discreto come un palombaro su una pista da sci".

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