Il caso Balogun, con la Casa Bianca a fare pressing su Infantino per cancellarne la squalifica, è l'ennesima indecenza targata Fifa

Introdotto dalla Fifa durante i Mondiali del 2018, il Var (Video Assistant Referee) è già stato sorpassato. Ora c’è il Whar (White House Autocratic Referee). Funziona così: se l’inquilino della Casa Bianca vede qualcosa che non gli piace, chiama la Fifa e la fa cambiare. Semplice. Non è nemmeno un ordine. I veri potenti non ne hanno bisogno con i propri subalterni. Si chiede, più o meno gentilmente, confidando nella compiacenza e sudditanza altrui. Che nel caso di Infantino con Trump sono quasi degli eufemismi, visto che siamo all’asservimento totale. Non era bastata la consegna del premio per la Pace Fifa a un uomo di guerra (dalle minacce da saloon con termini sprezzanti alle bombe, quelle vere), gesto ributtante rimasto perlomeno fuori dal rettangolo di gioco.
Ora, con la sospensione della squalifica dell’attaccante statunitense Folarin Balogun per via presidenziale, quell’asservimento scende in campo, influendo sull’andamento delle partite.
Balogun era stato espulso durante la gara contro la Bosnia per un intervento pericoloso (probabilmente fortuito) ai danni di un avversario. Ricadendo dopo un contrasto, i suoi tacchetti erano finiti sulla caviglia di Muharemovic, schiacciandola. Richiamato dal Var, l’arbitro ha mostrato il cartellino rosso a Balogun che è stato così automaticamente squalificato per una giornata. Da lì l’intervento a gamba tesa del Whar e la Fifa che torna incredibilmente sui suoi passi nascondendosi dietro l’applicazione dell’articolo 27 del proprio codice disciplinare, che in effetti contempla, in casi estremi, la cancellazione di una squalifica (unico precedente nel 1962, quando fu revocata a Garrincha, stella del Brasile rimasto senza Pelé infortunato, che scese in campo tra le polemiche contro la Cecoslovacchia, contribuendo al successo verdeoro).
KeystoneL’intervento di Balogun che gli è costato il rossoSiamo, su scala planetaria, dalle parti del potentucolo di provincia che chiama il capo della polizia per far stracciare la multa al figlio. Sancendo una volta di più il concetto per cui la legge sarà anche uguale per tutti, ma per alcuni di più.
C’è chi ha definito il caso Balogun il definitivo “salto dello squalo” della Fifa (espressione che deriva dalla puntata di “Happy Days” in cui Fonzie salta con gli sci d’acqua sopra uno squalo, certificando la fine delle idee e della credibilità della serie). Ma la Fifa, ricordiamolo, manca di credibilità praticamente da sempre, da quando affidò al regime di Mussolini l’organizzazione del suo secondo Mondiale (con annessi arbitraggi a favore dell’Italia), assegnando poi un’edizione alla Spagna di Franco (poi disputata dopo la sua morte, in democrazia) e facendone giocare un’altra – tappandosi occhi, naso e orecchie – tra le torture e le bugie dei generali argentini.
Abbiamo visto la Corea del Sud trascinata dagli arbitri fino alla semifinale casalinga del 2002 e Mondiali assegnati a due Paesi simbolo dei diritti negati, Russia e Qatar (e tra otto anni toccherà all’Arabia Saudita).
KeystoneJorge Videla durante la premiazione della Coppa del 1978C’è anche un precedente recentissimo del caso Balogun: la sospensione della squalifica di Cristiano Ronaldo, che avrebbe dovuto saltare due gare del Mondiale americano dopo una gomitata intenzionale a un avversario. Congelata per lui, mediaticamente troppo importante per stare fuori, la squalifica era stata lasciata a giocatori con meno appeal (il qatariota Salman, l’argentino Otamendi e l’ecuadoriano Caicedo). Poi l’8 maggio è arrivato il colpo di spugna generalizzato. Nella certezza che senza il rosso da cancellare a Ronaldo, gli altri tre avrebbero pagato nel silenzio generale.
Intanto l’avversario degli Stati Uniti, il Belgio, si è affrettato a fare ricorso, con il concreto rischio che un giudizio definitivo sul caso possa arrivare dopo la gara, se non addirittura a Mondiale concluso (facendo il paio col pasticciaccio della finale di Coppa d’Africa tra Marocco e Senegal).
Resta infine sullo sfondo, ma impossibile da non vedere, l’ennesimo cortocircuito dell’era Trump. Balogun, il calciatore per cui si è speso il presidente, figlio di due anglonigeriani, è statunitense solo in virtù del dibattutissimo ius soli (e cioè, se si nasce su suolo americano, si è americani), essendo nato a New York solo perché alla madre, in stato avanzato di gravidanza a rischio, non fu permesso di rientrare in Inghilterra.
Proprio in questi giorni Trump sta spingendo per vietare l’ingresso nel Paese alle donne incinte. Dimenticandosi da dove vengono uomini e donne che hanno fatto e stanno facendo l’America, centravanti inclusi.
KeystoneL’arbitro estrae il cartellino dopo l’intervento del Var