Il francese vince in volata la prima tappa bulgara della Corsa rosa 2026, contraddistinta nel finale da una maxicaduta

La prima tappa bulgara della storia del Giro d'Italia veste di rosa un francese. È il verdetto del rettilineo finale di Burgas, la quarta città più popolosa della Bulgaria, che al termine di una volata disputata da una dozzina di corridori appena – gli unici a essere riusciti a scampare a una maxicaduta a poche centinaia di metri dall'arrivo – vede imporsi Paul Magnier, velocista francese della Soudal Quick-Step, davanti al danese Tobias Lund Andresen e al britannico Ethan Vernon.
Nel giorno in cui la Corsa rosa fa conoscenza col Mar Nero, alla partenza dall'antichissimo villaggio di Nessebar, la Bardiani e la Polti firmano la prima fuga, rispettivamente con Manuele Tarozzi e Diego Pablo Sevilla. È lo spagnolo che vince la prima volata del Gpm di Agalina, mettendo in chiaro le cose anche per il passaggio sulla salitella successiva. Il destino dei due fuggitivi, però, è segnato fin dal mattino, e a 23 chilometri dall'arrivo il gruppo li riassorbe. Da qui in poi, sono solo preparativi per la volata finale, mentre i big della corsa si mettono nelle ultime posizioni, al riparo da eventuali imprevisti. E fanno bene, perché davanti è tutto spallate, gomiti larghi e confusioni. E a 600 metri dall'arrivo, ecco il patatrac: Erlend Blikra, della Uno-X, va giù trascinando per terra un'altra decina di ciclisti – tra cui gli sprinter Groenewegen e Groves –, ostruendo del tutto una carreggiata troppo stretta per un arrivo del genere. Davanti, dunque, restano in pochi ed è Magnier, unico con un piccolo treno rimasto a disposizione, a sfruttare il lavoro dei suoi uomini, in un venerdì in cui il miglior svizzero, ventinovesimo, è Jan Christen. «Vincere una corsa è fantastico, farlo al Giro d'Italia lo è ancora di più» racconta il francese, che scatterà con le insegne del leader nella seconda frazione, domani, quella di 220 km tra Burgas e Veliko Tarnovo che si presentano più mossi, con l'ultimo strappo che porta al Monastero di Lyaskovets, piazzato a poco più di dieci chilometri dal traguardo. Un arrivo, forse, più da finisseur che da velocisti.