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Matteo Badilatti, una vittoria e una dedica: ‘Per Marino’

Lo scalatore poschiavino, fermato in inverno da una frattura a un pollice, racconta la sua esperienza al Giro del Ruanda con la nuova maglia della Q36.5

14 marzo 2023
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Con Parigi-Nizza e Tirreno-Adriatico alle spalle e con la Milano-Sanremo all’orizzonte, la stagione del ciclismo è sbarcata a tutti gli effetti sul continente europeo, dopo aver mosso i primi passi, come da tradizione, tra Australia, Sudamerica e Africa. E proprio dal continente nero è giunta la prima vittoria svizzera, firmata da Matteo Badilatti al Giro del Ruanda. Venerdì 24 febbraio, nella sesta delle otto frazioni in programma, il poschiavino della Q36.5 ha tagliato in solitaria il traguardo di Gicumbi, a oltre 2’200 metri di quota, per quella che è stata la sua prima vittoria in carriera. Passato professionista nel 2018 con la maglia del Team Voralberg, ha poi vestito i colori del Team Israel dal 2018 al 2020, prima di accasarsi per due anni alla Groupama. Da questa stagione ha scelto di abbracciare il progetto della neonata Q36.5, della quale è consulente tecnico Vincenzo Nibali, attualmente inserita nella seconda categoria del ciclismo su strada, ma con, a medio termine, ambizioni di World Tour.

‘Nel finale non pedalavo da solo’

In Ruanda, il grigionese ha coronato un sogno e, nel contempo, ha mantenuto una promessa… «Sono ovviamente soddisfatto di aver finalmente rotto il ghiaccio, ma questo successo per me riveste un’importanza che va al di là della vittoria in quanto tale. Nel 2020 mi ero ripromesso di dedicare la mia prima volta a un mio amico, Marino, tragicamente scomparso proprio in quell’anno e a tutta la sua famiglia. Eravamo molto legati e sentivo nel profondo del cuore di volerlo onorare con questa dedica. Era un ragazzo d’oro, uno sportivo che manca non soltanto a me, bensì a tutta la valle. Quando mi sono ritrovato in fuga, il mio pensiero si è focalizzato sulla possibilità di poter finalmente dare seguito a quella promessa e questo mi ha dato una carica supplementare per resistere al tentativo di rientro dei compagni di fuga. Mi sento di poter tranquillamente affermare che, almeno in parte, in quei chilometri finali è stato lui a pedalare al mio posto, ha decuplicato le mie forze per far sì che al traguardo potessi liberare tutte le mie emozioni. Dedicargli questa vittoria mi ha riempito di una gioia immensa».

Nei primi anni di carriera, a Badilatti il successo era sempre sfuggito… «Quando passi professionista sei sempre pieno di aspettative e la vittoria rappresenta un obiettivo costante. Con la maglia della Israel ci sono andato più volte vicino, senza mai togliermi la soddisfazione. Poi, una volta passato alla Groupama, il mio ruolo all’interno della squadra è cambiato, mi sono messo al servizio dei compagni, lasciando da parte le ambizioni personali».

E finalmente, il ghiaccio si è rotto. In un continente nel quale il ciclismo è in piena espansione, anche se dalle nostre parti si fatica a rendersene conto. Due anni fa, Badilatti aveva avuto la possibilità di gareggiare in Colombia, questa volta è toccato all’Africa: due esperienze tanto simili, ma al tempo stesso tanto diverse… «Inizierei con il dire che in Africa le corse presentano uno sviluppo assai diverso rispetto alle nostre abitudini: in Ruanda, le squadre erano formate da cinque corridori, per cui non c’era alcun controllo della corsa, occorreva sempre rimanere sul chi vive, con gli occhi ben aperti, perché spesso a improvvise accelerazioni facevano seguito altrettanto repentini rallentamenti. Abbiamo gareggiato costantemente in altura (e in questo aspetto è simile alla Colombia, ndr). Ad esempio, nella tappa che ho vinto, abbiamo trascorso gli ultimi 80 km tutti sopra i 2’000 metri. D’altra parte, il Ruanda è un Paese montagnoso, con il punto più basso attorno ai 1’500 metri sl/m. È proprio per questo motivo che le gare in Ruanda rappresentano un ottimo allenamento in vista della stagione europea. E poi ci sono i paesaggi, le persone, le tradizioni, la cultura dei quali è possibile godere da mattina a sera…».

‘Pubblico disciplinatissimo’

E pure dal profilo organizzativo, nonostante quanto ci si potrebbe immaginare, le note sono positive... «Certo, occorre dar prova di un pizzico di flessibilità, non si può pretendere di trovare la Svizzera in Ruanda: i pullman non ci sono, al loro posto si utilizzano dei bus piuttosto piccoli, gli alberghi sono spartani, ciò nonostante le squadre hanno a disposizione tutto quanto serve loro. Per quanto riguarda le strade, a parte la presenza del pavé che personalmente non amo, sono belle e ben curate. E quando pedali all’interno delle città, l’unico pericolo è rappresentato dai dissuasori di traffico, ai quali tuttavia abbiamo già fatto da tempo l’abitudine sulle strade europee».

Come in Colombia, anche in Ruanda la partecipazione popolare è debordante… «Il pubblico è numerosissimo, ma diverso rispetto al Sudamerica. Lì i tifosi si lasciano trascinare dall’entusiasmo, invadono il manto stradale e i corridori sono costretti a incunearsi tra due ali di folla, un po’ come succede al Tour de France. In Ruanda ai bordi delle strade c’è la massa, sproporzionata, debordante, una folla immensa che, tuttavia, rimane composta e a debita distanza dai ciclisti. Suppongo si tratti di una questione culturale, oppure gli organizzatori africani sono più bravi di quelli europei e hanno trovato il modo per far comprendere agli spettatori quanto siano pericolose certe manovre. In otto giorni di competizione non ho visto un solo eccesso da parte dei tifosi».

Dopo due anni alla Groupama, Badilatti ha deciso di fare un passo indietro per rilanciare la carriera… «Cercavo un nuovo stimolo e sul piatto si è presentata la Q36.5. Così ho deciso di rimettermi in gioco, di cambiare atmosfera grazie a un progetto nuovo che poggia su fondamenta molto solide, rette da persone qualificate e motivate. Non si tratta di un’idea nata dal nulla, da costruire mattone dopo mattone. Al contrario, esiste una struttura ben ramificata e io sono contento di poter fornire il mio contributo, mettendo la mia esperienza a disposizione della crescita di tutta la squadra. Al momento, il nostro programma è basato sul calendario Professional, ma siamo stati invitati anche a prove del World Tour, come ad esempio la Roubaix o la Milano-Sanremo. Per contro, non disputeremo il Giro d’Italia e nemmeno il Romandia, mentre dovremmo essere presenti al Tour de Suisse. Per quanto mi riguarda, nelle prossime settimane mi concentrerò sulle classiche italiane, a partire dalla Milano-Torino, in programma mercoledì 15 marzo, dalla Settimana Coppi e Bartali e dal Giro di Sicilia».

Nonostante la vittoria in Ruanda, la condizione fisica dello scalatore poschiavino non ha per ora conosciuto il classico picco… «Spero di raggiungerlo nel mese di aprile. Adesso sto bene, in allenamento mi sento a mio agio, ma ho avuto un inverno difficile, per cui rimango in ritardo di forma. In effetti, a causa di una caduta mi sono rotto il pollice della mano destra, ciò che mi ha costretto a lasciare in garage la bici fino a metà gennaio, quando ho ripreso a pedalare nel corso del collegiale della squadra. Prima mi sono dovuto accontentare di palestra e rulli, ma con il braccio bloccato ho potuto rendere ben poco. Adesso si tratta di non forzare i tempi, non voglio strafare per recuperare le settimane perse, perché correrei il rischio di trascinarmi dietro piccoli problemi irrisolti, in grado di condizionare tutta la stagione. La voglia di accelerare i tempi c’è, tuttavia bisogna essere onesti con sé stessi e accettare che le tappe non possono essere bruciate».

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