All’Irb di Bellinzona Valentina Cecchinato studia come infiammazione cronica e chemochine influenzano la risposta immunitaria

Quando Valentina Cecchinato ha iniziato a occuparsi di HIV, non si è trattato di una scelta programmata. “È successo quasi per caso, guidata dal mio interesse per lo studio del sistema immunitario”, racconta. Dopo gli studi in biotecnologie mediche e un dottorato in medicina molecolare all’Università di Milano, nel 2006 si trasferisce negli Stati Uniti, ai National Institutes of Health, per il postdottorato. Lì entra a far parte di un gruppo che studia la patogenesi dell’HIV: non solo il virus, ma il modo in cui interagisce con il sistema immunitario e prova a sfuggirgli.
Oggi Cecchinato è Research Associate all’Istituto di Ricerca in Biomedicina (Irb) di Bellinzona, nel laboratorio di Chemochine nell’Immunità guidato dalla Prof. Mariagrazia Uguccioni. Il lavoro che porta avanti insieme al team si concentra su un punto rimasto centrale anche dopo decenni di progressi: perché, pur essendo oggi controllabile, l’infezione da HIV continua a lasciare tracce profonde nell’organismo?
La storia dell’HIV è anche una delle grandi storie di successo della medicina contemporanea. Nei primi anni dell’epidemia la diagnosi era spesso una condanna. “Il cambiamento decisivo è arrivato con l’introduzione delle terapie antiretrovirali”, spiega Cecchinato. Questi trattamenti, basati su combinazioni di farmaci, bloccano diverse fasi del ciclo del virus: ingresso nelle cellule, integrazione del materiale genetico virale nel DNA della cellula ospite, produzione di nuove particelle virali. Così l’HIV è passato da malattia fatale a condizione gestibile, con un forte miglioramento della qualità di vita e una riduzione della trasmissione.
Ma controllare il virus non significa eliminarlo. L’HIV è un retrovirus: quando infetta una cellula, può integrare il proprio materiale genetico in quello dell’ospite. Alcune cellule infettate restano silenti, non producono nuove particelle virali e diventano invisibili al sistema immunitario. Le terapie antiretrovirali impediscono al virus di replicarsi, ma non riescono a cancellare questi serbatoi nascosti.
C’è poi un secondo ostacolo: l’HIV muta con grande facilità. Ogni volta che si replica può introdurre nuove variazioni. Per questo sviluppare un vaccino efficace resta difficile: si disegna una risposta contro una certa forma del virus, ma il virus che circola nell’organismo può essere già diverso.
In questo scenario entrano in gioco le chemochine, piccole proteine che funzionano come segnali di orientamento per le cellule immunitarie. Cecchinato usa un’immagine semplice: sono come magneti. Vengono prodotte nei tessuti dove c’è un’infezione e attirano lì le cellule necessarie a combattere il patogeno. “Se abbiamo un’infezione nelle vie respiratorie, queste proteine richiamano le cellule immunitarie nel punto in cui servono”, spiega.
Il loro ruolo è però delicato: guidano le difese, ma se presenti in quantità eccessive possono alimentare una risposta infiammatoria fuori controllo. Nell’HIV sono importanti anche perché il virus utilizza alcuni recettori delle chemochine, in particolare CCR5 e CXCR4, per entrare nei linfociti T CD4, le cellule che colpisce preferenzialmente. Non a caso, alcune strategie terapeutiche hanno cercato di bloccare proprio questi recettori.
La ricerca portata avanti da Cecchinato e dai colleghi del laboratorio si muove lungo questa frontiera: capire come il sistema delle chemochine venga alterato nelle persone che vivono con HIV, anche quando la terapia controlla il virus. In studi condotti anche con la Swiss HIV Cohort Study, ha potuto dimostrare che l’attivazione immunitaria persistente può compromettere la capacità dei linfociti di rispondere agli stimoli che dovrebbero guidarli verso gli organi periferici, come l’intestino. Questo aiuta a spiegare perché, in alcuni pazienti, il recupero immunitario resti incompleto.
Il nuovo tassello riguarda gli autoanticorpi contro le chemochine. Di solito pensiamo agli anticorpi come molecole prodotte per legarsi a virus, batteri o altri elementi estranei. In questo caso, invece, gli anticorpi riconoscono proteine dell’organismo stesso: le chemochine. “Abbiamo scoperto che nelle persone che vivono con HIV sono presenti autoanticorpi che riconoscono il sistema delle chemochine”, racconta.
Il significato è ancora da chiarire. Le ipotesi sono due, quasi opposte. Da una parte questi autoanticorpi potrebbero avere un effetto benefico, attenuando l’infiammazione cronica e frenando una risposta immunitaria eccessiva. Il gruppo aveva già osservato un effetto simile nei convalescenti da Covid-19. Dall’altra parte potrebbero essere dannosi: bloccando le chemochine, potrebbero impedire alle cellule immunitarie di raggiungere correttamente i siti di infezione, rendendo l’organismo più vulnerabile.
È questa ambivalenza a rendere il tema rilevante. Le persone che vivono con HIV, anche in terapia, possono essere più esposte ad altre infezioni e a condizioni croniche associate a infiammazione persistente. Capire se questi autoanticorpi proteggano o aggravino il quadro potrebbe aprire nuove prospettive: biomarcatori per distinguere diversi decorsi della malattia, oppure terapie capaci di modulare le chemochine per ridurre la disseminazione virale e ricostruire risposte immunitarie più efficaci.
“Non sappiamo ancora quale sia il ruolo di questi autoanticorpi nell’HIV”, precisa Cecchinato. Ma il messaggio ai pazienti è di fiducia: molto è stato fatto per migliorare la qualità di vita, e molto resta da fare per arrivare a una cura. Cecchinato tiene anche a ringraziare le persone che partecipano alla Swiss HIV Cohort Study: “Con i loro campioni permettono alla ricerca di fare passi avanti”.
La sfida dei prossimi anni sarà proprio questa: andare oltre il successo, già enorme, delle terapie attuali. L’HIV ha insegnato alla medicina che una malattia un tempo letale può essere trasformata, con la ricerca, in una condizione compatibile con una vita lunga. Ma ha anche mostrato che il controllo non basta sempre a chiudere la partita. Per questo oggi l’obiettivo della comunità scientifica è più ambizioso: capire come intervenire su ciò che rende l’infezione così persistente e difficile da cancellare.
Non esiste, al momento, una sola strada. Diversi gruppi nel mondo stanno esplorando approcci complementari: strategie per individuare meglio le cellule in cui il virus resta silente, metodi per renderle riconoscibili, interventi per rafforzare le difese dell’organismo. È un campo in cui ogni risposta genera nuove domande, e in cui i progressi più concreti nascono spesso dall’accumulo di risultati apparentemente piccoli.
È in questo orizzonte che si colloca il lavoro portato avanti all’Irb: un contributo a una conoscenza più precisa del modo in cui l’HIV modifica nel tempo l’equilibrio dell’organismo. “Sono fiduciosa che in futuro qualcosa emergerà in questo panorama”, afferma Cecchinato. Una fiducia prudente, scientifica, costruita sui dati e sulla consapevolezza che ogni passo avanti dipende da molti altri passi prima. Perché la cura, quando arriverà, difficilmente sarà il risultato di un’unica scoperta.
Fuori dal laboratorio, Cecchinato racconta che gran parte del suo tempo è dedicato alla famiglia. “Sono una mamma”, dice con lucidità. Ma questa non è una parentesi privata: è una parte della storia. Perché parlare di donne nella scienza significa anche riconoscere il lavoro invisibile che spesso accompagna le carriere scientifiche, il tempo diviso, la cura, la fatica di tenere insieme responsabilità senza che questo riduca l’autorevolezza di chi fa ricerca.
Bilanciare vita personale e laboratorio, riconosce, “non è sempre facile”. Eppure il punto non è raccontare una conciliazione eroica è piuttosto ricordare che la scienza è fatta anche dalle condizioni che permettono alle persone, e in particolare alle donne, di restare, crescere, guidare progetti, formare competenze.
Nel caso di Cecchinato, a sostenere questo percorso c’è una motivazione molto chiara: “Amo il mio lavoro e mi sento privilegiata nel poter contribuire al progresso scientifico”. Ed è forse proprio in questa doppia dimensione, il rigore della ricerca e la consapevolezza concreta della vita, che si colloca il suo lavoro: una scienza paziente, costruita nel tempo, che prova a trasformare una malattia oggi controllabile in una malattia finalmente curabile.
Valentina Cecchinato è Research Associate all’Istituto di Ricerca in Biomedicina (Irb) di Bellinzona, nel laboratorio Chemochine nell’Immunità guidato dalla Prof. Mariagrazia Uguccioni. Laureata in Biotecnologie mediche, ha conseguito il dottorato in Medicina molecolare all’Università di Milano. Dal 2006 si occupa di patogenesi dell’infezione da HIV, tema che ha approfondito durante il periodo di ricerca ai National Institutes of Health di Bethesda, negli Stati Uniti. Nel 2008 è entrata all’Irb, dove ha studiato il ruolo delle chemochine nei processi infiammatori e nelle malattie. In collaborazione con la Swiss HIV Cohort Study, ha contribuito a chiarire come l’attivazione immunitaria persistente possa compromettere la capacità dei linfociti di rispondere agli stimoli chemotattici, ostacolando il recupero immunitario in alcune persone con HIV trattate con terapia antiretrovirale. La sua ricerca si concentra oggi sui meccanismi che regolano l’infiammazione e la sua alterazione nelle malattie infettive, come HIV e Covid-19, e in patologie autoimmuni quali artrite reumatoide e spondilite anchilosante.
In collaborazione con l’Istituto di Ricerca in Biomedicina (IRB) di Bellinzona, affiliato all’USI
