SALUTE MENTALE
18.07.2022 - 07:00
Aggiornamento: 16:11

La forza educativa del racconto

L’incontro di storie, operatori, studenti e utenti attraverso una rappresentazione teatrale. Questo il percorso proposto per capire e accogliere l’altro

a cura di Lorenzo Pezzoli, professore SUPSI*
la-forza-educativa-del-racconto
SUPSI
Gli studenti del modulo

Oramai da anni il modulo di Metodi e tecniche di intervento col disagio psichico per gli studenti del terzo anno del bachelor di Lavoro sociale della Supsi, collabora attivamente con la Socioterapia dell’Osc e il Club 74, con il servizio Ingrado che si occupa di dipendenze e con la Fondazione Pro Mente Sana. Il coinvolgimento tra tutti i partner, utenti in primis, è profondo, non solo nella partecipazione al modulo ma nella sua co-costruzione, a partire dalle fasi di ideazione, preparazione e messa in atto. In questo spazio educativo vogliamo approcciarci al disagio psichico in maniera più partecipativa, attraverso il teatro, sfruttando l’incredibile forza che l’ascolto e l’immedesimazione nelle storie di vita altrui portano con sé.

Proprio in questo tempo estivo, infatti, ci stiamo preparando con intensità al prossimo corso che inizierà a settembre. Il tema di quest’anno sarà lo sguardo e come esso possa sollevare e aiutare, tanto quanto annichilire e schiacciare, nella vita così come nei processi di cura. Si comincerà nel teatro all’interno della Clinica psichiatrica cantonale, appuntamento che oramai è diventato una tradizione, con una lezione serale che porta con sé le vibrazioni della notte in riferimento al buio che, nello scorrere della vita di ciascuno, si finisce per incontrare. Si comincia così per imparare a conoscerlo e attraversarlo insieme. Tutti. Docenti, studenti, operatori e utenti, orientati verso il giorno carichi del bagaglio delle personali e altrui biografie con l’intento di averne cura e prestare loro ascolto.

Il valore e la dignità della persona

Una vita segnata da episodi che hanno portato a sofferenze profonde, marcata da processi di emarginazione e di autoesclusione, spesso derivanti dai complessi sentimenti di vergogna e colpa per qualcosa che si patisce. Questo il punto di partenza sofferto dei nostri interlocutori. Ma capita che dinnanzi a queste vite che portano con sé la cifra di come l’esperienza umana possa essere segnata da fragilità ed esposta a condizioni di esilio, dalle proprie condizioni di comfort, dalle consuetudini e dalle abitudini, e perfino dalle relazioni e dai contesti familiari, dinnanzi a tutto questo pesante e intricato fardello, la tentazione da parte della società sia quella di confinarli nell’universo dell’inutile, del marginale, e perfino dello scarto. Ma nessuna vita, nessuna, appartiene a tali dimensioni perché ciascuna contiene la ricchezza di chi l’ha vissuta, di chi la vive e che magari, nell’inciampo e nella crisi, con fatica la rilancia ogni volta. Il disagio psichico appartiene all’uomo, fa parte della sua stessa esistenza. Chi lo accompagna, che sia professionista, familiare, datore di lavoro o curante in senso più generale, è necessario che mantenga la consapevolezza del valore e della dignità della persona che affianca.

Un percorso di partecipazione

Formare nel lavoro educativo e sociale col disagio psichico diventa un percorso che acquisisce spessore e valore solo se riesce a coinvolgere non solo gli studenti, i docenti e le istanze formative, ma anche le istituzioni e gli operatori che ci lavorano. Se a questi si aggiunge anche chi quell’esperienza la porta sulle spalle, facendosi portavoce di tutti coloro che per vie e motivi diversi hanno incontrato percorsi di cura, allora la formazione si completa davvero. Il contesto inclusivo rende protagonisti attivi coloro che hanno sofferto di sottrazione di parola e di traiettorie disarmanti di esclusione sociale, alla base della propria condizione. La formazione diventa così un intreccio di contributi rappresentanti la vita per quella che è: profonda, personale e intensa. Questo lavoro collaborativo permette agli studenti di uscire dalla formazione teorica e lanciarsi in un percorso di partecipazione alla sofferenza e al dolore degli utenti che andranno poi a sostenere in futuro nel corso del loro lavoro quotidiano.

Grazie anche alla collaborazione con gli studenti del Conservatorio della Svizzera italiana, la rappresentazione pubblica del lavoro di ricerca, resta un punto importante di restituzione e di sensibilizzazione nel quale si raccontano i temi relativi al disagio psichico. Si mettono in luce non solo i percorsi di sofferenza, ma anche le possibilità di riscatto, di cura e di crescita. Questo rimane tuttavia solo uno dei tasselli necessari alla comprensione dell’altro, in un percorso complesso e ricco di sfaccettature.

Il modulo Supsi

L’intera proposta cerca di aggiungere valore a chi prende parte al modulo, utenti dei servizi in primis, che generosamente condividono i loro vissuti biografici. Tale ricchezza deriva dall’occasione di approfondire il proprio rapporto con i temi sollevati da ogni ferita, malattia o processo di marginalizzazione raccontati. Consente agli studenti di riflettere sul senso delle scelte personali nel lavorare a contatto con il disagio psichico, ma anche sull’esigenza di farlo consapevoli che l’incontro con esso non si risolve nel contatto con qualcosa di teorico e astratto, ma con l’entrata in relazione con qualcosa di incarnato nella storia delle persone. È in quell’incontro che si svela l’occasione di sentire cosa significhi vivere in tale disagio, ricavando elementi di riflessione sulla propria professione, idee nuove e spunti diversi su interventi, iniziative e percorsi possibili. L’utenza, grazie agli stimoli e al coinvolgimento sulla loro biografia, vive un’occasione speciale di rilettura accompagnata del proprio percorso, facendo esperienza di come la vita travagliata che ha vissuto sia preziosa, utile e di aiuto ad altri. Per la loro condivisione ricevono la profonda gratitudine da parte degli studenti e dei vari attori partecipanti al modulo prova ulteriore che le loro sofferenze non sono state vane. L’unicità dei percorsi, delle storie e il rispetto a loro dovuto, diventa spunto di crescita personale e professionale degli studenti. Un tesoro formativo che accompagnerà negli anni i futuri operatori.

Il punto di vista di Pro Mente Sana

Come Fondazione Pro Mente Sana abbiamo deciso con entusiasmo, ormai da tre anni, di aderire a questo progetto per poter trasmettere l’importanza dei diritti delle persone con disturbi psichici e sottolineare quanto l’esperienza di malattia e di vita rendano le persone uniche nel proprio percorso e meritevoli di rispetto da parte dei futuri operatori sociali. Per questo riteniamo che il modulo della Supsi, così come tutte le iniziative formative che portano gli studenti direttamente sul territorio creando un legame tra esperienza professionale e personale, siano da incentivare in modo incondizionato al fine di forgiare una futura generazione di operatori lungimirante e pronta al cambiamento.

Le testimonianze degli studenti

Le emozioni di Daniel

Il mio personale percorso lungo il modulo Metodi e tecniche di intervento col disagio psichico è iniziato mentre ero in vacanza al mare, nell’estate del 2021, quando ho scoperto, attraverso alcuni video postati dal Professor Pezzoli sulla piattaforma di studio, che il tema scelto per accompagnare me e i miei compagni per tutto il semestre sarebbe stato il paesaggio. Niente di più, solo questo: il paesaggio.

Il 17 dicembre dello stesso anno, solo quattro mesi dopo, accoglievo tra le sale della pinacoteca Züst di Rancate gli invitati alla nostra rappresentazione, Paesaggi dall’esilio, recitando la parte del narratore sulla melodia suonata da una violoncellista e due violiniste. Nel mezzo è successo di tutto.

Con i miei compagni, abbiamo incontrato in notturna i docenti, i collaboratori e gli operatori del Club’74 al Teatro Centro Sociale di Casvegno; scoperto insieme l’attualità della tragedia La solitudine di Filottete, scritta da Sofocle quasi 2500 anni fa; conosciuto e collaborato con i musicisti del Conservatorio della Svizzera Italiana che poi hanno suonato durante lo spettacolo; lavorato, supportati dal regista Rosso, all’ideazione e alla stesura del copione; scoperto la grande filosofa spagnola Maria Zambrano; imparato a recitare al meglio la nostra parte e passato ore e ore a provare e riprovare; speso giornate all’interno del museo per allestire tutto il necessario. Tutte attività, che nell’ottica formativa di un educatore, oltre al fare ci ha permesso di sviluppare una competenza fondamentale nell’ambito del lavoro sociale: saper lavorare con gli altri. Non per, ma con gli altri. Solo così si può co-costruire insieme, dal significato di ciò che succede all’ipotesi progettuale per favorire un reale cambiamento.

Oltre a quanto visto sopra, che ha fatto solo da cornice al senso del nostro percorso, ci siamo dedicati anima e corpo alle interviste a due collaboratori del Club’74, un educatore sociale in pensione con anni di esperienza alla CPC di Mendrisio e uno specialista in psichiatria e psicoterapia. In silenzio e in ascolto, abbiamo catturato le loro preziose parole, le loro intense storie di vita, il dono che hanno avuto il coraggio e la voglia di farci. Tra le righe siamo riusciti a trovare un fil rouge che abbiamo trasformato in qualcosa di diverso, una storia, un racconto, uno spettacolo, una site specific performance nella sale di una pinacoteca, dando così voce a chi troppo spesso non ce l’ha.

Nel farlo, ho imparato soprattutto due cose che mi porterò dietro nella professione: i maggiori esperti della vita delle persone sono le persone stesse, in questo caso salite addirittura in cattedra nel raccontarci le proprie vicende; sono infinite le vie per lavorare in modo effettivo con le persone e per questo non accetterò mai un si è sempre fatto così quando mi chiederò cosa è possibile fare.

È stato un lavoro immenso, lungo, difficile. Ma, allo stesso tempo, una fatica che è stata ripagata dal grande successo che abbiamo avuto. Perché sì, il nostro lavoro è stato un successo. Come lo so? Lo so grazie alle emozioni. Le emozioni che ho provato io, incontrando le persone, ascoltando la loro storia e, infine, mandando a memoria parole potentissime di fronte a decine di invitati. Le emozioni che gli intervistati, inevitabilmente, hanno lasciato trasparire nel donarci le loro vite. Le emozioni che ho visto dipinte sui volti degli spettatori durante e alla fine della rappresentazione, commossi, toccati. D’altronde lo dice la parola stessa: emozione, dal francese émouvoir, cioè mettere in movimento. L’emozione muove le persone. Il movimento cambia le cose. Il cambiamento non è altro che vita, ciò di cui abbiamo tutti bisogno. Tutti. Nessuno escluso.

Il percorso di Joyce

Il modulo "Metodi e tecniche d’intervento col disagio psichico" riveste una significativa e duplice valenza per lo studente di lavoro sociale, quale concreta occasione non solo per cimentarsi in un percorso che travalica i confini istituzionali, bensì anche come opportunità per avvicinarsi all’ambito della psichiatria ed entrarvi in contatto attraverso le preziose testimonianze di coloro che, nella loro storia di vita, hanno incontrato e tutt’ora incontrano la sofferenza mentale. Pertanto, si tratta di un modulo che permette allo studente di mettersi in gioco a 360 gradi, accogliendo e raccogliendo i racconti dei membri del Club’74 che partecipano con dedito impegno al modulo, offrendone in seguito una sensibile ed accurata ri-lettura degli stessi, cercando creative e sensibili modalità attraverso la quale dare vita ad una rappresentazione che, con autenticità e rispetto, possa parlare a coloro che ad essa parteciperanno. Altresì quest’esperienza rappresenta anche una benefica opportunità per i membri del Club’74 per raccontarsi e condividere le proprie esperienze a partire dalle quali emerge fortemente l’imprescindibilità di considerare la cura anche in termini di ascolto e nella capacità di so-stare affianco ai pazienti con i quali l’operatore sociale quotidianamente opera. Si tratta di un percorso in cui si rende fortemente visibile e comprensibile l’importanza e la necessità di compiere un percorso con le persone a cui la cura è rivolta, così come di valorizzare e conferire unicità alle singole esperienze che esse, con premura ed anche coraggio, condividono con i futuri professionisti del lavoro sociale.

Senza i membri del Club’74 ed i loro preziosi contributi l’intero modulo, cosi come pensato e con i sui valori aggiunti, non sarebbe infatti realizzabile. A tal proposito, la co-operazione, la com-partecipazione, la responsabilità, la considerazione e il rispetto della diversità, che si si esplicita nella sua ottica propositiva e costruttiva laddove definita unicità, rappresentano dei concetti chiave dello stesso. Qui, nessuno è spettatore, nemmeno coloro che, invitati, assistono a quanto ricreato dagli studenti. Questo poiché si ha a che fare con tematiche le quali, seppur con tonalità e sfumature differenti, in un qualche modo hanno delle risonanze in ognuno di noi e ci pongono l’un l’altro in con-tatto. Sempre qui, ci si pone dinnanzi a questioni umane nell’intento di fermarsi in esse, osservarle ed attraversarle, alle volte anche facendo i conti con quelle che sono le proprie paure e fragilità. L’esperienza insita nel modulo oltrepassa così anche i confini spazio-temporali, in quanto la profondità e sensibilità degli argomenti affrontati portano gli studenti ad affiancarsi e confrontarsi con delle delicate realtà che richiedono spazi e tempi propri di riflessione, auto-osservazione e rielaborazione, quale metodi e tecniche che i professionisti del sociale saranno sempre tenuti a ricercare e individuare laddove ci si voglia accostare con autentica cura alla sofferenza mentale.

Attraverso questo percorso diviene davvero possibile comprendere l’importanza di considerare e avvalorare la reciprocità nell’operato quotidiano, riconoscendo che l’Altro, colui che custodisce e ci rende partecipi della sua sofferenza, non può se non essere la prima persona alla quale dobbiamo fare stretto riferimento se vogliamo davvero poterle rivolgere dei gesti di aiuto e cura. Reciprocamente, per l’appunto, diviene sempre significativo volgere uno sguardo anche verso di sé, al fine di accettare ed accogliere sempre più anche quelle proprie parti che più tendiamo a nascondere, poiché senza di esse si potrebbero perdere occasioni per mostrarsi nella propria autenticità ed avvicinarsi sempre di più al mondo e al paesaggio dell’Altro, sino a rendere possibile un vero e proprio incontro. Sono i principali protagonisti della propria vita che ci accompagnano, facendoci strada, nella realizzazione del modulo, così come nella pratica professionale di ogni giorno.

Quest’esperienza mette in luce come i metodi e le tecniche d’intervento in tale ambito, siano da ricercare e riscoprire, costantemente, sia dentro di sé in qualità di professionisti così come dalle richieste più esplicite delle persone con le quali si lavora e, ancor di più, da ciò che nasce dall’incontro e dalla relazione di cura che con pazienza, disponibilità e premura, ogni giorno, si cerca di affinare ed approfondire, nell’intendo di divenire ospiti dei paesaggi altrui sempre più accettati, riconosciuti e forse anche desiderati.

Da essa, potrebbero infatti sorgere metodi e tecniche d’intervento che, seppur invisibili ed impercepibili a primo acchito, soffermandosi ad osservare, ascoltare e sentire con attenzione e con il coinvolgimento di tutte quelle dimensioni che nulla hanno a che vedere con tecnicismi tangibili, si rivelano capaci di fare luce sui percorsi di sofferenza mentale delle persone che quotidianamente si ha preziosa occasione di incontrare, denotando l’importanza e la grandiosità dei piccoli gesti insiti nell’aver cura, a partire dalla propria presenza. Presenza che, alle volte, rappresenta un vero e proprio punto di partenza ed ancoraggio per mostrarsi ed accogliersi reciprocamente, nonché metodo e tecnica per rendere nota una postura accorta, disponibile ed interessata all’Altro, quale primo momento per abitare un tempo e uno spazio in cui poter davvero scorgere, insieme, i propri paesaggi interiori, con le loro luci e le loro ombre, le loro gioie, i loro dolori e le loro speranze.

Colgo così l’occasione per ringraziare i membri del Club’74 e tutti coloro che hanno contribuito al modulo "Metodi e tecniche d’intervento col disagio psichico" per avermi permesso di compiere un percorso arricchente, sia in termini professionali che personali.

* Lorenzo Pezzoli, professore SUPSI, Responsabile dell’Unità di psicologia applicata, e della Fondazione Pro Mente Sana

Se avete domande, necessitate consigli, volete informazioni sui corsi di recovery o sulla settimana biografica potete contattare direttamente la Fondazione Pro Mente Sana (www.promentesana.ch), scrivendo a contatto@promentesana.ch o telefonando allo 091 646 83 49.

Potrebbe interessarti anche
© Regiopress, All rights reserved