Cari lettori,
Oggi vi portiamo nel cuore del sistema giudiziario ticinese, alle prese con un carico di lavoro record e una cronica carenza di personale. Spostandoci oltreoceano, analizzeremo la reazione furiosa di Donald Trump dopo una sentenza cruciale della Corte Suprema sui dazi. Infine, una riflessione profonda sulla democrazia e sul perché non tutte le manifestazioni possono essere messe sullo stesso piano.
Il sistema giudiziario ticinese ha raggiunto un nuovo primato nel 2025, evadendo oltre 50mila procedure. Un successo che nasconde però un aumento preoccupante delle giacenze e una carenza strutturale di personale che mette sotto pressione diversi tribunali, dalla Corte d'appello e revisione penale alle Preture civili. Il Consiglio della magistratura propone soluzioni audaci, come il raggruppamento di alcune autorità giudiziarie, per affrontare una situazione che, secondo il vicedirettore Andrea Manna, richiede un intervento politico urgente.
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La Corte Suprema degli Stati Uniti ha inferto un duro colpo alla politica dei dazi di Donald Trump, ribadendo che tali competenze spettano al Congresso. Una sentenza che ha scatenato la rabbia del presidente che, come ci racconta Roberto Antonini nel suo commento, ha reagito con farneticazioni complottiste e l'annuncio di un "piano B" per imporre nuove tariffe. Ma quanto è solida questa vendetta e quali sono le vere incognite che si aprono per il futuro politico di Trump?
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Il divieto di manifestazioni, sia neofasciste che antifasciste, a Lugano solleva un interrogativo fondamentale: è davvero possibile mettere sullo stesso piano chi difende lo Stato di diritto e chi lo minaccia? Nel suo commento "La trave nell’occhio", Andrea Ghiringhelli ci invita a riflettere sulla necessità di distinguere tra le diverse forme di protesta, citando John Stuart Mill e Leo Valiani, per proteggere i principi su cui si fondano le nostre democrazie.
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