L’innovazione è centrale, ma in ambito educativo rischia di diventare un fine, mettendo in secondo piano tempi e principi pedagogici

Il tema “innovazione” rappresenta, da quanto si legge sui giornali e si sente dire dagli addetti ai lavori, uno degli aspetti principali su cui si regge l’attenzione di chi oggi porta la responsabilità di una buona parte dei destini di un’intera collettività (credo, in particolare e in questo caso, quella degli imprenditori). La pedagogia (e, quindi, anche la filosofia dell’educazione) non può però chiamarsi fuori da questo dibattito, anche solo per il fatto che qualsiasi iniziativa volta a questo scopo necessita, per potersi implementare, di presupposti di ordine educativo.
Onde provare a comprendere che cosa significhi fare innovazione in ambito pedagogico-educativo (e quindi immagino, di riflesso, anche in ambito socioeconomico), possiamo partire ad esempio da questa considerazione. In generale, l’innovazione è un atto di dissenso, un momento di rottura che viene a scompigliare un ordine precedentemente costituito e attorno a cui – per usare fino in fondo questa immagine – si era stabilito un consenso. Ora, se la pratica del consenso può essere intesa come idea regolativa (l’intesa attorno a qualcosa – come, ad esempio, un’“idea o un progetto economico” – non è mai definitiva ma offre sempre spazi e interstizi di opposizione o di critica dentro al ragionamento che la sorregge), il dissenso, cioè l’atto innovativo, porta con sé delle nuove regole del gioco, nuove prospettive, nuova intelligenza; e ciò, in un nuovo ordine di discorso.
Se tutto questo, però, potrebbe valere per l’appunto, e in generale (ad esempio, in ambito economico o in settori affini), in ambito pedagogico e nelle prassi educative che ne conseguono le cose si fanno – a dir poco – complesse. Infatti, la tendenza a cui oggi assistiamo è quella che vede il consenso maturato attorno a un progetto educativo (scuola, lavoro, ma anche famiglia, relazioni, attività extrascolastiche eccetera) sistematicamente messo in discussione poiché “non si può non innovare” e se non lo si fa “si rischia di rimanere indietro” o, addirittura, “di essere estromessi dai giochi che contano”. Tutto ciò non sarebbe ovviamente un male, se non che – e in pedagogia e in educazione questo avviene sempre più spesso – dette forme di dissenso si presentano, con sempre maggiore frequenza, sprovviste di solidità se non addirittura prive di fondamento. È vero: è sempre bello poter avere la possibilità – regalataci dalla postmodernità – di recitare molte parti; in educazione, però, questo costume caleidoscopico dove “tutto può andar bene” poiché dissenziente e innovativo (lo sappiamo: siamo nell’era della post-verità, dove non ci sono più fatti, ma solo interpretazioni) si scontra con un assioma che troviamo alla pagina uno di ogni manuale di pedagogia, asserto che grossomodo così recita: i tempi di lavoro con i bambini e i giovani sono lunghi; molto molto lunghi… Lo dico perché, anche nel settore di cui mi occupo (che è quello della pedagogia e della filosofia dell’educazione), mi trovo sempre più frequentemente confrontato con delle proposte sedicenti innovative che hanno più della butade che del pensato, approfondito, maturato. Se è vero che anche la pedagogia e l’educazione possono essere un teatro grazie al quale e dentro al quale poter giocare i differenti ruoli di un copione (anche recitando a soggetto), è altrettanto vero – e lo sappiamo – che l’entrata in scena del giullare, per quanto interessante e stimolante possa essere la sua presenza, porta con sé anche la possibilità che il tutto si trasformi in una recita senza capo né coda, in cui – appunto – tutto va bene poiché fiammeggiante, colorato e depositato dentro a un vortice innovativo che vede i principi fondamentali della pedagogia e delle conseguenti prassi (e ce ne sono!), per bene che vada, più come un fastidio anacronistico, un disturbo se non addirittura una pedante e noiosa seccatura da eliminare quanto prima. Siamo di fronte – questo non vale certamente solo alle nostre latitudini – a un’innovazione che, almeno in pedagogia e in educazione, si sta trasformando da mezzo in fine. Un’innovazione che quindi sta sedimentando su sé stessa indossando in questo modo le vesti di un’ideologia – figlia più che legittima dei nostri tempi – che sta piano piano andando a eclissare i contenuti educativi di cui i bambini e i giovani da sempre abbisognano e di cui noi adulti portiamo le responsabilità.
Se la pedagogia e l’educazione (lo scrivo nella piena consapevolezza anche degli svarioni di cui queste si sono fatte sia promotrici che portatrici nel corso dei secoli) hanno bisogno di tanto tempo per potersi sviluppare (quindi di consenso-consolidamento in misura certamente maggiore che di dissenso-innovazione, non fosse per il fatto che le prassi educative portano con sé un’inerzia molto importante, il che equivale a dire che esse necessitano di molto tempo per essere comprese fino in fondo nei loro effetti) e, quindi, per poter contribuire in modo fattivo alla crescita dei bambini e dei giovani e, ancora, del paese in cui questi vivono (tempi che l’innovazione non vuole più concedere; o, peggio ancora, che i pedagogisti e gli educatori – una frazione non marginale di questi, sicuramente – non ritengono più necessari poiché a rischio è la propria stessa esistenza) è perché queste hanno quale punto di riferimento il concetto di verità; intesa ovviamente come idea regolativa, limite a cui approssimarsi, confine con cui raffrontarsi e via dicendo; ma pur sempre “lì”, a orientarne il lavoro e a contribuire a renderlo carico di senso e di significato. Quella educativa non può essere una mera concezione del mondo tra le altre ma deve essere un’operazione – lo ripeto – di verità, volta alla verità, a essa costantemente orientata (con buona pace degli epigoni di una postmodernità che si avvolge su sé stessa, pronti a difendere a oltranza il mantra dell’esperienza in quanto esperienza, che poi non è altro che elogio dell’evento in quanto evento o della performance in quanto performance).
Per tornare a noi, in un sistema socioeconomico che ha fatto dell’innovazione uno dei principali cardini attorno a cui investire (sicuramente a ragione, se consideriamo il sistema in cui siamo immersi nel suo complesso – caso mai, occorrerebbe interrogarsi a fondo sulla tenuta del sistema stesso, prima ancora che sul concetto di innovazione in quanto tale…), constatiamo che una parte non marginale della pedagogia e dell’educazione (cioè: una parte non marginale dei suoi rappresentanti e, di conseguenza, anche delle sue stesse prassi), agisce evocando il tema dell’innovazione (la quale, nel peggiore dei casi, assume i toni di una geremiade o, ormai, di un’ideologia) senza però curarsi degli innegabili effetti destrutturanti che questa non raramente produce sui profili di personalità di non pochi bambini e giovani. Siamo cioè confrontati con un’innovazione che sovverte (certo; e questo potrebbe anche essere un bene), ma lo fa senza adoperarsi in modo sistematico per verificare gli effetti che questa destabilizzazione potrebbe generare o, addirittura, già produce su non pochi soggetti a cui si rivolge (e ciò lo si evince anche dal sempre più evidente disagio, malessere, rifiuto espresso da parte di sempre più giovani nei confronti di tutto ciò che il mondo degli adulti – vale a dire: ciascuno di noi, nessuno escluso – offre loro sotto forma di modello o prospettiva esistenziale, formativa o affettiva che dir si voglia a cui, o dentro cui, ispirarsi o orientarsi). Un’innovazione, quindi, che se da una parte crea un dissenso educativo, dall’altra si occupa sempre meno, o non se ne occupa più del tutto, degli estremi di un “consenso pedagogico a lungo termine”, comunque sempre e ancora necessario per la realizzazione di ogni prassi orientata all’educazione.
Un’innovazione (quella pedagogica) che se sfugge di mano (come mi pare stia già a volte accadendo, se guardo alle innumerevoli offerte di formazione e formazione continua e aggiornamento, ritenute necessarie per mantenere elevato il proprio livello di occupabilità – ma forse, varrebbe la pena, qui, di adottare il termine employability, più adatto a questo tipo di prospettiva, per altro in perfetta risonanza con l’orizzonte di natura spiccatamente neo- o ultraliberista a cui la maggior parte dei bambini e dei giovani sono stati letteralmente convocati) finisce con l’affermare solo sé stessa – soprattutto sulle spalle dei bambini e dei giovani – prima ancora che produrre su di essi esiti virtuosi, relegando in secondo piano la potenzialità sul lungo termine che ogni prassi educativa porta, almeno idealmente, con sé. Un’innovazione che quindi non raramente oggi genera (producendone di nuovi, e sempre più frequentemente) quei fattori di destabilizzazione del vissuto che, invece, sarebbe chiamata per sua natura a governare e a insegnare a governare.
È un dato di fatto, per concludere, che questo tipo di innovazione non può produrre effetti positivi sullo sviluppo morale, intellettuale, esistenziale e pratico nella vita dei bambini e dei giovani. Ma, se le cose stanno così, viene allora da chiedersi (pur senza scomodare Cassio Longino): cui prodest?
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