In un mondo di risorse finite è necessario adottare scelte consapevoli in tutte le fasi di una progettazione

L’architettura è, per definizione, un atto di trasformazione. Modella lo spazio per rispondere ai bisogni umani, progettando edifici e ambienti di diversi tipi e usi. Eppure, ogni intervento edilizio comporta inevitabilmente una perdita: qualcosa viene alterato, rimosso o distrutto. La sostenibilità, d’altro canto, aspira a ridurre al minimo l’impatto ambientale. L’accostamento di questi due concetti rivela una tensione fondamentale – quasi un ossimoro – tra la spinta a costruire e l’imperativo di preservare.
Di questa tensione, ma anche del significato dell’architettura sostenibile oggi e delle sfide future, ne abbiamo discusso con la Professoressa Ena Lloret-Fritschi, Direttrice del nuovo Istituto per l’architettura sostenibile e la tecnologia (IAST) dell’Accademia di architettura dell’USI, e il suo co-direttore, il professor Muck Petzet. L’istituto – ufficialmente inaugurato lo scorso 16 aprile – riunisce competenze in ambiti quali patrimonio, edilizia, riuso, ingegneria strutturale e tecnologie digitali, con l’obiettivo di approcciare la sostenibilità in modo integrato e multidisciplinare.
Per il Prof. Muck Petzet, quanto scaturisce dall’accostamento tra architettura e sostenibilità definisce un importante punto di partenza. “Costruire nuove strutture richiede risorse ed energie considerevoli e ha quindi un impatto ambientale significativo. Citando Luigi Snozzi, ‘Ogni intervento comporta una distruzione; distruggi con intelligenza’. Noi architetti abbiamo la responsabilità di mettere in discussione la necessità stessa dell’atto. Dobbiamo chiederci se un intervento, e in particolare una nuova costruzione, siano davvero necessari, o se possiamo lavorare con ciò che già esiste”. In quest’ottica, il riuso non è una scelta come un’altra, bensì l’approccio prioritario. Prolungare la vita degli edifici, adattandoli e preservandone il valore materiale e culturale, permette di ridurre sia le emissioni sia il consumo di risorse. “Mentre le costruzioni temporanee concentrano le emissioni in un arco temporale ridotto, quelle durevoli permettono di ammortizzarle nel tempo”, osserva Muck Petzet. La sostenibilità, in questo senso, inizia con la continuità piuttosto che con la sostituzione.
La Prof.ssa Ena Lloret-Fritschi, dal canto suo, inquadra la questione da una prospettiva complementare, concentrandosi su come agire quando l’intervento diventa necessario. “Fare architettura sostenibile significa, prima di tutto, prendere coscienza dell’impatto di ogni singolo intervento”. La sfida non sta nell’evitare del tutto la trasformazione, bensì nel definire percorsi concreti per agire con responsabilità e precisione, consapevoli del prezzo ambientale di ogni scelta. Ciò richiede lo sviluppo di strumenti che favoriscano una comprensione più profonda e rapida degli edifici esistenti, rivelandone strutture, vincoli e potenzialità sin dalle prime fasi del processo di progettazione. Grazie alle tecnologie digitali e all’integrazione dell’IA, oggi è possibile analizzare a fondo un edificio già nelle fasi preliminari, definendo strategie d’intervento mirate. In quest’ottica, la tecnologia diventa il motore di un agire più consapevole e informato.
Allo IAST questo approccio si articola attraverso una chiara gerarchia di intervento: prima il riuso e la riparazione, poi la trasformazione, e – solo come ultima fase – la demolizione e la nuova costruzione. In quest’ottica la sostenibilità non è un elemento accessorio, bensì l’essenza stessa dei principi che orientano ogni scelta, a ogni livello della progettazione. Questo implica anche un cambiamento di mentalità riguardo a ciò che conserviamo, ciò che trasformiamo e ciò che rimuoviamo. Invece di massimizzare la produzione, l’attenzione si sposta sulla riduzione dell’uso di materiali, sulla selezione responsabile degli stessi e sull’ottimizzazione dei sistemi strutturali. Non ci si limita dunque a contenere l’impatto, ma si punta a creare architetture resilienti, opere capaci di durare, di essere riparate e di evolvere con il clima. In questo nuovo paradigma, la semplicità costruttiva e la robustezza diventano i criteri guida per eliminare ogni complessità e abbattere i costi di manutenzione quando possibile.
Più in generale, il lavoro dello IAST si colloca all’interno di un più ampio spostamento della disciplina verso una cultura della durabilità. Gli edifici sono sempre più intesi non come oggetti di breve durata, ma come strutture che dovrebbero resistere, adattarsi ed essere valorizzate nel tempo. Tale transizione è oggetto di un acceso dibattito in relazione alla consistenza edilizia del dopoguerra. Sebbene siano spesso considerate obsolete o prive di pregio estetico, queste strutture racchiudono materiali preziosi e ingenti quantità di carbonio stoccato: il loro recupero rappresenta quindi una straordinaria opportunità per l’ambiente. In questo contesto, il lavoro sviluppato all’istituto spazia in domini diversi ma strettamente correlati. Include la conservazione e la trasformazione degli edifici modernisti, dove la riparazione diventa una strategia centrale, così come la valutazione attenta e l’adattamento delle strutture esistenti, accanto alla progettazione di nuove. Le considerazioni strutturali giocano un ruolo chiave a tutti i livelli di intervento, garantendo sicurezza, durabilità e uso efficiente delle risorse materiali.
Questa prospettiva si estende anche al patrimonio edilizio più recente. Molte strutture degli anni 80 e 90 stanno raggiungendo un punto in cui l’intervento diventa necessario, eppure vengono spesso demolite per consentire la densificazione urbana. Ciò solleva una domanda importante: come si può bilanciare la necessità di trasformazione con la responsabilità di preservare e riutilizzare ciò che già esiste? Per la Prof.ssa Lloret-Fritschi, la sostenibilità è quindi anche “una questione di processi e flussi di materiali”, dall’estrazione alla trasformazione, all’assemblaggio e all’eventuale riutilizzo. Anche quando l’intervento è necessario, il modo in cui i materiali vengono utilizzati diventa centrale. Idealmente ciò include la considerazione dell’intero ciclo di vita, anche se questo rimane un obiettivo, piuttosto che una condizione pienamente raggiungibile.
Design, materiale, fabbricazione e integrità strutturale devono essere concepiti insieme. La geometria può diventare una leva importante per ridurre l’uso di materiali, mentre la durabilità rimane essenziale. Parallelamente, la produzione degli elementi strutturali deve essere concepita per favorire l’economia circolare e ridurre ogni spreco, puntando all’ottimizzazione della materia. In questo modo, le scelte progettuali si legano indissolubilmente ai processi costruttivi e alla gestione delle risorse. Il Prof. Muck Petzet completa questa visione sottolineando l’importanza del contesto: “Possiamo imparare molto dall’architettura vernacolare” osserva, indicando l’intelligenza insita nei materiali locali e in un design capace di rispondere al clima. Allo stesso tempo, i materiali globali restano parte integrante della costruzione contemporanea, ma richiedono una valutazione più attenta: “Pensare in modo sostenibile significa anche resistere alla logica dell’opzione più economica e considerare le conseguenze più ampie, incluso l’impatto sulle economie locali”.
Ciò riflette una condizione più ampia: mentre la conoscenza può circolare a livello globale – supportata dalle tecnologie digitali – i materiali rimangono legati al luogo. Il compito è quindi navigare tra queste scale, prendendo decisioni informate che rispondano sia al contesto sia ai vincoli. L’energia rimane un aspetto importante, ma entrambi gli architetti sottolineano come essa sia solo una parte dell’equazione. Le strategie passive – orientamento, ventilazione naturale e massa termica – rimangono fondamentali. Gli edifici stessi possono agire come sistemi ambientali, regolando il clima attraverso le loro proprietà materiali e spaziali, piuttosto che affidarsi esclusivamente a sistemi tecnici. Per la Direttrice dello IAST, ciò implica ripensare le priorità del design: “Geometria, struttura e materiali offrono un grande potenziale, ma devono essere considerati insieme fin dall’inizio”. La performance non dovrebbe essere un’aggiunta a un progetto a posteriori, ma integrata nella sua concezione. In questo senso, la tecnologia supporta un uso più efficiente e preciso delle risorse. Allo stesso tempo, entrambi i professori dell’USI sottolineano che la sostenibilità non può essere ridotta a certificazioni o metriche semplificate. “Non esiste un’unica soluzione – rileva Lloret-Fritschi –. A volte ha senso usare la terra, a volte il legno, a volte il calcestruzzo: la chiave è compiere scelte consapevoli”. Gli strumenti digitali possono assistere in questo processo, ma non sostituiscono il giudizio. E i vincoli economici rimangono una sfida centrale. Spesso, infatti, la sostenibilità si scontra con la logica del risparmio immediato. Il riuso può essere complesso e costoso, mentre la nuova costruzione è spesso più economica. Come osserva Muck Petzet, “se ci concentriamo solo sul costo più basso, la sostenibilità diventa irraggiungibile”. Ciò evidenzia la necessità di passare dal costo iniziale al valore a lungo termine.
In definitiva, la visione dei due architetti converge su un punto essenziale: la sostenibilità non è un elemento accessorio da aggiungere al progetto, ma una forma mentis che ne pervade ogni fase; dalla scelta radicale se costruire o meno, alle modalità di intervento, fino alla resa dell’edificio nel lungo periodo. L’attuale trasformazione delle città, i crescenti vincoli di risorse e le mutate condizioni ambientali rendono questo cambiamento necessario e urgente. La domanda non è più se costruire in modo sostenibile, ma come farlo in modo responsabile e realistico. Per il Prof. Muck Petzet, la direzione è chiara: “In futuro l’architettura sostenibile non rimarrà una scelta, bensì diventerà la norma”. La Direttrice Lloret-Fritschi, dal canto suo, aggiunge che questa transizione dipenderà non solo dall’innovazione, ma anche dalla cura con cui lavoreremo con ciò che già esiste. Allo IAST queste prospettive si fondono. L’istituto si posiziona all’intersezione tra patrimonio e costruzione, riuso e innovazione, struttura e tecnologia, approcciando la sostenibilità non come un modello predefinito, ma come un metodo di pratica e di ricerca. È un approccio che inizia con una comprensione attenta di ciò che già esiste, privilegia il riuso e la riparazione, e solo allora considera la trasformazione e la nuova costruzione, puntando a costruire meno, costruire meglio e costruire per durare.
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