Pianificazione

Il lato oscuro delle grandi manifestazioni

Le fragilità ambientali, economiche e sociali legate a questi maestosi eventi sono ben note. Rinunciare al loro svolgimento non è l’unica opzione

Pista da bob abbandonata di Sarajevo 1984. Ma non deve andare per forza così
(wikipedia)

Le grandi manifestazioni, in particolare quelle sportive come le prossime Olimpiadi di Milano-Cortina, sono celebrate come momenti di festa, unità e spettacolo, capaci di interessare milioni di persone. Tuttavia, dietro i riflettori esiste un lato oscuro fatto di interessi economici, sfruttamento, impatti ambientali e tensioni sociali. Analizzare questi aspetti meno visibili è fondamentale per comprendere il reale costo di eventi che, pur essendo venduti come un’opportunità di sviluppo e promuovendo valori positivi, comportano rischi rilevanti se non vengono pianificati in modo partecipato e sul lungo periodo. Ne abbiamo parlato con il Professor Manuel Orazi, che tiene un corso su città e territorio presso l’Accademia di architettura dell’Usi a Mendrisio.

Professor Orazi, le grandi manifestazioni sportive sono presentate come occasioni di rilancio, urbano e territoriale. È davvero così?

In effetti fino a una quarantina d’anni fa le Olimpiadi, ma anche i Mondiali di calcio o altri grandi eventi, venivano vissute come un’occasione per ammodernare infrastrutture, città e territori. Questo valeva soprattutto per i Paesi in via di sviluppo – e l’Italia rientrava pienamente in questa categoria. Le Olimpiadi di Roma del 1960, per esempio, sono state decisive per la modernizzazione della città: basti pensare alle opere di Pier Luigi Nervi, ai palazzetti dello sport, ai viadotti, al villaggio olimpico, che poi è diventato un vero quartiere urbano.

Quindi il bilancio era sostanzialmente positivo?

In molti casi sì. Un altro esempio virtuoso è Barcellona 1992: lì il grande evento fu l’occasione per un rinnovamento complessivo della città, con il coinvolgimento di alcuni tra i migliori architetti del mondo. Le opere realizzate allora sono ancora oggi utilizzate e integrate nella vita urbana. Ma non sempre è andata così, soprattutto non sempre è replicabile quel modello.

Cosa è cambiato?

È cambiato il contesto economico, ambientale e culturale. In particolare le Olimpiadi invernali sono diventate sempre più problematiche. Vorrei ricordare un’edizione quasi rimossa dalla memoria collettiva: Sarajevo 1984. Quelle Olimpiadi si svolsero poco prima della dissoluzione della Jugoslavia e della guerra civile; oggi gran parte di quelle strutture sono ruderi, simboli di un territorio devastato. Ovviamente è un caso estremo, ma rende bene l’idea della fragilità di certe operazioni.

Oggi il nodo principale sembra essere la sostenibilità…

Sì, soprattutto alla luce del cambiamento climatico: la neve è sempre più rara, ciò che renderà problematico l’uso di molti impianti a bassa quota. Non è un caso che negli ultimi anni sia cresciuto un movimento di pensiero internazionale che mette in discussione l’opportunità di investire enormi risorse pubbliche in eventi effimeri, invece di destinarle a interventi più utili nel lungo periodo.

Questa critica riguarda solo l’ambiente?

No, riguarda anche il modello economico e sociale che sta dietro a questi eventi. Le grandi organizzazioni sportive internazionali – penso al Comitato Olimpico, ma soprattutto alla Fifa – hanno imposto un modello sempre più costoso e spettacolarizzato. I biglietti hanno prezzi proibitivi, lo sport diventa un’esperienza riservata a pochi. È stato calcolato che uno spettatore inglese, seguendo la propria Nazionale ai Mondiali negli Stati Uniti, potrebbe arrivare a spendere decine di migliaia di dollari solo per i biglietti.

Un modello che richiama molto quello americano…

Negli Stati Uniti lo sport è da tempo un grande spettacolo mediatico. Gli stadi sono pensati come set televisivi: grandi schermi, musica, luci, coreografie, spettacoli prima, durante e dopo la partita. In alcuni casi sono completamente chiusi e climatizzati, anche per sport che tradizionalmente si svolgevano all’aperto. Il Super Bowl è emblematico: negli ultimi anni il biglietto più economico ha superato gli 8’000 dollari.

Che effetti ha avuto tutto questo sull’architettura sportiva?

Ha trasformato profondamente gli impianti. Da un lato c’è una crescente integrazione con i media – schermi, luci, dispositivi tecnologici – dall’altro l’architettura stessa diventa spettacolo. Pensiamo ad alcuni trampolini da sci progettati da Zaha Hadid: forme iconiche, fortemente riconoscibili, che sono già di per sé attrazioni. È una logica opposta rispetto a quella degli impianti del dopoguerra, spesso prefabbricati, sobri, pensati per contenere i costi e garantire l’accessibilità.

Prefabbricazione e standardizzazione, dunque…

Sì, architetti e ingegneri come Nervi o Riccardo Morandi erano grandi innovatori anche dal punto di vista industriale. Brevettavano sistemi costruttivi che permettevano di realizzare impianti efficienti, replicabili e relativamente economici. Oggi, invece, gli impianti sono sempre più pezzi unici, con costi enormi, anche se poi finiscono per assomigliarsi.

Nel caso delle Olimpiadi invernali però il problema non sono solo gli impianti…

Gli impianti in sé sono solo una parte del problema. Molto più invasiva è l’infrastruttura di servizio: strade, alloggi per gli atleti, reti idriche e fognarie, illuminazione, reti elettriche e digitali. Tutto questo ha un impatto enorme sul territorio, spesso a carico dell’ente pubblico. E modificano in modo permanente il paesaggio.

È possibile conciliare tutto questo con la sostenibilità?

Dipende. Non bisogna idealizzare la montagna come un territorio vergine: le Alpi sono da secoli un paesaggio costruito. I masi, le architetture tradizionali, le coltivazioni sono tutte forme di artificializzazione. La differenza fondamentale è chi costruisce e per chi. Gli interventi hanno senso se rispondono ai bisogni di chi abita quei luoghi, non solo a logiche esterne o temporanee.

In questo senso il coinvolgimento degli abitanti diventa centrale…

Certo. Il modello svizzero, con il ricorso ai referendum, è interessante per questo. Chi vive quei territori dovrebbe poter valutare la bontà degli interventi proposti. Inoltre, oggi esiste un’alternativa credibile alla costruzione di nuove opere: il riuso e il miglioramento di quelle esistenti, una strategia molto più sostenibile e razionale.

Eppure sembra che le grandi infrastrutture esercitino ancora un forte fascino…

Le infrastrutture fanno impazzire le società un po’ ovunque. Rem Koolhaas lo scriveva già vent’anni fa: nelle metropoli tutto viene costruito contemporaneamente, senza una vera gerarchia. È anche un modo per non scegliere. C’è l’idea, di matrice keynesiana, che i lavori pubblici siano sempre un volano per l’economia. In Italia lo si è visto anche con il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr): molti progetti sono stati tirati fuori dai cassetti semplicemente perché improvvisamente sono stati trovati i fondi.

Questo discorso vale anche per le Olimpiadi Milano-Cortina?

Milano è una città fortemente legata ai grandi eventi. L’Expo 2015 ha inaugurato un ciclo edilizio che oggi sta probabilmente arrivando a maturazione. Le Olimpiadi rappresentano, in un certo senso, l’omega di questa parabola. Ma qui entra in gioco anche Cortina e l’ambiente alpino, che è tutt’altra cosa rispetto a una metropoli. E non dimentichiamo che Milano e Cortina sono separate da cinque ore di automobile: non è esattamente un sistema urbano integrato.

Esistono esempi virtuosi anche in ambito montano?

Alcuni. Le Olimpiadi di Cortina del 1956 ad esempio furono importanti perché contribuirono a definire uno ‘stile alpino’ dell’architettura e a creare nuove economie, dal turismo all’abbigliamento sportivo. Ma era un’altra fase storica, quella del boom economico. Oggi è più difficile replicare quegli effetti positivi.

E se non si replicano?

Il rischio è di costruire cattedrali nel deserto, strutture dimensionate per i picchi stagionali ma che restano poi vuote per gran parte dell’anno. È un problema simile a quello delle località balneari fuori stagione. Per questo i grandi eventi funzionano meglio in contesti metropolitani, dove la domanda è continua e il fabbisogno sportivo è crescente.

Ci sono modelli alternativi interessanti?

Le candidature multiple tra più Paesi o regioni, che riducono l’impatto e distribuiscono gli investimenti. Oppure scelte radicali come quelle di Zermatt, dove l’accesso è limitato e la mobilità è quasi esclusivamente ferroviaria ed elettrica. È un turismo elitario, certo, ma dimostra che pianificazione, sostenibilità e sviluppo non sono incompatibili.

In conclusione, le grandi manifestazioni hanno ancora un ruolo nel ridisegnare lo spazio?

Possono averlo, soprattutto in ambito urbano. Ma in montagna la questione è molto più delicata. Senza una visione di lungo periodo e senza il consenso delle comunità locali, il rischio è che il lato oscuro di questi eventi superi di gran lunga i benefici.

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