L'editoriale
28.03.2018 - 11:390

Un tabù sociale tornato a galla dopo decenni grazie alla forza delle vittime

Bambini strappati ai genitori e piazzati in istituti, storie di maltrattamenti e abusi. I silenzi imbarazzanti di Stato e Chiesa

Bambini strappati ai genitori e piazzati in istituti, in riformatori dove molti sono stati maltrattati e abusati. La loro unica colpa era essere ‘illegittimi’, orfani, figli di donne sole, povere o di etnia nomade. Madri obbligate ad abortire o sterilizzate. Ben 15mila persone (secondo il Consiglio federale) hanno subito queste terribili ingiustizie fino al 1981 in Svizzera (Ticino compreso), ma di tutto ciò non c’è traccia nei libri di storia. Un volto di mamma Elvezia poco conosciuto che ieri è stato riportato alla luce nella sala del Gran Consiglio di Bellinzona, dove i bimbi di ieri, oggi pensionati, hanno ricevuto le scuse ufficiali del presidente del governo Manuele Bertoli. Una consolazione che non curerà le loro ferite, ma ha ridato dignità a tanti ‘figli di nessuno’. Il riconoscimento di quanto è accaduto è un primo passo per la loro riabilitazione. Un percorso non facile. Chi ha subito, per andare avanti, ha dovuto chiudere tutto a chiave in un cassetto e non pensarci più. Macigni sopportati per decenni senza mai parlarne, nemmeno in famiglia. Spesso accompagnati da uno strisciante senso di colpa e tanta vergogna. Un bambino che non sa perché lo tolgono dalla famiglia, spesso crede che sia colpa sua. È quello che dicono le vittime – finora 160 – che si sono fatte avanti nell’ultimo anno in Ticino, raccontandosi al Delegato per l’aiuto alle vittime (e ai suoi collaboratori): storie simili di chi si è sentito dimenticato da quello Stato che prima li ha sradicati dalla famiglia, poi li ha abbandonati in istituti spesso violenti. Allora, la vigilanza dello Stato sugli istituti era nulla o quasi. Sembra impossibile dimenticare tutto ciò, eppure per molti decenni la società ha rimosso e negato questo capitolo oscuro della nostra storia. Tanti sapevano quanto è accaduto all’epoca dietro le mura di vari istituti: abusi sessuali, botte, indottrinamento religioso, duro lavoro minorile. Eppure gli impulsi per chiarire lo scandalo degli internamenti forzati non sono venuti né dallo Stato, né dalla Chiesa. Sono state soprattutto le vittime – una volta in pensione – a farsi avanti con coraggio. Quegli ex bambini confinati in istituti, quelle piccole vittime di angherie amministrative, di adozioni forzate, di abusi sessuali, di sterilizzazioni ed esperimenti medico-farmaceutici. Purtroppo, succedeva anche questo! Si sono dati forza l’uno con l’altro, scoprendo che non erano gli unici ad aver subito: la forza del gruppo è stata il motore per scardinare uno scomodo tabù, che è tornato ieri di prepotenza a galla: osservarlo e metabolizzarlo, aiuta a ridare dignità alle vittime, anche a chi non c’è più. Lo ha ricordato ieri Sergio Devecchi, figlio illegittimo nato a Lugano e internato in vari istituti religiosi, dove ha subito abusi e umiliazioni. L’uomo, ancora oggi, non sa perché il parroco e le autorità di Lugano l’abbiano strappato a sua madre: lui che una madre l’aveva. Oppure Elisabetta, 72 anni, che ha ricordato su laRegione quando, da adolescente, è stata sterilizzata, a sua insaputa, nell’istituto a Bombinasco, dove trascorreva l’estate con un centinaio di altri nomadi. A questa donna, lo Stato ha tolto il diritto alla maternità, perché era jenisch: la sua unica ‘colpa’ era avere un padre nomade della Valle Onsernone. Storie che raccontiamo alle pagine 2 e 3 augurandoci che questo scomodo capitolo finisca nei libri di storia. Tanti bambini sono stati privati della loro libertà e dei loro diritti. Un tema più che mai di attualità in un Cantone dove non mancano rimpatri forzati che spaccano varie famiglie.

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