(Keystone)
L'analisi
14.05.2018 - 06:000

L'incendiario e l'Europa

Il presidente americano affonda l’accordo nucleare con l’Iran. Aiuterà l'Europa ad essere più unita?

Il conto alla rovescia per la catastrofe annunciata è iniziato, aveva scritto in marzo l’editorialista di ‘Le Monde’ Sylvie Kauffmann. Previsioni azzeccate. Eccoci ora sull’orlo del baratro: il ruolino di marcia è stato rispettato, con tanto di show mediatico – una sorta di revival del fake che preannunciò la guerra del Golfo del 2003 – infarcito di una plateale drammaturgia orchestrata dal premier israeliano Benjamin Netanyahu nel denunciare le presunte bugie dell’Iran.

Il presidente americano affonda dunque il Jcpoa, così è noto l’accordo nucleare con l’Iran, proprio alla vigilia del 70esimo anniversario dello Stato di Israele, del controverso trasloco dell’ambasciata americana a Gerusalemme ma pure dell’inizio del Ramadan. A nulla sono serviti gli appelli del ministro degli esteri britannico Boris Johnson, le messe in guardia di Russia, Cina, o le compiacenti pacche sulle spalle da parte del presidente Macron. L’America di Trump ha smesso gli abiti da arbitro per indossare quelli da tifoso.

L’asse strategico Washington-Tel Aviv- Riyad è totalmente paradossale: l’Arabia Saudita, con alcune monarchie del Golfo, è servita per decenni da base finanziaria e ideologica al terrorismo che ha devastato il Medio Oriente e insanguinato l’Occidente, dall’11 settembre 2001 negli Usa al Bataclan di Parigi, l’America è vista dai fanatici di Dio wahabiti come il regno del male, dei kafir (miscredenti), e Israele naturalmente l’incarnazione del diavolo. Ma a mettere d’accordo tutti vi è l’Iran sciita con cui oggi una guerra, da anni auspicata dai falchi israeliani e americani, non appare per nulla remota. Le prove generali si sono svolte in questi ultimi giorni nel martoriato teatro bellico siriano a suon di missili.

L’affossamento dell’accordo nucleare ha valenza globale: gli Stati Uniti esigono ora che tutti applichino le sanzioni contro Teheran. «Washington si erge a poliziotto del pianeta», secondo la formula del ministro francese dell’economia Bruno Le Maire. I gruppi francesi Psa, Total, Renault, Airbus, così come altre aziende europee, svizzere comprese, dovranno rinunciare a business miliardari, pena l’esclusione dal mercato Usa.

L’Europa crede nell’accordo, afferma che Teheran rispetta i patti pur valutando modifiche all’intesa, pensa a contromisure, ma le chances di successo sono minime. «Dobbiamo rafforzare la nostra politica estera», ha spiegato con toni di inedita durezza la cancelliera Merkel, «perché la guerra è alle nostre porte e gli americani non ci proteggeranno. Dobbiamo prendere il nostro destino nelle nostre mani». Altrettanto perentorio Emmanuel Macron, per il quale mentre l’Europa ha optato per la pace in Medio Oriente, l’America ha deciso di non mantenere la propria parola.

L’immaginario trumpiano è quello dell’ ‘Homo Homini Lupus’: un mondo dove regnano solo conflitti e vige la regola del più forte, secondo lo scenario teorizzato dal filosofo Thomas Hobbes nel XVII secolo e ripreso dal mentore di Trump, Steve Bannon. In un vertiginoso crescendo attrezza il patibolo del multilateralismo, sconfinando anche nel grottesco, come quando vuole imporre standard ecologici più severi… alle auto importate.

Forse, come afferma uno studioso dell’European Council for Foreign Relations, Trump involontariamente sta aiutando l’Europa ad essere più unita. C’è in effetti da sperare che di fronte ai suoi sbarellamenti mentali e politici nasca, come auspicano le dichiarazioni franco-tedesche, la consapevolezza che il vecchio continente potrà contare unicamente sulla propria forza e la propria unità.

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