Keystone
L'analisi
11.05.2018 - 07:210

Iran, la nuova miccia accesa da Trump

La decisione degli Stati Uniti di uscire dall'accordo sul nucleare iraniano apre scenari inquietanti per tutto il Medio Oriente

Quella che Gerusalemme ha definito “la maggiore operazione aerea degli ultimi anni” (decine di obiettivi iraniani colpiti in Siria come rappresaglia al lancio di 20 razzi, tutti neutralizzati in volo, verso le alture del Golan occupato) segnala come sia facile accendere un’altra miccia in quella tormentata parte del mondo. E conferma come la decisione di Donald Trump di stracciare l’accordo sul nucleare con Teheran possa essere considerata la peggiore e più rischiosa delle cattive decisioni unilaterali prese da questa Casa Bianca sulla scena internazionale.


Naturalmente, si dirà che la “lezione nord-coreana” sta dimostrando il contrario, e cioè che un minaccioso randello sia il metodo più efficace per far valere le proprie ragioni. Ma è un ragionamento che non sta in piedi. L’Iran (con alle spalle l’orgoglio di una storia imperiale) non è la Corea del giovanotto Kim (lembo di una penisola con una storia anonima); Teheran è anche la capitale ispiratrice del mondo musulmano sciita ormai in aperto confronto con la maggioranza sunnita, mentre le mosse di Pyongyang hanno nella Cina un obbligato, potente e abilissimo regista; infine, tutti gli specialisti dell’area asiatica hanno sempre sostenuto che uno scontro militare fra i protetti di Pechino e gli Stati Uniti era altamente improbabile, mentre gli analisti del Medio Oriente si guarderebbero bene dall’escludere oggi che un’escalation possa portare a una generale deflagrazione.


Non c’è una prova, una sola, che dimostri, come invece pretende Trump, che Teheran abbia violato l’intesa faticosamente raggiunta nel luglio 2015 per interrompere il programma atomico degli ayatollah. Certo, compromesso con due punti deboli: la corta durata e l’esclusione dei missili balistici. Ma tutti gli altri co-firmatari dell’accordo (Russia ed europei), e l’Agenzia internazionale dell’energia atomica incaricata di controllarne l’attuazione, riconoscono all’Iran di essere stata ai patti. Del resto, è risultata mera provocazione la conferenza con cui il premier israeliano Netanyahu (che le armi atomiche le ha, eccome) avrebbe dovuto esibire nuove prove sulla minaccia nucleare di Teheran: invece niente, un ‘dog and pony show’, uno show da circo, l’ha definito il 'New York Times'.


Non solo lo strappo di Trump alimenta pericolosamente la tensione armata, incoraggia lo scontro sunnita-sciita, rafforza la convinzione israeliana (e del suo obiettivo alleato Arabia Saudita) della necessità e opportunità di un attacco preventivo contro l’Iran che avrebbe conseguenze disastrose, e indebolisce il pragmatico presidente iraniano Rohani nei confronti dei falchi e della guida spirituale Khamenei, mai del tutto convinto dell’accordo con gli Stati Uniti. C’è di più. Lo strappo americano mette consapevolmente e volutamente nei guai anche gli europei, che secondo il ‘diktat’ dell’alleato americano violerebbero le sanzioni riattivate da Washington se dovessero investire in Iran (finora, poca roba). Quindi, un sonoro schiaffo all’Europa, già minacciata dai dazi ‘trumpiani’, e ora confrontata a un ulteriore dilemma.


Europa che ancora una volta paga la sua irrilevanza politico-strategica, e che rischia sul fronte iraniano, insieme agli Stati Uniti, di dover lasciar campo soprattutto alla Cina, che è già il principale importatore di petrolio iraniano insieme all’India. Ma che importa a ‘Mr President’? Lui si beerà tra pochi giorni del trionfale vertice con Kim Jong-un. Servitogli proprio dagli astuti ‘mandarini rossi’ di Pechino.

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