L'analisi
28.04.2018 - 06:000

La ‘pace’ di un giorno

Il prossimo passo sarà decifrare l’ottimismo e la buona volontà contenuti nelle dichiarazioni rilasciate al termine dell’incontro di ieri tra Kim Jong-un e Moon Jae-in

Il prossimo passo sarà decifrare l’ottimismo e la buona volontà contenuti nelle dichiarazioni rilasciate al termine dell’incontro di ieri tra Kim Jong-un e Moon Jae-in – incontro storico, se non altro per la simbologia che lo ha incorniciato. L’impegno assunto a trasporre in trattato di pace l’armistizio vigente tra le due Coree è probabilmente il meno gravoso. Che cosa invece intendano i due capi di stato (meglio: che cosa intenda l’uno e che cosa l’altro) per “denuclearizzazione” della penisola è invece tutto da chiarire.

Pensare cioè che una giornata di “relazioni fraterne” sia sufficiente a indurre Pyongyang a smantellare il proprio arsenale nucleare (per non dire del proprio sistema spietatamente autoritario) è quantomeno affrettato; tanto quanto lo sarebbe immaginare un Pentagono disposto a lasciare, in cambio, un avamposto strategico a un passo dalla Cina com’è la Corea del Sud.

Ma intanto un primo passo è stato fatto. E il merito va anzitutto riconosciuto ai due coreani. Principalmente a Moon Jae-in, succeduto, va ricordato, a una presidente che del confronto “duro” con il Nord aveva fatto l’asse portante della propria politica. Il capo di stato sudcoreano si è assunto il rischio di credere alla parola dell’omologo di Pyongyang, sin dall’ambigua offerta di distensione avanzata da Kim nel discorso per l’anno nuovo (e confermata dalla partecipazione comune alle Olimpiadi invernali). Quando, va ricordato anche questo, la sua apertura di credito era stata irrisa come una pericolosa ingenuità a Washington.

L’altra parte di merito, maggiore per la sorpresa che ha destato, va a Kim Jong-un. La sua mossa è stata per molti versi spettacolare, ma certamente più interessata, calcolata. La mano tesa ai “fratelli separati” del Sud ha preceduto la dichiarazione di “disponibilità” a incontrare Donald Trump, rendendo in un certo senso difficile per quest’ultimo rifiutarla (tanto più nel momento in cui gli serve un “successo” internazionale con cui mettere a tacere gli scandali interni). In questo modo, Kim ha ottenuto di essere elevato al rango di interlocutore degli Stati Uniti senza dover presentare credenziali o sottostare a precondizioni di sorta. A dimostrazione che Rocket Man o Bamboccio o in quale altro modo lo si voglia sbeffeggiare ha cervello, o ha stretti consiglieri che provvedono con sagacia a colmare le sue lacune. Dei due, infatti, chi rischia un possibile fallimento storico (diplomatico e d’immagine) sarebbe infatti Trump. Il che non significherebbe per forza una buona notizia per Kim, immaginando il modo con cui il presidente Usa vorràrimediarvi…

Poi è vero che incontri “storici” come quello di ieri non avvengono soltanto grazie alla buona volontà dei due uomini che si stringono la mano. Il lavorìo diplomatico che lo ha preceduto e favorito verrà conosciuto solo a distanza di tempo, ma già ora si può ritenere che una parte importante, decisiva, l’abbia avuta la Cina, se non altro in veste di garante per Pyongyang. E non è detto che Giappone e Russia ne siano stati meri spettatori, né che sia una coincidenza la diffusione, ieri, della foto ufficiale dell’incontro di Pasqua tra Kim e l’allora segretario di Stato in pectore Mike Pompeo. Come dire che oltre ai costumi e alle musiche tradizionali c’è stata anche sostanza. Quella a cui è necessario votarsi per non arrendersi a un riflesso condizionato che condanna già gli impegni di ieri alla fine subita da quelli assunti nei pochissimi incontri tra i capi di stato di Nord e Sud (altrettanto “storici”) nei decenni seguiti alla fine della guerra.

Una sostanza fatta di politica, di calcolo, certo, ma anche d’altro, se solo si prova ad immedesimarsi negli abitanti dell’intera Corea. “Altro” che può rivelarsi anche nella parole di Haeryun Kang, giornalista del sudcoreano ‘Korea Exposé’ (e riportate su ‘Internazionale’) riferite all’incontro di ieri: “Ho pensato a chi sono loro, da dove vengono: la famiglia di Kim è originaria della Corea del Sud; i genitori di Moon Jae-in vengono dalla Corea del Nord. Ho pensato a mio nonno, che ricorda ancora una Corea prima della divisione, e al marito di mia zia, la cui famiglia viene dal Nord. Ho pensato alla canzone di unificazione che dovevo imparare a memoria alle elementari.” Nelle vene della Storia scorre la memoria.

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