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laR
 
17.08.2022 - 08:00
Aggiornamento: 09:11

Nella padella del ‘woke’

L’interruzione di un piccolo concerto per ‘appropriazione culturale’ offre l’ennesimo pretesto per sparare sul multiculturalismo

nella-padella-del-woke
Adesso rasta! (Keystone)

"Ma non era una padella cinese, il wok?". "Non wok, woke, con la ‘e’ alla fine. Quel termine che usano gli americani per prendere in giro chi punta il ditino contro razzismi inesistenti, tipo che se fai il reggae con le treccine ma sei bernese ti fanno smettere di suonare". "Ah. Problemi grassi, vedo". Basterebbe questa perplessa conversazione tra amici per intuire quanto sia pretestuosa l’ultima polemica dell’Udc, ennesimo capitolo della saga che potremmo intitolare ‘Non si può più dire niente: perché ci sentiamo censurati da un paio di sciroccati dell’ultrasinistra’. Eppure tali gazzarre rivelano bene il cinico vittimismo d’una certa politica, sicché forse è meglio parlarne: lo facciamo a pagina 4 con il sociologo Sandro Cattacin.

Riassumo gli eventi, per chi avesse avuto di meglio da fare (e dagli torto): un gruppo reggae svizzero-tedesco ha dovuto interrompere la sua esibizione in un locale della scena underground bernese, solo perché un manipolo di spettatori riteneva che quei biondi elvetici coi dreadlock – le ‘treccine rasta’ – costituissero un offensivo caso di "appropriazione culturale", qualcosa di razzista insomma. Una sciocchezza, ovviamente, che se non fosse circolata sui social sarebbe stata liquidata per quel che è: un minuscolo episodio di cretinismo confinato ad ambienti iperalternativi.

Invece l’Udc ci è saltata sopra con una gran foga, i suoi giovani hanno denunciato chi ha fermato la musica per razzismo al contrario e la questione woke è stata ingigantita perfino nei discorsi del Primo d’agosto ad uso YouTube.

Il trucco è lo stesso che si è visto per la "cancel culture", per il "gender", per il politicamente corretto, per l’artefatta contrapposizione tra fighetti di città e rudi patrioti di campagna (cavalcata ultimamente anche dal consigliere nazionale Fabio Regazzi, di quell’ala del Ppd che rischia di rendere il partito indistinguibile dall’Udc, altro che ‘Centro’). Scopo del gioco di prestigio: tirar fuori dal cilindro una minaccia irreale per titillare il ‘metus hostilis’, la paura dei barbari alle porte.

Naturalmente non saranno quattro fissati con l’appropriazione culturale a dettare le regole in Svizzera, questo lo sanno tutti. Anche chi gonfia un episodio ridicolo e ne fa l’emblema di "una nuova e inedita forma di tirannia" (sic), da identificarsi naturalmente col progressismo tout court. D’altronde è perfettamente normale, in qualsiasi epoca e a costo di inciampare in qualche eccesso, interrogarsi su nuove forme di rispetto nei confronti del prossimo. Specie quando quel prossimo appartiene a minoranze che altrimenti si troverebbero rappresentate in guisa di criminali, topi o vermi: è già successo.

Potrebbe apparire malinconicamente donchisciottesca, questa politica che romanzando la realtà induce a scambiare pecore per mori. Però rischia di fomentare un odio guercio e feroce, lo stesso con cui giocherellano gli Orbán e le Le Pen, i Trump e i Bolsonaro, le Meloni e i Salvini, per tacer di Putin. Tutti uniti nel denunciare il complotto di chi svenderebbe il "popolo" e le sue tradizioni a chissà quale camarilla di fanatici censori. Nemici immaginari, con o senza treccine.

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