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26.05.2021 - 05:300
Aggiornamento : 19:43

Iniziative sui pesticidi, la scossa è meglio del cerotto

Spetta alla politica, non ai contadini, creare le condizioni quadro per una produzione agricola sostenibile. Un compito che sin qui non ha assolto

Tra gli agricoltori i nervi sono a fior di pelle. Le due iniziative sui pesticidi li chiamano in causa. Lo fanno a ragion veduta: l’85-90% dei prodotti fitosanitari venduti in Svizzera sono impiegati nel settore primario. Il 13 giugno in gioco c’è “la reputazione della Svizzera agricola, forse addirittura il suo mito”, ha scritto la ‘Nzz’: “Il contadino, dai tempi della Difesa spirituale, viene considerato come il perfetto svizzero. Come può allo stesso tempo essere peccatore?”.

Già. L’Unione svizzera dei contadini, col ministro dell’agricoltura-ex viticoltore Guy Parmelin (19 anni nel Cda del gigante dell’agro-business Fenaco), suona l’allarme. Facendo di tutta l’erba un fascio, esorta a votare ‘2xNO’ alle “iniziative agricole estreme”.

Parliamo di agricoltura, d’accordo. Ma teniamo presente una cosa: quella dei pesticidi è anzitutto una questione di salute pubblica e ambientale, non agricola. E come tale va trattata. Facendo anche i dovuti distinguo.

Si prenda l’iniziativa per l’acqua potabile. L’obiettivo non fa una grinza: evitare che i soldi dei contribuenti vadano a finanziare una produzione che nuoce al suolo, alle acque e (potenzialmente) alle persone. L’iniziativa lascia però troppi fianchi scoperti. Ad esempio: tace sugli alimenti importati, spalancando la porta a prodotti esteri a basso prezzo, non in linea con gli standard che gli agricoltori svizzeri dovrebbero rispettare. E ancora: prende di mira l’agricoltura intensiva, quando sarebbero proprio le grandi aziende convenzionali a poter rinunciare più facilmente ai pagamenti diretti, svincolandosi dalle esigenze ecologiche che questi pongono quale contropartita e ‘guadagnandosi’ il diritto di spruzzare pesticidi sintetici come o più di prima.

L’iniziativa che li vuole proibire invece non lascia scappatoie. Il divieto vale per tutti i contadini, ma non solo per loro; e si applica anche ai prodotti importati. Vengono concessi dieci anni per adeguarsi. Un lasso di tempo ragionevole, durante il quale potranno essere definite le dovute eccezioni (casi di rigore) e predisposte adeguate misure accompagnatorie (aiuti diretti più cospicui, investimenti pubblici, riorientamento di ricerca e formazione). Politicamente non sarebbe un problema: la potente lobby agricola tornerebbe a far sentire la sua voce; e non c’è motivo di dubitare che la maggioranza del Parlamento, un’altra volta, la assecondi.

Negli ultimi 20 anni molto è cambiato – in meglio – nel settore primario. I contadini in genere compiono sforzi enormi per produrre in maniera più sostenibile. Che lo si riconosca o no, la realtà però è questa: “L’impiego attuale di pesticidi causa un pregiudizio considerevole all’ambiente, in particolare alla biodiversità” (Accademia svizzera delle scienze naturali). E “andare avanti così non è un’opzione” (Lucius Tamm, istituto di ricerca Fibl).

Spetta alla politica, non ai contadini, trovare il giusto equilibrio tra produzione e salvaguardia dell’ambiente e della salute. Ma le misure che il Parlamento ha approvato in extremis questa primavera – dopo aver respinto l’idea di un controprogetto alle iniziative e aver ‘congelato’ la Politica agricola 2022+, che rafforzava l’indirizzo ‘verde’ del settore – sono poco più di un cerotto. Ben vengano quindi due iniziative (ne basterebbe una, quella sui pesticidi) che danno la scossa. Poi anche i consumatori e la grande distribuzione dovranno fare la loro parte, in un mercato dove i lauti margini di guadagno di quest’ultima incidono sul divario di prezzo tra prodotti bio e convenzionali. Ma questa è – fino a un certo punto – un’altra storia.

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