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(Keystone)
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02.03.2021 - 18:500

La selva oscura dei sottosegretari

In Italia abbondano: quello all'Istruzione ha citato Topolino pensando fosse Dante, quella alla Cultura dice di non aver mai letto un libro in tre anni

Che dire del sottosegretario italiano all’Istruzione Rossano Sasso – fresco di nomina – che scrive su Twitter “chi si ferma è perduto, mille anni ogni minuto” pensando di citare Dante e invece cita Topolino? Che almeno legge Topolino. Il nuovo sottosegretario alla Cultura, nemmeno quello. Per sua stessa ammissione, Lucia Borgonzoni – ex candidata alla presidenza dell’Emilia-Romagna per la Lega – non apre un libro da almeno tre anni.

La figura del sottosegretario ha un che di mistico, una carica nata durante il Regno d’Italia che non è nemmeno prevista nella Costituzione repubblicana. Non dovrebbero esistere, eppure proliferano. Creature mitologiche, per metà umani e per metà risarcimenti: ufficialmente affiancano e aiutano il ministro designato, in realtà sono dei puntelli per mantenere in piedi equilibri più o meno precari. E spesso nascosti. Servono ad accontentare il partito che non ha avuto abbastanza ministri o quello che voleva proprio quel ministero lì, non quell’altro. E per recuperare raccomandati, silurati e poco lesti al gioco della poltrona, variante ad alta remunerazione di quello della sedia che tutti abbiamo fatto da bambini. Il tutto in attesa del sottosegretario definitivo: un petroliere all’Ambiente, il Mostro di Firenze alle Pari opportunità, il campione di Monopoly all’Economia, un parcheggiatore abusivo ai Trasporti, un no-vax alla Sanità, Paolo Maldini alla Difesa. 

Le vere competenze non contano per i ministri, figuriamoci per i sottosegretari. Uno si aspetterebbe una preparazione specifica e invece: Andrea Orlando (Pd) è stato ministro della Giustizia con Renzi, ministro dell’Ambiente con Letta e ora ministro del Lavoro con Draghi. O è un genio o c’è qualcosa che non quadra. Il ministro uscente dello Sport Vincenzo Spadafora (M5S) ha ammesso appena insediato di “non conoscere lo sport”. Per coerenza ha firmato una riforma del Comitato olimpico nazionale talmente malfatta che l’Italia rischia l'esclusione dalle Olimpiadi. Ecco, se questi sono i titolari, figuriamoci le riserve.

Quando escono le nomine dei ministri e poi dei sottosegretari si tira fuori il “Manuale Cencelli”, un prontuario di spartizione del potere creato negli anni ’60 da un funzionario della Democrazia Cristiana. Il manuale è una specie di bilancia che pesa l’importanza dei partiti e sputa fuori numeri e cariche. Funziona benissimo, a dispetto degli anni che passano, per ogni nomina pubblica, Rai compresa. Dice, ad esempio, quanti sottosegretari debba avere oggi la Lega: purtroppo non quanti libri dovrebbero avere letto. È così che chi legge Topolino arriva all’Istruzione e chi non legge proprio alla Cultura, nel silenzio più o meno generale. Anche perché alcuni quando parlano fanno ancor più danni. Come il segretario del Pd Nicola Zingaretti, ex Pci, che – mercoledì – davanti alla chiusura di uno dei programmi più trash della tv, “Non è la D’Urso”, twitta un messaggio solidale alla conduttrice (subito ribattezzata Barbara D’Urss) dicendole che lei sì “avvicinava la gente alla politica”. Un salotto ultrakitsch in cui chi era a caccia di consensi si faceva fare domande sparate a salve tra un morto di fama del Grande Fratello e un servizio sull’amante in fuga dal balcone (è successo davvero). Roba da rimpiangere le vecchie, noiosissime tribune politiche capaci di stenderti all’istante come solo il Lexotan e certi Gran Premi di Formula 1.

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