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IL DIBATTITO
12.03.2019 - 06:000

Di erba e divieti

La marijuana fa male. Ma non è un buon motivo per proibirla

Giorgio Noseda definisce “allarmante” l’ipotesi di legalizzare la cannabis per uso ricreativo (‘No alla canapa’, laRegione dell’8 marzo). A sostegno della sua tesi il medico passa in rassegna un ampio rapporto dell’Accademia nazionale di medicina Usa, basato su oltre 10mila pubblicazioni. Vi si conferma il nesso fra l’uso di cannabis e lo sviluppo di schizofrenia e altri disturbi psichiatrici; si parla inoltre della probabilità che consumare marijuana spinga ad abusare di alcol e altre droghe (probabilità a dir vero “moderata”: ne esistono cioè “alcune prove”, ma sui rilevamenti gravano “limitazioni quali il caso, le distorsioni” e altri “fattori di confusione”). “Considerevoli”, seppur non “definitive” sono poi le prove del nesso fra canapa e incidenti stradali. “Considerevole” anche il rischio di partorire neonati sottopeso se si fa uso di cannabis durante una gravidanza. Quanto agli effetti sull’apprendimento, l’attenzione e la memoria, Noseda parla di una riduzione “provata”: più prudentemente, le conclusioni dello studio parlano di una correlazione statistica ancora una volta “moderata”. Al netto del tono apodittico di Noseda, comunque, rimane un dato indiscutibile: la marijuana fa male.

Non mi convince però la conclusione che Noseda ne trae: “La liberalizzazione del consumo di canapa va respinta”. Una conclusione che pare logica, ma solo se si danno per scontate due premesse: 1) che lo Stato abbia il diritto/dovere di vietare tutto ciò che fa male; e soprattutto 2) che tale proibizione ne scoraggi l’utilizzo in modo efficace.

Quanto al primo punto, si può facilmente obiettare che sostanze ben più nocive sono oggi assolutamente legali: il tabacco fa quasi 10mila morti all’anno nella sola Svizzera, mentre un dettagliato articolo di ‘Lancet’ indica nell’alcol il principale rischio per la salute fra i 15 e i 49 anni (sarebbe la causa del 3,8% delle morti fra le donne e del 12,2% fra gli uomini).

Ma la questione più importante è la seconda: siamo sicuri che proibire la marijuana ne circoscriva la diffusione? Guardando gli studi effettuati finora, tutto pare suggerire che non sia affatto così. L’Università del Kent ha appena pubblicato uno studio su 100mila adolescenti in 38 Paesi, e non ha trovato alcuna correlazione fra politiche più permissive quali la legalizzazione e l’aumento nell’uso di cannabis. In Portogallo, nonostante la decriminalizzazione, il tasso di consumatori resta più basso della media europea. In Colorado, dopo la legalizzazione del 2012, è addirittura diminuito. E mentre l’America di Obama aveva deciso di lasciar perdere la war on drugs di nixoniana memoria, la diffusione di canapa fra gli adolescenti è calata in tutto il Paese.

Poi occorre ricordare che l’esistenza di un fiorente mercato nero agevola gli affari delle mafie. In tale mercato spesso non si sa cosa si sta acquistando: il contenuto di thc e quindi i suoi effetti sono ampiamente variabili, e la stragrande maggioranza dell’erba – 9 campioni su 10, secondo uno studio dell’Università di Berna – contiene pesticidi, metalli pesanti, diluenti, sostanze da taglio, muffe, funghi e batteri. La legalizzazione permetterebbe di controllare la qualità e offrire la cannabis più adeguata alle ‘esigenze’ di ciascuno (così come si sceglie una birra invece di una grappa, o viceversa). Inoltre si potrebbe optare per metodi di consumo meno nocivi della classica sigaretta di tabacco e marijuana: i vaporizzatori e gli snack, ad esempio.

D’accordo, quindi: la marijuana fa male. Ma non è un buon motivo per proibirla.

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