Commento
16.03.2018 - 09:000

L'inflazione scomparsa

Nonostante anni di politica monetaria espansiva da parte delle principali banche centrali, la dinamica dei prezzi (e dei salari) rimane ferma al palo

Mentre la Federal Reserve ha già iniziato a normalizzare la propria politica monetaria già durante l’era di Janet Yellen, con aumenti graduali dei tassi d’interesse (ora tra l’1,25 e l’1,50) e con la prospettiva di altri quattro ritocchi al rialzo nel corso di quest’anno (il primo rialzo dell’era Jerome Powell potrebbe arrivare già la prossima settimana), da questa parte dell’Atlantico le banche centrali sono ancora alle prese con politiche monetarie espansive.

La Banca nazionale svizzera, per esempio, ha confermato i tassi di riferimento sul franco in territorio negativo (tra il -1,25% e il -0,25%) con l’obiettivo di stabilizzare l’evoluzione dei prezzi e sostenere l’attività economica. Apparentemente, quindi, questi due obiettivi non sono stati ancora raggiunti. Nonostante una crescita economica positiva e un livello di disoccupazione basso – secondo i dati della Seco, almeno –, la dinamica dei prezzi non è ripartita nemmeno in Svizzera, toccata meno delle altre economie dalla crisi internazionale. Poco male, si dirà. Un indice stabile dei prezzi, stando a una determinata visione economica, è il segnale di un’economia competitiva ed efficiente. Il costante avanzo commerciale che la Svizzera vanta nei confronti del resto del mondo sarebbe la conferma di una tale tesi. Si dimentica però di far notare che gran parte dell’export svizzero verso l’estero è composto da prodotti farmaceutici, ad alto valore aggiunto e tradizionalmente poco sensibili al prezzo. Insomma, la domanda di questi beni non dipende fondamentalmente né dal tasso di cambio, né dal loro costo. I bilanci della ‘big pharma’, per esempio, nell’ultimo decennio non hanno mai veramente sentito mordere la crisi.

Diverso è il discorso per gli altri settori economici votati all’export come l’industria Mem o quella turistica che negli anni scorsi hanno sofferto sia in termini di quote di mercato sia di riduzione dei margini di guadagno. Solo negli ultimi mesi, grazie a un franco leggermente più debole e a condizioni economiche meno degradate nei mercati di riferimento, questi settori hanno conosciuto una certa ripresa. Ma il processo di ‘efficientamento’ indotto da una valuta forte, se così lo si può definire, non è stato indolore. L’occupazione settoriale è diminuita, il numero di aziende è calato e sono aumentati i processi di delocalizzazione di tutta o di parte della produzione che prima dello shock valutario si realizzava nei confini svizzeri. Anche la dinamica salariale in questi comparti non ha certamente brillato.

Una leggera tendenza al rialzo dell’inflazione – non si parla di aumenti a doppia cifra, ovviamente – non è dunque una bestemmia, visto che è un obiettivo ricercato da ormai qualche anno da parte di tutte le principali banche centrali. Sarebbe il segnale che le politiche monetarie stanno funzionando e che oltre all’occupazione starebbero aumentando anche i salari fermi al palo da tempo.

Il ritorno a tassi d’interesse se non positivi almeno nulli è quindi spostato in avanti nel tempo e l’onere della prima mossa non è nelle mani della Banca nazionale svizzera. La Banca centrale europea è alle prese con problemi simili: il prodotto interno lordo ha ripreso a crescere ma i prezzi, all’interno dell’Eurozona, non si muovono nonostante l’immissione di liquidità, attraverso il Quantitative easing. Il presidente della Bce, Mario Draghi, artefice dell’allentamento quantitativo all’europea, si appresta a entrare nell’ultimo periodo del suo mandato. A novembre del prossimo anno, infatti, gli succederà probabilmente il tedesco Jens Weidmann molto meno incline a politiche accomodanti. Solo allora anche la Bns rivedrà la politica dei tassi d’interesse.

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