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05.07.2016 - 09:450
Aggiornamento : 15.12.2017 - 17:10

Il Terzo mondo è già qui

Dividere un figlio da un genitore sembra una cosa da Terzo mondo. Ma da noi succede regolarmente. Bambini ticinesi che non possono crescere con entrambi i genitori. A decidere è lo Stato, a fare la differenza sono i soldi: resta chi li ha; fa le valigie chi non li ha. Tanto per intenderci, se una madre con il permesso B non riesce a mantenersi e chiede aiuti sociali, dovrà andarsene, anche se marito e/o figlio sono cittadini elvetici. Di conseguenza, figli forzati a crescere senza un genitore o vedendolo via Skype la domenica pomeriggio! Così vuole la legge: gli stranieri che vogliono lavorare qui, devono mantenersi. Chi naufraga parte, anche se lascia indietro un pezzo di famiglia. Questo per evitare abusi e scongiurare che le finanze pubbliche vengano gravate in modo eccessivo. Da gennaio, ogni mese, sono saltati in media 8 permessi (tra B e C) in Ticino per rovesci economici. Mica poco! Ogni legge, seppur condivisibile nelle intenzioni, può produrre distorsioni, come questi rimpatri forzati che spaccano numerose famiglie. Facendosi scudo dietro a norme, le autorità stanno erigendo invalicabili muraglie di burocrazia tra genitori e figli, separandoli a forza. È giusto tutto ciò? La sofferenza inflitta ai bambini di oggi, la ritroveremo negli adulti di domani: che tipo di società vogliamo costruire? A noi, tutto ciò, sembra una aberrazione della legge. Chi è chiamato ad applicarla – in particolare pensiamo al governo ticinese che decide sui ricorsi – dovrebbe poter (o meglio voler!) correggere il tiro. Ma non sembra così, come denuncia il ministro Manuele Bertoli, che si batte perché in governo si inizi finalmente a dire no alla separazione dei genitori dai figli, almeno quando uno è elvetico. Il socialista è solo a difendere il ruolo di una famiglia unita, un tema caro, di regola, a chi è di area popolare democratica. Al riguardo il ministro Ppd Paolo Beltraminelli, presidente del governo, ha commentato (alle pagine 2 e 3): ‘Sono decisioni difficili e va applicata la legge’. Purtroppo, talvolta le leggi producono risultati miseri. E chi potrebbe fare la differenza non fa nulla. Anche non fare nulla è una scelta di campo! Lo mostra un capitolo di storia che il Ticino sta analizzando, scoprendo che fino agli anni 80 lo Stato separava genitori e figli con risultati aberranti. Centinaia di fanciulli (spesso appena nati) venivano tolti dalla culla materna, perché lo Stato (mamma Elvezia, ma anche un Cantone o un Comune), secondo la morale allora imperante, comunque fondata sul diritto, riteneva che quella donna (perché non sposata, troppo giovane o appartenente a una cultura diversa da quella dominante), ma anche quella famiglia, non fosse in grado di allevare convenevolmente i propri figli. Bimbi portati via ai genitori naturali e affidati a istituti (di regola religiosi) o ad altre famiglie, spesso contadine, quando non finivano in cliniche psichiatriche. Grazie alla ricostruzione di Pro Juventute (che si è scusata anni fa) sappiamo che tra il 1926 e il 1973, con l’aiuto delle autorità, la fondazione tolse ai loro genitori 600 bambini di famiglie nomadi (anche in Ticino). L’80% venne collocato in istituti e riformatori, pochi studiarono, perché erano considerati (a torto) portatori di tare genetiche. Per quanto successo, le autorità federali hanno chiesto ufficialmente ‘scusa per le sofferenze inflitte’ e si stanno decidendo i risarcimenti alle oltre 20mila vittime ancora viventi. Mentre studiamo questo oscuro capitolo della nostra storia, si continuano a frantumare famiglie. Oggi ad essere allontanati sono i genitori. Ma la storia non dovrebbe aiutarci a non rifare gli stessi errori?

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