Commento
10.11.2015 - 11:210

Fascioleghismo alla riscossa

“Fascioleghismo”, preciso l’aggiornamento suggerito da Gad Lerner del “Forzaleghismo” coniato a suo tempo da Edmondo Berselli. Il secondo definiva l’auge del tandem Berlusconi-Bossi, sdoppiato movimento nato al Nord (e poi dilagato) in rivalsa a tutto ciò che sapeva di Stato, soprattutto se “romano”. Il primo indica oggi la nuova forma assunta dalla rappresentanza politica della destra estrema che del duo B&B ha preso il posto. Lo si era capito fin dalla svolta “nazionale” impressa da Matteo Salvini al partito che fu di Bossi. Svolta riconoscibile nella sintonia delle sue posizioni con la destra fascista, nelle manifestazioni fianco a fianco delle sigle nere; e della quale si è avuta una conferma domenica, nell’affollata adunata di Bologna. La leadership di una destra che si fa sempre più estrema è definitivamente nelle mani di Salvini, e il suo indirizzo è via via più chiaro, quello di un radicalismo attecchino un po’ ovunque in Europa su un terreno reso fertile dalla sconsiderata ideologia tecnofinanziaria che ha preso casa a Bruxelles. Una pulsione anarcoautoritaria più affine a quella degli sguaiati movimenti radicali dell’Europa centrorientale, che alla postura di una Marine Le Pen impegnata semmai a darsi una mano di rispettabilità per tentare la via dell’Eliseo. Non deve perciò trarre in inganno il ritorno del Berlusconi comiziante. La sua performance da attore in disarmo – numeri scontati, cose da “Ginger e Fred”, se ricordate Fellini – non è valsa a recuperagli i consensi persi da tempo, né a convincere i “barbari” che gli preferiscono di gran lunga il Salvini delle ruspe. Il motivo è chiaro: l’impostazione antisistema data da quest’ultimo al discorso politico della “nuova” Lega (lui che non ha mai vissuto altro che di politica, ma sorvoliamo..) non può che avere in odio tutto quanto lo rappresenta. Questa Lega prospera perché è “contro”, ed è oggettivamente difficile per Berlusconi fingere di non essere stato il demiurgo di un “sistema” durato vent’anni. Se l’autoritarismo sorridente di Berlusconi si è giovato di una decennale rimbambente pedagogia televisiva, quello di Salvini cumula favori offrendo, come ha spiegato bene Piero Ignazi “tanto certezze semplici e spendibili, quanto capri espiatori su cui sfogare le ansie”. Tra i due (con la postfascista Giorgia Meloni a portare le borracce), un’unica possibile intesa è dunque di natura elettorale: soltanto trovando una accettabile forma di alleanza, quale che sia il nome che prenderà, potranno affrontare Renzi in una eventuale votazione a doppio turno, con una chance di batterlo. Poi ci si può interrogare sul perché la destra riprenda il registro più estremo, abbandonando la “moderazione” che pretendeva come distintivo. All’ingrosso potremmo distinguere tra una ragione essenzialmente ideologica; un preciso contesto internazionale di indebolimento delle leadership politiche a vantaggio di ristrette elite che non rispondono ad alcuna legittimazione; e a specificità del caso italiano. E cioè: con la deriva a destra sempre più marcata del partito di Renzi, alla destra non rimane che venire a patti (o entrare in affari, quando ci sono i Verdini di mezzo) accettando di esserne fagocitata, oppure rivendicare una porpria identità nello spazio che, da quella parte, le resta. Sempre più in là, sempre più all’estremo.

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