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(Keystone)
30.03.2021 - 05:30
Aggiornamento: 31.03.2021 - 11:48
di Paolo Bernasconi, avvocato

Le ingerenze cinesi colpiscono anche la Svizzera

La recente polemica tra l'ambasciatore di Pechino a Berna e il Consiglio federale è solo l'ultimo di una serie di incresciosi episodi

"ll Consiglio Federale è bugiardo e calunniatore". Così lunedì scorso l'Ambasciatore della Cina a Berna ha insultato il Consiglio Federale svizzero, reclamando per le timide critiche contenute nel documento intitolato "Strategia Cina 2021-2024" diffuso dal Governo svizzero venerdì scorso. L'Unione Europea, gli Stati Uniti, il Canada, l'Olanda e diverse commissioni delle Nazioni Unite accusano e sanzionano il Governo e determinati alti funzionari cinesi a causa del genocidio praticato da anni in danno di minoranze etniche e religiose in Cina. L'art. 264a del Codice Penale svizzero elenca una serie di dieci comportamenti che sono punibili come crimini contro l'Umanità, fra i quali i lavori forzati, le deportazioni, il sequestro di bambini, l'uso sistematico dello stupro e della sterilizzazione forzata e altre atrocità documentate da migliaia di testimonianze e dai reportage delle principali catene televisive mondiali. L'Ambasciatore cinese a Berna ha pubblicamente sbugiardato il Consiglio Federale negando l'esistenza del genocidio cinese. La negazione di un genocidio è punibile per discriminazione razziale secondo l'art. 261bis del Codice Penale. Ciò significa che l'Ambasciatore cinese in Svizzera ha sfruttato l'immunità diplomatica per insultare il Consiglio federale e per commettere il reato di negazionismo. Ora tocca al Consiglio Federale e semmai alle Camere federali reagire contro questa rinnovata ingerenza pubblica cinese negli affari interni svizzeri.

Ma questa è soltanto una delle numerose interferenze: il Consiglio Federale ha già protestato per azioni di spionaggio cinese in Svizzera. Ha permesso ai servizi segreti cinesi di indagare in territorio svizzero sulla presenza di profughi delle etnie perseguitate dal Partito Comunista cinese. Il 9 maggio scorso, dieci Comuni del Cantone di Vaud avevano deciso di esporre la bandiera del Tibet in memoria della rivolta tibetana contro l'occupazione cinese del 1959. L'Ambasciata cinese è intervenuta e il Governo vodese ha scritto ai dieci Comuni, convincendoli a rinunciare. Quando il Presidente Xi-Jinping venne in Svizzera nel gennaio 2017 per partecipare al Summit economico a Davos, su intervento cinese, la Polizia svizzera lungo la tratta dello spostamento del Presidente cinese rinchiuse per ore cittadini svizzeri di origine tibetana, in modo che non si vedessero le bandiere tibetane. Giovedì scorso una trasmissione del telegiornale svizzero in cui si intervistava un giornalista francese è stata interrotta da un segnale cinese che impedì la continuazione dell'intervista. Anche il prof. Urs Hafner dell'Università di Basilea ha riferito di una serie di altre interferenze in territorio svizzero da parte di un'organizzazione del Partito Comunista cinese denominata "United Front", che contatta i cinesi in Svizzera, chiedendo loro di cooperare e che contatta tibetani e uiguri in Svizzera, in modo intimidatorio, facendo loro presente il rischio che corrono le loro famiglie che abitano in Cina.

C'è di peggio: le infiltrazioni più gravi sono quelle per condizionare i vertici delle organizzazioni internazionali, in particolare delle Agenzie delle Nazioni Unite, facendo eleggere fra i dirigenti dei funzionari cinesi oppure delegati di quei fragili paesi sottosviluppati che vengono comperati grazie ai miliardi distribuiti attraverso il canale d'infiltrazione economica cinese, denominato "Via della seta". Tutto bene per l'Unione democratica di centro (Udc), per voce del suo consigliere nazionale Köppel e del suo megafono Weltwoche, in aiuto della Camera di commercio Svizzera-Cina.

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