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(Keystone)
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19.03.2021 - 20:57
Aggiornamento : 21:49

La nuova strategia di Cassis sulla Cina

Secondo il capo degli Affari esteri voltare le spalle alla Cina non migliorerà la situazione in materia di diritti umani

di Ats/red

Voltare le spalle alla Cina non migliorerà la situazione in materia di diritti umani, anzi: “Meglio un dialogo difficile d’un dialogo inesistente”. Ignazio Cassis giustifica così la ‘nuova’ strategia di Berna verso Pechino. Anche perché parliamo del terzo partner commerciale della Svizzera dopo Unione europea e Stati Uniti, e quindi il problema è sempre quello: certo, si tratta di una dittatura che tortura la minoranza musulmana uigura, intima il silenzio a Hong Kong, genera tensioni con Taiwan e il Tibet, incarcera i dissidenti e sfrutta i lavori forzati; ma è anche un porto cruciale per l’export elvetico, specie ora che dalla crisi si spera di uscire anche grazie agli enormi investimenti dalla ‘nuova Via della Seta’. Se dunque gli Stati Uniti scelgono di far la voce grossa in pubblico nel loro incontro coi vertici cinesi (vedi sotto), il tono del capo del Dipartimento affari esteri nel presentare la roadmap di Berna è assai più accomodante e pacato, pur con l’ammissione che sul fronte dei diritti la situazione ultimamente è perfino peggiorata: “La Cina”, si legge nel rapporto presentato ieri, “è diventata più benestante, ma non più libera”.

La strategia ufficiale adottata dal Consiglio federale definisce gli obiettivi e le misure della politica svizzera nei confronti di questo Paese per gli anni 2021-2024. Con essa, ha spiegato il ministro Plr, il Consiglio federale tiene conto degli attuali sviluppi geopolitici: la crescente concorrenza tra le grandi potenze e, in particolare, una polarizzazione sino-americana non corrisponderebbero agli interessi della Svizzera, la cui politica estera punterebbe sulla promozione di regole e standard validi a livello globale, al buon funzionamento delle organizzazioni multilaterali e a un’economia mondiale senza fratture.

Nei confronti della Cina, il Consiglio federale intende perseguire una politica indipendente da altri Paesi. Verrà istituito un nuovo comitato di coordinamento interdipartimentale che garantisce lo scambio di informazioni ed esperienze tra tutti gli organi federali che hanno a che fare con Pechino. Oltre a ciò, l’esecutivo intende adoperarsi per l’integrazione cinese nell’ordine internazionale liberale e nella ricerca di risposte alle sfide globali, specie nell’ambito ambientale – ha ricordato Cassis – alla luce del fatto che questo Paese è tra i maggiori produttori di gas serra.

In tema di pace, l’accento è posto sulla sicurezza globale e regionale, su quella interna della Svizzera, sul multilateralismo e, appunto, sui diritti umani. Riguardo ai commerci, il Consiglio federale persegue l’obiettivo di un accesso non discriminatorio al mercato, inclusa la tutela e l’applicazione dei diritti relativi alla proprietà intellettuale in Cina. Per quanto riguarda l’accordo di libero scambio in vigore tra i due Paesi da sette anni, il governo intende ammodernarlo. Nei progetti infrastrutturali cinesi – la Via della Seta – la Svizzera promette di concentrarsi su clima e ambiente, salute, settore finanziario sostenibile, cooperazione allo sviluppo e collaborazione. Importante anche il capitolo digitalizzazione, circa il quale si punta a infrastrutture di scambio condivise ma in piena sicurezza.

La strategia di Cassis non ha però convinto tutti. Il consigliere nazionale zurighese Fabian Molina, ad esempio, ha elogiato le parole chiare sul peggioramento dei diritti umani, ma alla ‘Neue Zürcher Zeitung’ ha anche dichiarato che “non si può criticare la situazione degli Uiguri e poi passare semplicemente all’ordine del giorno”. Molina ha invocato un divieto all’importazione di beni ottenuti coi lavori forzati e una migliore coordinazione con l’Ue su questo punto. Da destra il vicepresidente Udc Franz Grüter – già attivo nel commercio con la Cina – ha contestato invece una postura fin troppo critica, che metterebbe a rischio la neutralità svizzera, anche perché il Paese non sarebbe abbastanza grande per giocare alla grande potenza.

 

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