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26.03.2021 - 18:500
Aggiornamento : 14.04.2021 - 16:43

Chiacchiere e distintivo

Una politica di controllo scriteriata e anacronistica non colpisce solo giovani e cittadini, ma anche le forze di polizia, poste di fronte a una situazione difficilmente gestibile

L'effetto Dunning-Kruger è un pregiudizio cognitivo; una distorsione che induce le persone con poca o nessuna conoscenza sull'argomento di cui si sta parlando, a non essere in grado – a causa della loro incompetenza – di accorgersi che il loro ragionamento, le loro scelte e le loro conclusioni sono semplicemente sbagliate. Lo stesso effetto, ma al contrario, colpisce anche chi è esperto di un determinato argomento.  L’esperto, proprio perché tale, considera tutte le sfaccettature e i problemi che potrebbe presentare una determinata tematica. Di conseguenza, quando l’argomento è complesso, l’esperto si ritrova con più di un dubbio. In sintesi l’ignorante ha solo certezze, l’esperto è pieno di dubbi.

Nessun dubbio sembra averlo il presidente del nostro Governo quando parla di prevenzione, pensando che questa, più che una strategia ragionata da sviluppare nel tempo, sia una roba che può essere imposta all’ultimo momento, come può giustamente accadere con la repressione. 

La differenza tra le due strategie è sostanziale. La repressione è quella che si mette in campo quando le altre strategie, prevenzione e riduzione del danno, non hanno dato i risultati auspicati; il nostro invece vuole intervenire con la prevenzione dopo che la strategia che conosce meglio, quella repressiva, ha fallito. Un po’ come mettere il carro davanti ai buoi. Non si va da nessuna parte.

Il “dialogo costruttivo” non è una misura che si può imporre e chi semina vento raccoglie tempesta. E la tempesta è quella che rischia di abbattersi sulla città di Lugano, e su tutto il Ticino, proprio perché le autorità di questo cantone non hanno investito preventivamente quelle risorse che sarebbero state necessarie, tra queste il “dialogo costruttivo”,  per evitare la degenerazione a cui stiamo assistendo. 

Dice Gobbi: «l’obiettivo è evitare che certe situazioni che abbiamo visto si ripresentino. Marcando presenza, presidiando ma anche, in caso di necessità, nell’avere un dispositivo di intervento che possa essere messo in piedi in tempi brevi». E ha perfettamente ragione: giunti a questo punto, a breve termine,  si può agire solo con la repressione, perché di questo si tratta. E, a meno di non voler mandare le nostre forze di polizia al macello, per mettere a punto “un dispositivo di intervento che possa essere messo in piedi in tempi brevi” bisognerà mettere in campo un numero di uomini sufficiente a far fronte alla dimensione delle situazioni che rischiano di prodursi. Per capire di quali dimensioni si sta parlando basta guardare le immagini di quanto avvenuto alla Foce.

E i cittadini pagheranno il conto (che non è solo economico!); un conto che sarà (lo è già) molto più salato di quel che sarebbe costata una strategia di controllo sociale coerente e sviluppata nel tempo, che ci avrebbe evitato di finire in questa situazione. 

Ma giovani e cittadini non sono la sola vittima di una politica di controllo sociale scriteriata e anacronistica. Quelle che rischiano di pagare più di tutti sono proprio le forze di polizia che si trovano, e si troveranno, a fronteggiare una situazione che rischia di diventare in fretta difficilmente gestibile, con tutte le conseguenze – soprattutto per gli agenti – che ciò rischia di comportare. 

Una situazione che si poteva tranquillamente evitare se, sin dall’inizio, si fosse usato il buon senso piuttosto che il manganello.

E nüm – cittadini, giovani, poliziotti – a pagum, direbbe il Nano.

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