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Orio Galli (Ti-Press)
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15.01.2021 - 16:130

Rete Due e dintorni, tra cultura e spettacolo

“per me cultura vuol dire anche politica; mentre cultura e politica messe assieme dovrebbero significare vita” scrive Orio Galli

Il dibattito avviato sulle pagine di questo giornale negli ultimi mesi dello scorso anno si è limitato quasi esclusivamente a contributi di persone che nel presente o nel passato sono state alle dipendenze della Rsi. Quindi direttamente interessate alla difesa e al controllo anche di un loro potere (vedi posto a sedere). Cosa più che legittima. Ma che non riguarda comunque il mio caso. In un, secondo me auspicabile proseguimento, del dibattito mi aspetterei comunque – anche come fatto culturale – un allargamento del tema con dei contributi critici su tutto il settore massmediatico: elettronico ma pure cartaceo. E non solo concernente l’Ente radiotelevisivo parastatale.

La risposta data dal nuovo direttore del ‘Corriere del Ticino’ a chi gli faceva notare come mai la redazione del “suo” giornale non fosse entrata in questa materia mi ha ricordato un cartello che veniva esposto nei locali pubblici della vicina penisola durante il ventennio fascista. Su quel cartello stava scritto: «[qui] è proibito parlare di politica!». Orbene, per me cultura vuol dire anche politica; mentre cultura e politica messe assieme dovrebbero significare vita. La vita di tutti noi, durante ogni giorno che passa. Chiaro? O dovrei fare un disegnino? Forse la cosa che professionalmente meglio mi riuscirebbe. Ma, checché se ne dica, il potere rimane soprattutto nelle mani di chi gestisce, controlla il verbo, la parola… (e oggi i social network, guardate cosa sta succedendo negli Usa). Per questo ho dovuto anch’io adattarmi. Facendomi segugio – come ben dice Elias Canetti – del mio tempo e lottando contro di esso. Anche perché avendo vissuto per coincidenza anagrafica, oltre che per scelte professionali, l’intero passaggio epocale dall’analogico al digitale, almeno per ciò che concerne il settore della comunicazione visiva (grossomodo tra il 1950 e il 2000), ritengo di avere anch’io qualcosa da dire. Portando qualche esperienza fatta direttamente sulla mia pelle. Quella di una rivoluzione antropologica epocale (culturale-economica-psicologica-sociale) dell’intera specie umana. Una rivoluzione con delle conseguenze traumatiche ancora in fieri che non si direbbe vengano però avvertite dalla maggioranza di chi se ne sta (tranquillo e beato?) in quel di Comano.

Per non passare magari per un nostalgico reazionario vorrei qui ricordare che addirittura uno Steve Jobs iniziando la sua straordinaria avventura nel digitale sentì forte il bisogno (ah, la storia!) di frequentare inizialmente dei corsi di calligrafia. Per chi non lo sapesse la calligrafia (classica) sta alla base del disegno dei caratteri (font). Di quei caratteri che troviamo oggi anche nei computer, nei tablet, negli smartphone… Quei caratteri che sono una delle componenti pure del lettering. Quel lettering che può aggiungere valore (significato) ai contenuti delle parole scritte (vedi anche psicologia della forma). Poi a Comano – tanto per fare un esempio – sopravvive da anni una scenografia che fa a pugni con una rubrica di per se pregevole, quella di ‘Storie’. Con uno studio sovraccarico di oggetti/immagini eccessive, ingombranti, ridondanti… a far da cornice a delle storie sovente già cariche di pathos. E tutto ciò mentre nel frattempo è stata cambiata (con i relativi non indifferenti costi!) almeno due o tre volte la scenografia del Quotidiano/Telegiornale. Certo, anche le news devono oggi fare spettacolo. Lasciamo però a Fininvest imballarle come saponette… Comunque anche il “privato” riserva a volte qualche bella sorpresa. Su La7 ci siamo imbattuti intorno a Natale in un’intervista (circa un’ora e mezza!) fatta da Enrico Mentana – in uno studio completamente vuoto e disadorno ma non per questo meno suggestivo ed espressivo – al cardinal Gianfranco Ravasi. Incontro eccezionale: fors’anche perché Ravasi non era “vuoto”, ma aveva qualcosa (anche con il silenzio) di interessante da dire.

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